Giacomo Agostini si racconta

Campione d’inverno, così l’ha soprannominato il dottor Costa: “Cercavo la perfezione dalla moto e da me stesso” – “Al TT, mentre gli altri la sera erano al bar, giravo in macchina per vedere gli avvallamenti della strada con i fari”. Vita sana e preparazione maniacale fuori dai circuiti: così il signor 15 volte racconta la sua vita

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di Luca Delli Carri

Ha battuto tutti, anche il tempo. Giacomo Agostini, 16 giugno 1942, compie ottant’anni, ma la vera notizia è come lo fa: con una forma e una verve senza eguali. Questa mattina è stanco, è lunedì e ha viaggiato tutta la notte, di ritorno dal Sachsenring, dove nel weekend ha fatto tappa la MotoGP. "Sono 15 giorni che non mi fermo un minuto, non tiro il fiato", ammette il signor 15 volte, come i titoli iridati che ha conquistato in una carriera eccezionale.

Mino, rimandiamo, non c’è problema, gli dici. E lui: "No, no, facciamo subito, che poi devo andare a Milano. In moto naturalmente, perché c’è traffico e in macchina impiegherei due ore, invece di 30 minuti. Stasera ho un evento, non posso mancare. Tanto non ci vorrà molto, vero?". Benvenuti nel mondo di Ago, che andava di corsa con le sue MV oltre mezzo secolo fa e non ha mai rallentato, neppure dopo aver abbandonato i panni del pilota, anzi, del campione.

Una longevità, intesa come forma, senza eguali; frutto, forse, proprio del non sentirsi mai appagato, dell’essere, in modo quasi ossessivo, sempre sul pezzo, l’occhio ben vivo e la battuta pronta. Nessuno ha vinto quanto lui. Alcuni sono andati più veloci, altri hanno dimostrato un talento perfino disarmante. Ma dove è stato irraggiungibile è nell’intelligenza, cioè nell’astuzia.

Il Dottor Costa, che lo conosce bene, lo definisce il campione d’inverno: perché Giacomo i suoi campionati li vinceva creando le condizioni di una superiorità che non era fatta solo di guida, ma di tattica, tecnica, politica, personalità. E di titolo in titolo, di anno in anno, ha creato il suo capolavoro, ovvero diventare Agostini, un personaggio vincente che ha caratterizzato un’epoca e distratto, se possibile, gli italiani in un periodo difficile, seconda metà dei Sessanta-pieni Settanta, dalla fine del Boom economico agli anni di piombo. Con lui, Panatta, Thöni, Mazzola, Rivera, Riva e l’oriundo Regazzoni: campioni cui dobbiamo essere grati non solo dei loro successi sportivi.

Vai da sempre a 200 all’ora, un giorno ti svegli e ti accorgi di avere 80 anni: che sensazione è?

"Strana. Da una parte mi fa piacere, perché ci sono quelli che non ci sono arrivati. Ma dall’altra mi rendo conto che manca poco… Mi fa un’impressione… Ma ogni mattina mi sveglio con un’idea nuova e con la voglia di fare, di andare, di costruire qualcosa. È parte del mio carattere. Sono sempre attento, sempre presente, com’ero sulle due ruote. Dalle mie parti dicono che l’occhio del padrone ingrassa il cavallo. A sedermi, cosa che potrei fare, non ci penso minimamente, mi sentirei davvero nullo. Sedermi ad aspettare cosa?".

In effetti sei sempre in giro.

"Fortunatamente sì. Ho ancora lo spirito e la voglia di prima. Il mio DNA mi aiuta. Guido ancora con piacere la moto. Quando capirò di poter fare un errore, appenderò il casco al chiodo. Sono appena stato al Tourist Trophy, sul rettilineo ho toccato i 250 all’ora".

Ancora così veloce?

"Certo. Ci vedo bene, il fisico risponde. Mi sono sempre tenuto in forma, ho sempre fatto sport, seguito delle regole. Il corpo umano è un po’ come un motore: se lo tratti bene fai 200 mila chilometri, se lo tratti male ne fai 100 mila e basta".

Perché al TT?

"Un anno e mezzo fa ho conosciuto a una cena il primo ministro e principe ereditario del Bahrein, Salman bin Hamad Al Khalifa. È appassionato di moto e mi ha detto che avrebbe voluto andare all’Isola di Man assieme a me. Tre mesi fa mi ha chiamato, mi ha detto che visto che il Covid era finito potevamo andare. Abbiamo organizzato, io ho mandato su la MV, la Dainese i caschi e le tute. C’erano anche Stefano Domenicali e Gerhard Berger… Abbiamo girato assieme, io davanti e loro dietro. Poi ho fatto una smanettata da solo, perché mi è venuta la voglia".

Dopo tutti questi anni, cosa ti dice ancora la moto?

"Sono salito in moto a nove anni, quando ho ricevuto il mio primo motorino. Sono 71 anni che guido. In moto mi sembra di essere a casa mia. Salgo su e vado con piacere. In città uso tutti i giorni il mio TMax".

Qual è stato il segreto del successo della tua vita?

"Innanzi tutto il dono di natura, perché è la base per riuscire. Poi capire che il dono di natura da solo non basta, deve essere aiutato. Io ero un professionista, volevo la moto perfetta ma ero perfetto anche io, come cura del fisico, come nutrizione, come concentrazione. Io sono stato sempre molto pignolo, sono stato attento a tutto, non ho lasciato niente al caso. Volevo sapere sempre tutto. All’inizio i meccanici pensavano che il ragazzino volesse comandare, poi hanno capito che non era comandare, ma volere collaborare, perché quattro occhi sono meglio di due nell’individuare i problemi e trovare le soluzioni. Così è nata la mia seconda famiglia, l’MV, con la quale siamo andati avanti tanti anni assieme felici, ottenendo grandi successi".

Come hai fatto a rimanere sempre attuale, a non passare mai di moda? Prima come campione, poi come manager e infine come gloria dello sport?

"Perché ho dato tanto, al pubblico, ai miei tifosi. Io non mi sono mai tirato indietro per un autografo, come ho visto fare ad altri. Io anche se sono stanco, il sorriso lo regalo sempre, pure oggi. Nella vita bisogna dare per avere. Quando incontro gli appassionati, mi ringraziano ancora per le gioie che gli ho dato. Ne ho continua testimonianza in tutte le manifestazioni cui partecipo. La prossima sarà Goodwood, dove faremo una grande festa davanti a centomila persone, entrerò nel palazzo di Lord March con la moto…".

Ti avranno fatto centinaia o forse migliaia di interviste. C’è una domanda che non ti hanno mai fatto?

"Penso proprio di no, ormai mi hanno rovesciato come un calzino".

Invece la domanda che ti fanno più spesso?

"I ricordi più belli, i ricordi più brutti, se avessi voluto dalla vita qualcosa di diverso".

E a quest’ultima domanda come rispondi?

"Che nella vita vorresti avere sempre qualcosa di più, ma io ho avuto tutto, forse più di quello che sognavo. Non sarei onesto, prima di tutto con me stesso, nel dire che avrei voluto di più. Ho avuto salute, successo, felicità, una famiglia. Devo ringraziare molte persone e ammettere di essere stato fortunato".

Un tempo non dicevi che la fortuna non esiste?

"Dire che esiste la fortuna è la forza che ti fa andare avanti, perché ti convince che a te non succederà mai niente. Io ho corso tanto al Tourist Trophy e sono caduto solo una volta, ma in una curva dove non potevi farti male. Perché sono caduto lì e non in un altro punto? Effettivamente, però, c’è qualcosa che va oltre questo discorso. Io sono stato sempre molto meticoloso. Al TT di notte giravo con la macchina per vedere gli avvallamenti della strada, che con i fari vedevo bene, mentre gli altri erano al bar a bere qualcosa e raccontarsela con gli amici. Io abitavo in un paese dove c’era un ponte. Mio padre mi raccontava la storia di uno spiritoso che tutte le sere lo attraversava camminando sul parapetto, una sera è caduto e ha detto: sono stato sfortunato. No, diceva mio padre: se avesse camminato sul ponte non sarebbe caduto nel fiume".

Viene da pensare che Mike Hailwood sono quarant’anni che non c’è più: è una vita.

"Mike è morto in macchina, un camion ha fatto un’inversione a U, lui si è infilato sotto. È morto con la sua bambina, ti rendi conto?".

È mai nato un altro Agostini?

"Non lo so, ogni campione è fatto a modo suo. Valentino ha fatto tanto, dopo di me è stato lui a tenere alti i colori italiani, anche se non ha vinto su una moto italiana come ho fatto io. Ma al pubblico ha ricordato le mie gesta, ha dato al pubblico quello che ho dato io prima".

Cosa non aveva, di te, Valentino? E cosa aveva in più, invece?

"Forse io ero più chiuso, più timido. Ma erano tempi diversi".

Ai tuoi tempi cadere e volare fuori pista era facilmente letale. Oggi, per fortuna, le piste e l’abbigliamento hanno aumentato tanto la sicurezza, però i piloti, sentendosi più protetti, osano di più e cadono più spesso.

"Si sentono più tranquilli e vanno oltre. Devono capire che c’è un limite e che per misurarlo serve la sensibilità, non la caduta".

Più passano gli anni e più il tuo record dei 15 titoli pare al sicuro: Valentino poteva batterti e si è ritirato, Marquez ha i suoi problemi…

"Io dico sempre che i record sono fatti per essere battuti. Valentino si è avvicinato ma non ce l’ha fatta. Marquez è sulla strada giusta e credo e spero tornerà in forma, perché vederlo correre mi dà gioia. Detto questo, se mi chiedi se sono contento che qualcuno possa battere il mio record, la risposta è no. Sarei bugiardo a dire il contrario. Ma se qualcuno ci riuscisse, la sera sarei a cena a festeggiare con lui".

Oggi c’è una nuova generazione di piloti, molto giovani, che vanno fortissimo. Cosa ne pensi?

"Noi italiani abbiamo un vivaio di piloti molto bravi. Poi, per arrivare in cima ci vuole tempo ed esperienza. Non dobbiamo gridare al campione prima del tempo, sarebbe controproducente, daremmo loro il peso di dovere vincere per forza, una cosa che non aiuta".

Chi ti piace di più, tra loro?

"Io non mi innamoro dell’uomo, ma dei risultati, del pilota. Bagnaia sta facendo grandi cose, ha una bellissima moto, è un italiano su una moto italiana. Anche Bastianini sta andando benissimo. Ma un campione è costanza, non può lottare per la vittoria e il gran premio successivo arrivare ottavo. Il campione deve vincere tutte le domeniche".

Oltre che campione, tu sei stato un sex symbol. Oggi i piloti non lo sono più. Perché?

"Non lo so, ma mi dispiace per loro. Io ho sempre amato le donne. Per me la donna è un fiore di cui un uomo non può fare a meno. Ai miei tempi ci si sposava con quelli del paese. Io ero giovane, come aspetto non ero malissimo, ma soprattutto ero italiano, guidavo una moto italiana, portavo l’Italia in giro per il mondo, e il mondo amava l’Italia".

Narra la leggenda che per un bacio di Agostini c’erano donne pronte a fare follie.

"Sono stato fortunato anche in questo".

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