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La Repubblica del CAI

L’enduro amatoriale è un tema controverso: c’è chi vuole vietarlo e chi renderlo legale al 100%. Tra le associazioni a confronto, il CER (Coordinamento degli Escursionisti su Ruote) e il Club Alpino Italiano. L’editoriale di FUORIstrada di agosto/settembre sottolinea il discutibile comportamento del CAI

non tiriamoci la zappa sui piedi...

A seguire, l'editoriale del direttore di FUORIstrada, a cui dà il "LA" la lunga e scoppiettante intervista (quasi 2 ore difficili da condensare in 2 pagine...) con Luca Giaroli, che trovate sul numero di agosto/settembre in edicola. Dove si ferma il Presidente del CER Luca Giaroli non si ferma invece il nostro direttore, che nel suo editoriale affronta temi diversi sul CAI, pur tendendo la mano al suo Presidente. Il consigliere reggiano del CAI, che ha avuto modo di confrontarsi e chiarirsi con Giaroli, è il benvenuto qualora voglia approfittare per contribuire alla discussione avviata dallo stesso Giaroli (intervista) e dal nostro Federico Aliverti (editoriale).

In Emilia Romagna c’è un endurista che da anni combatte nell’ombra per la nostra causa. Si chiama Luca Giaroli, è il fondatore e Presidente del Coordinamento degli Escursionisti su Ruote (CER) e, per quanto lo conosco, è mosso dal senso civico ancor più che dalla passione. Mai dal dio denaro. Nell’intervista esclusiva che ci ha concesso (la trovate a pag. 26 di Motociclismo FUORIstrada di agosto/settembre), Giaroli ci invita a una riflessione: coloro che praticano enduro amatoriale con moto senza targa sono i più preziosi alleati di chi, l’enduro, vorrebbe sopprimerlo. Come il Club Alpino Italiano (CAI). Chi va in moto mantenendosi nell’alveo dell’illegalità, di fatto consegna a questa potentissima Associazione l’appiglio giuridico ad hoc. Di fatto tradisce il fuoristrada. Sappiamo bene che chi ci contrasta ha già le spalle molto più larghe delle nostre. Se ai precetti fondamentalisti che muovono queste persone aggiungiamo anche pretesti così invitanti, la Crociata non si fermerà e siamo destinati a sparire. O nella migliore delle ipotesi a vivere il fuoristrada dentro uno steccato come caprette. Per chi non lo sapesse, il potentissimo Club Alpino Italiano è un'associazione costituita nel 1863 che “muove” circa 12 milioni di euro all’anno e che ha per Statuto (art. 1) “La difesa dell’ambiente naturale delle montagne”. Questo Ente pubblico non economico - ma le sue strutture periferiche sono soggetti di diritto privato - conta 307.000 soci, che partecipano alle attività di 503 sezioni e 310 sottosezioni di 21 gruppi regionali.

Per il CAI la suola di una scarpa è l’acqua santa e il tassello di una gomma il diavolo

Insomma i nostri detrattori sono tanti e ben strutturati. E non perdono occasione per dirci che ci sopportano a fatica. Tanto per dire, il Comitato Centrale del CAI “conferma la totale contrarietà a che trovi applicazione il Disegno di Legge n. 1070 del 2008 che disciplina il traffico motorizzato su strade a fondo naturale”. In parole povere, dato che per il CAI la suola di una scarpa è l’acqua santa e il tassello di una gomma il diavolo, perfino il Codice della Strada si piega al monopolio esercitato con così tanto nobile furore. Il bello è che il passaggio di una moto su una strada a fondo naturale costipa la terra e mantiene libero il varco. Eppure il CAI sembra arrogarsi il diritto esclusivo di curare “tracciamento, manutenzione e realizzazione di sentieri”. I dirigenti di questa Associazione che gestiscono lecitamente, da buoni alpinisti, montagne di denaro pubblico, forse hanno perso un po' il senso della misura. 

Noi tendiamo la mano

Magari ricevere uno stanziamento di 1.300.000 euro (più altri 200.000 dai Parchi) per l’ammodernamento della segnaletica potrebbe scatenare anche in noi fuoristradisti una qualche mania di grandezza. Chi lo sa. Fatto sta che il Presidente del CAI Emilia Romagna, Vinicio Ruggeri, a margine di un acceso dibattito pubblico, è arrivato a dire che noi enduristi "dobbiamo farci la nostra rete di strade". La nostra rete?! È come dire che una striscia di spiaggia è di chi ci pianta l’ombrellone da tanti anni. Prendere a prestito il diritto di usucapione per arraffare il bene pubblico rivela una delle tante piaghe dell’Italia infettata da intramontabili interessi di bottega. In un Paese meraviglioso come il nostro, che conta solo in Emilia Romagna 7.500 km di sentieri tracciati, è un vero peccato che la rete escursionistica non sia condivisa da tutti coloro che hanno il diritto di fruirne e il dovere di prendersene cura: pedoni, ciclisti, motociclisti e tanti altri ancora. Questa testata, anche attraverso la storia ultracentenaria di Motociclismo, ha la credibilità oltre che la volontà per farsi promotrice di una seria campagna a favore dell’uso “legale” (targa, frecce, fari, specchietti, ecc) della moto da enduro anche su strade a fondo naturale. È questo il nostro senso civico. Ed è questo il modo con cui tendiamo la mano al CAI e al suo Presidente Generale, Vincenzo Torti: se anche per lei, Presidente, non è più tempo di statu quo e c’è apertura sulla condivisione delle centinaia di migliaia chilometri di sentieri italiani, questa è la mia e-mail: federico.aliverti@edisport.it.
 
P.S.:  e intanto in Emilia Romagna la Federazione Motociclistica Italiana, il Comitato Escursionisti su Ruote, la sezione di Reggio Emilia del Club Alpino Italiano, la Federazione Italiana Sport Equestri e il Coordinamento Valle del Tassobbio hanno firmato il Codice Etico di Comportamento degli Escursionisti. Sicuramente è un'ottima cosa, anche perché permette di creare le condizioni per evitare uscite a nostro avviso infelici, come quella di Striscia la Notizia contro gli enduristi...

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