Il paradiso all'improvviso

Una vita a sognare il Ladakh e le piste che portano su una delle highway più spettacolari al mondo e poi tutto si consuma in maniera naturale. Alla bellezza dell'Hymalaya, certo, non si è preparati ma, grazie alla Royal Enfield Bullet 500, ci siamo acclimatati subito
1/29 India, una settimana sull'Himalaya
L'ho già scritto su Motociclismo, per me l'India ha un significato particolare, perché in quel Paese ci sono nato, esattamente 40 anni fa, e lì ho vissuto i miei primi 4 anni. Quell'esattamente non è un caso, o forse sì. Per un gioco del destino, infatti, mi sono trovato ad atterrare a Delhi, destinazione Leh (capitale del Ladakh), lo scorso 5 agosto, due giorni e 40 anni prima (3 agosto 1977) nascevo a Dalhousie, Imachal Pradesh, stato confinante con il Ladakh con il quale condivide alcune cime Himalayane: un bel regalo di compleanno insomma. Ma, come dice Bill Bryson (giornalista e scrittore statunitense. Imperdibili i suoi libri di viaggio), ci sono tre cose impossibili nella vita: vincere una causa contro le compagnie telefoniche, farti ascoltare da un cameriere che vuole ignorarti e ritrovare i luoghi così come erano nella tua gioventù. Forte di questa massima sono partito cercando di svuotarmi da qualsiasi aspettativa romantica, tranne quella di godermi la guida lungo le strade più alte del mondo. E sono tornato con una domanda: quando è successo esattamente che abbiamo iniziato a credere alla panzana secondo cui per divertirsi in moto servono almeno 100 cavalli? Nell'albergo di Delhi inizio a studiarmi il programma e subito storco il naso: atterreremo a Leh il giorno seguente, di buon mattino, e le attività previste sono... nulla. Riposo e “chill out”. Insomma, dopo essere arrivato lassù, un'intera giornata "buttata" mi sembra troppo. Infatti, appena arrivato, mi metto la macchina fotografica al collo e mi avvio a piedi verso la città vecchia, per rendermi subito conto che chi si è preoccupato di stabilire le tabelle di questo viaggio ha tutte le ragioni per raccomandarci un giorno di acclimatamento. Arrivare di botto ai 3.500 metri d'altitudine della capitale del Ladakh mette a dura prova i fisici non abituati: dopo 200 metri me ne torno in stanza con le pive nel sacco, un mal di testa epocale e lo stomaco chiuso come un convento di clausura. Un piccolo prezzo da pagare a fronte della meraviglia che ci attende: pochi posti in India sanno essere così accoglienti, affascinanti e tranquilli come Leh, accoccolata nella sua cornice di montagne.

L'ACCLIMATAMENTO A LEH

Disseminata di stupa e di case in mattoni crudi che sembrano essere perennemente in costruzione, la città vecchia è dominata da un crinale di roccia sul quale si ergono il Leh Palace (l'ingresso costa 100 Rs) e lo Tsemo Fort (ingresso 20 Rs) che vegliano sul bazar sottostante. Praticamente tutta la città è un enorme mercato e se la via centrale (pedonale) è quella più frequentata dai turisti, un intricato dedalo di stradine si dirama verso zone seminascoste in cui ovunque potrete comprare qualcosa da mangiare, pashmine, cappelli tibetani, vestiti usati, pietre grezze, pentole, giocattoli di legno, scarpe e un sacco di cose a cui non pensereste mai. Il Leh Palace, icona architettonica della capitale che ricorda il Potala Palace di Lhasa, e lo Tsemo Fort sono considerati i simboli più rappresentativi di Leh, visibili praticamente da ogni angolo della città. Visitarli vale la pena e, anche se all'interno sono pressoché vuoti, la vista che si gode dalle loro finestre è incomparabile. La prima cosa che mi colpisce è l'aridità di tutta la zona, di fatto un deserto roccioso sul quale spicca perfettamente delineata un'area verde centrale, corrispondente alla zona irrigata dalle acque dell'Indo. Bello anche lo Spituk Gompa, imponente monastero fondato nel XIV secolo e arroccato su un'altura che domina l'unica pista dell'aeroporto, a circa 5 km dalla città. Nella sala della preghiera c'è una statua del Buddha che (pare) custodisca una bizzarra reliquia: il sangue del naso di Tsongkhapa (1357-1419), l'uomo che diffuse il buddhismo dell'ordine gelukpa e la cui effige è di fronte a quella del Buddha. La particolarità di questo luogo sacro è la convivenza di due culti, percorrendo una ripida scalinata si raggiunge infatti un latho (santuario degli spiriti) e un piccolo tempio dedicato alle divinità hindu.

SULLA STRADA PIÙ ALTA

Dopo una giornata spesa per prendere confidenza con le moto, con le strade e con l'altitudine, ci avventuriamo lungo la Khardung La Rd che conduce all'omonimo passo, rivendicato dall'India quale "World's highest motorable road", come recita la scritta sul cartello che ne fissa l'altitudine a 5.602 metri. Questa cifra è inferiore di 80 metri ai 5.682 che gli sono stati attribuiti per anni, ma sembrerebbe non essere ancora veritiera, almeno secondo dei ricercatori catalani che, muniti di GPS, avrebbero “declassato” il Khardung (“La” in tibetano significa “passo”) a 5.259 metri ponendolo dietro al Semo La e al Suge La, entrambi in Tibet, rispettivamente di 5.566 e 5.430 metri. Al di là della polemica, la cosa interessante è che raggiungere questa vetta è relativamente facile, infatti lungo la strada che porta in cima (durante la stagione estiva) incontrerete decine di Royal Enfield, la maggior parte delle quali affittate a Leh o a Manali. Nonostante il fondo stradale estremamente sconnesso con molti tratti esposti, anche il traffico dei camion (solitamente il pericolo maggiore nelle strade Himalayane) non è un problema: la circolazione è infatti permessa solo a sensi unici alternati, dalle 9 alle 13 venendo da Leh e dalle 13 alle 17 in direzione opposta. I paesaggi sono d'una immensità quasi spaventosa, considerate che in circa 40 km si sale di 2.000 metri, tra tornanti e curve dalle quali compare d'improvviso la valle di Leh, una macchia verde di campi d'orzo sospesa tra le montagne rugginose e l'azzurrognolo delle cime innevate più lontane. Il programma prevederebbe di continuare verso la Nubra Valley, con i suoi canyon e i campi che sfumano nelle sabbie bianche e grigie del fiume, ma lo scioglimento dei ghiacciai ha sommerso d'acqua un punto nevralgico del percorso e quindi non ci resta che tornare indietro.

SI VIAGGIA SEMPRE "DRITTI"

Il giorno seguente da Leh ci inoltriamo lungo la LehManali Hwy, siamo appena usciti dalla città e siamo in una strada ad alto scorrimento (anche se non molto trafficata), eppure il paesaggio è già magnifico e si fa fatica a tenere lo sguardo avanti. L’intensità del sole ci abbaglia, è tutta un’esplosione di colori e di luci: alla nostra destra campi d’orzo d’un verde a tratti cupo, altre volte brillante; il cielo di un intenso blu elettrico; a sinistra roccia a perdita d’occhio, d’un denso ruggine e senape. Sull’asfalto luccicano screziature di mica e, in lontananza, si stagliano le sagome bianche di monasteri in stile tibetano. Inizierei subito la giostra delle foto (scendi al volo di sella, togliti lo zaino, tira fuori la fotocamera, scatta, rifai tutto al contrario e raggiungi il gruppo che nel frattempo si è dileguato), ma sarebbe una follia, oggi ci aspettano circa 170 km, devo centellinare le soste. La strada si affianca allo scorrere dell’Indo e ne segue docile il movimento fino a Karu dove, all’unica rotonda del villaggio, la abbandoniamo per svoltare a sinistra sulla Pangong Lake Rd. E con le indicazioni stradali possiamo anche chiudere qui, basta proseguire sempre dritti per cadere praticamente dentro al lago Pangong, la nostra meta odierna. Ma c’è "dritto" e "dritto": la strada, subito dopo il check point dell’esercito, si infila tra due speroni di roccia sovrastati da un piccolo altare buddista pieno di offerte e da lì in poi comincia la giostra. E le difficoltà. L’ambizioso programma “Make in India” lanciato da Damodardas Modi Narendra, Primo ministro, prevede infatti la costruzione di una vasta rete di infrastrutture e la realizzazione della piena accessibilità a tutte le comunità sparse nell’enorme Paese.

In parole povere, tra pochi anni probabilmente tutte le strade saranno asfaltate. Per ora moltissime (soprattutto quelle che conducono nei luoghi sperduti che piacciono a noi) sono in costruzione, infatti in tutti i primi 30 km da Karu guidiamo sul breccione che farà da base al bitume, cercando di superare gli innumerevoli, coloratissimi, camion Tata che ci riempiono di polvere. Una sosta particolarmente lunga (stanno facendo franare delle rocce dalla montagna in via precauzionale e la strada resta chiusa per circa un’ora) forma due lunghissime code in entrambi i sensi di marcia, in una strada che di fatto è ad una sola carreggiata. Mentre oltrepassiamo con estrema cautela l’infinita linea di camion militari incolonnati di fronte a noi, mi chiedo come faranno a procedere tutte le auto e i camion che ci siamo lasciati alle spalle. “Non preoccuparti”, mi dice Adarsh, il nostro tour leader locale “gli Indiani riescono sempre a passare in punti in cui chiunque penserebbe che non sia possibile. Un po’ come voi italiani, ma meglio”. Ci inerpichiamo lungo tornanti stretti, rosicchiati dall’acqua che scende dai ghiacciai formando profonde buche fangose e inframezzati da brevi tratti asfaltati, molte altre Enfield ci fanno compagnia, sia nella nostra stessa direzione che in quella opposta. In generale, sembrano guidate da turisti indiani, tutti attrezzati con caschi, guanti, protezioni esterne per ginocchia e gomiti tipo quelle da down hill (alla faccia di chi pensa che in India la sicurezza in moto sia un concetto astratto) e qualcuna è caricata all'inverosimile.

IMPREPARATI ALLA BELLEZZA

Prima di raggiungere i 5.289 metri del Chang La, attraversiamo un panorama magnifico, in continuo cambiamento, dove si alternano ruscelli gorgoglianti (che spesso gorgogliano proprio sulla strada!), vette frastagliate, pascoli sconfinati, scintillanti laghetti, distese di sabbia. La confidenza con la Bullet 500 è sempre maggiore e, chilometro dopo chilometro, ci si rende conto che è perfetta per queste strade, con i suoi 28 cavalli che si arrampicano ovunque, ti tirano fuori da fango, sabbia e guadi e ti lasciano il piacere di poter guidare a gas spalancato praticamente in ogni condizione. Il vago scetticismo iniziale lascia il posto ad un amore profondo e sincero. Certo, anche guidare a queste latitudini aiuta, infatti a circa 30 km dall'incrocio di Karu si apre uno dei panorami più sontuosi che abbia mai visto. Non c'è nulla che possa prepararti a uno spettacolo del genere, ti ci ritrovi davanti e la mente soccombe, ti senti una nullità, resti senza parole né fiato. Incastonata tra montagne possenti che sembrano colorate da un tramonto perenne, c'è una vallata rigogliosa dai confini netti, che seguono fedelmente il percorso dell'acqua proveniente dai ghiacciai. È una vista che dà la percezione del meccanismo delicato e perfetto alla base degli equilibri naturali. Lo so che sto tergiversando, ma se tutto il percorso è ricco di sorprese e scorci uno più bello dell'altro (paradossalmente il meno memorabile è proprio quello del Chang La), questo è davvero un punto strepitoso. Nonostante il fondo sconnesso non si ha mai la sensazione di pericolo, certo, occorre fare attenzione e quando si sente suonare è meglio accostarsi il più possibile a sinistra (indipendentemente da quello che ci sia, a sinistra).

I "CARAIBI" DI MONTAGNA

Una ventina di km dopo il passo torna l'asfalto, che ci conduce serpeggiando in mezzo alle montagne e ai canaloni fino a quando il Pangong Tso non ci si para davanti all'improvviso: una striscia di cobalto lunga 150 km (il cui terzo orientale si trova in territorio cinese) che sembra essere stata scippata ai Caraibi e catapultata in mezzo alle montagne, come per uno scherzo beffardo. Se fossi davanti a uno schermo direi “hey, abbassa il contrasto del colore, dai, è esagerato così”. Continuiamo a costeggiarlo per parecchi chilometri percorrendo la strada asfaltata cadenzata da cartelli gialli scritti a mano del tipo “After wisky driving risky” ("dopo il wisky guidare è rischioso") o “It is not rally enjoy the valley” ("Non è un rally goditi la valle"), anche se il mio preferito è “Darling I like you but not so fast” ("Cara mi piaci ma non così veloce") fino a Spangmik, un villaggio grazioso che è anche la località più popolare della zona. È consigliabile non fermarsi qui, ma proseguire per una decina di chilometri di pista appena accennata tra i sassi. A parte la bellezza di guidare immersi nel nulla mentre si avvicina il tramonto, in una mezz'ora si raggiunge il più tranquillo villaggio di Man, che ospita 2 campi tendati (attrezzatissimi, con tanto di bagno e doccia calda all'interno) e 5 spartane case private in cui alloggiare. L'unica sorgente elettrica sono i generatori, che vengono spenti alle 22, quando cala la notte e non c'è nessuna luce a disturbare le stelle, milioni di stelle. La luna sembra un faro da stadio, la via lattea si perde dietro le montagne, è commovente.

Per tornare a Leh percorriamo a ritroso la stessa strada e se solitamente l'avanti&indietro non mi piace, questa è la classica eccezione: il percorso inverso sembra un'altra cosa, cambiano le luci, gli scorci, le cose che si notano guidando. Per raggiungere Tso Moriri imbocchiamo di nuovo nella Leh-Manali Hwy, ma a Karu proseguiamo verso Manali costeggiando l'Indo e seguiamo ininterrottamente la “Highway” (concedetemi delle virgolette ironiche) fino a Debring, 15 chilometri dopo il Taglang La – che con i suoi 5.328 è considerato in India il "second highest pass of the world". Nella mia classifica personale il tratto compreso tra Rumtse e Debring s'infila di prepotenza nella top 5 delle strade più belle del mondo e se, fino a qualche anno fa, l'unico neo era la sua pericolosità, beh, è acqua passata. Dal 2014 l'intero tratto che conduce al passo (su ambedue i versanti) è asfaltato, regalando ai viaggiatori un pavé perfetto, con brevissimi spazi fangosi. Le curve si annodano sul fianco delle montagne come un nastro da ginnastica ritmica, finché dall'alto non riesco a vedere l'intero percorso appena fatto, pervaso da un'eccitazione infantile. Dal Taglang verso Debring la strada è forse meno sontuosa ma la valle, sconfinata, che si apre di fronte al guidatore è pazzesca: un enorme declivio di rocce color rame che confluiscono nel fiume, minuscolo, in fondo. Le pareti montuose sono disseminate di ghiaioni, macchiati di verde e oro dal muschio e dalla rada vegetazione d'alta quota, mentre dietro la linea delle prime montagne si ergono cime dalla neve eterna.

BENEDETTA PISTA!

Una ventina di chilometri dopo Debring giriamo a sinistra all'unico incrocio, lasciamo la Leh-Manali e la strada cambia di colpo: l'asfalto diventa irregolare e sconnesso come il fermo immagine di un tappeto mentre lo si sbatte fuori dalla finestra, anche la carreggiata si dimezza, rendendo necessaria l'usanza locale di suonare all'impazzata ad ogni curva. L'asfalto a “onde” è quanto di peggio si possa trovare in moto, con il retrotreno che tende ad impennarsi e l'avantreno a chiudersi. Ma le nostre Bullet non fanno una piega, complici le sospensioni morbide e un baricentro ben distribuito si prosegue (con prudenza) senza troppi patemi d'animo. Poco dopo Thukje, costeggiamo le acque salate del lago Tso Kar, con i suoi riflessi bianco e smeraldo che accentuano il rosso scuro dell'altopiano che stiamo attraversando. La strada perde anche l'asfalto e diventa una pista di sassi, ma è meglio guidare su pietrisco tutto sommato regolare che su un asfalto crepato e sconnesso. Avanziamo per ore su strade annodate tra le pietre, passando in mezzo a massi sospesi e a rigagnoli gialli di zolfo. Uno ci spererebbe pure, a un certo punto, che il paesaggio diventasse meno spettacolare. Cercate di capirmi, diventa stressante guidare esclamando di continuo – dentro al casco – ohhh, ahhh, ehhh. Oltrepassiamo decine di camion militari (la presenza dei soldati in tutto il Ladkh è incredibilmente intensa, chiedo se è per le recenti tensioni politiche al confine tra Kashmir e Pakistan e le due guide indiane mi rispondono di no, ma immagino che sia con lo stesso spirito con cui affermano che il Khardung La è incontestabilmente il passo più alto del mondo), piccoli insediamenti nomadi, fino a raggiungere Sumdo, un villaggio sperduto nel bel mezzo del deserto d'alta quota Himalayano. Qui le facce sono evidentemente tibetane: pelle scurita dal sole, età indefinibili tra i 30 e i 70 anni, occhi a mandorla, mani callose e sorrisi. Sempre, ovunque, chiunque ti guardi ti sorride, è una di quelle cose a cui non siamo abituati, ed è proprio bello. Insomma, a Sumdo giriamo a destra, la strada è di nuovo (malamente) asfaltata e ci conduce prima al piccolo lago Kyagar Tso e poi all'immenso Tso Moriri, rinomato per i riflessi cangianti delle sue acque. È quasi sera e, in lontananza, gli ultimi raggi di sole illuminano come un faro da palcoscenico la cima tibetana del Monte Gya (6.795 m), che svetta sull'intersezione tra Cina, Ladakh e Himachal Pradesh. Vedo da lontano la terra che m'ha visto nascere e mi ha accolto in questo mondo che non mi stancherò mai di esplorare. Siamo in una delle zone più remote dell'India, qui i visitatori sono pochissimi ed è incredibile quanto un regalo del genere sia in realtà alla portata di tutti. Basta un volo aereo e una Royald Enfield a noleggio. Buon viaggio!

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