di Marco Riccardi - 04 dicembre 2018

La MV che si crede una Vespa

Dire Vespa e dire scooter è una sola cosa. Ma la Vespa nata in Toscana dal genio dell’ingegner Corradino d’Ascanio non è stata la prima…Vespa. Eccola qua, la prima.

Dire Vespa e dire scooter è una sola cosa. Il veicolo che nasce a Pontedera è diventato in tutto il mondo sinonimo dell’economico veicolo. Ma la Vespa nata in Toscana dal genio dell’ingegner Corradino d’Ascanio non è stata la prima … Vespa. Eccola qua, la prima. Non è nemmeno uno scooter, ma una moto. La MV Agusta 98 cc arriva sul mercato ben prima del celeberrimo veicolo in lamiera stampata. Il solo punto in comune che l’accomuna all’altra Vespa è la sua genia aeronautica, nel senso che è stata concepita in mezzo agli aeroplani. Durante la seconda guerra mondiale, in Agusta ci si dedica alla riparazione degli aerei -gli elicotteri sono lontani e arriveranno nel 1952 grazie all’accordo con l’americana Bell- mentre in Piaggio si costruiscono grandi quadrimotori da bombardamento e motori stellari. Ma nel 1943, quando già si percepiscono i segnali della disfatta del Roberto, l’asse Roma-Berlino-Tokyo, in Agusta stanno allestendo una motoleggera economica, un veicolo pensato per soddisfare l’esigenze di mobilità di un’Italia distrutta dalla guerra. Come era già avvenuto per le nazioni sconfitte nella prima guerra mondiale, era prevedibile che a fine conflitto ci sarebbe stato un blocco nella produzione aeronautica.

Prima tra tutte le aziende di questo settore, in Agusta pensano che costruire una motocicletta sia l’opportunità per far continuare a lavorare la fabbrica. Il conte Domenico Agusta incarica del progetto l’ingegner Mario Montoli, direttore dell’ufficio tecnico e il capo dei disegnatori Luigi Canziani. Nell’estate del 1943 si realizzano i modelli in legno per fondere il basamento del motore monocilindrico 2T di 98 cc, però tutto è stoppato dall’armistizio dell’8 settembre. La fabbrica di Cascina Costa è occupata dai tedeschi: ogni pezzo e disegno della moto viene fatto sparire per evitare di finire nelle mani degli ex alleati o essere distrutto dai bombardamenti. Da Cascina Costa il motore della Vespa vola sino a Verghera. Sono poco meno di 5 km ed è nascosto in un locale che contiene un generatore diesel, indispensabile macchinario per dare energia elettrica a uffici e attrezzature. Il motore viene sviluppato, la moto prende forma e si arriva alla fine del 1945, alla vigilia di Natale, quando la moto è presentata. Il primo modello ha 3,5 CV a 4.800 giri, alesaggioxcorsa 49x52 mm, cambio a due rapporti, carburatore Dellorto TA 16 A, telaio in tubi, sospensione con forcella a parallelogramma, freni a tamburo da 130 mm, ruote da 19”, peso 74 kg e velocità 65 km/h.

A pochi mesi dal debutto, la piccola motoleggera perde stranamente il suo nome a favore di una semplice sigla: M.V. 98. Neppure esiste un riferimento al marchio Agusta, ma questo per non collegare la moto alle vicende della guerra. Perché non si chiama più Vespa? È un mistero: non risulta un accordo con Piaggio per la cessione del nome e non si tratta di priorità di nascita perché lo scooter arriva solo nel 1946. È possibile che MV non voglia legare l’immagine di una moto a quella di un veicolo quanto meno “strano”. C’è da considerare lo scetticismo che esiste intorno al modello di Pontedera: nei primi mesi di vita la Vespa non riesce a sfondare e la si trova solo nelle concessionarie Lancia dopo che Guzzi si è rifiutata di venderla a fianco delle sue moto. Ci vorranno massicci investimenti pubblicitari, grandi raduni e pure la partecipazione alle competizioni per vincere la ritrosia dei motociclisti. Ma c’è un’ulteriore vicenda “gialla” nel giallo del nome. Perché esisteva un’altra Vespa! Nel 1932 la milanese Miller Balsamo aveva in listino una moto, col motore Sachs 2T di 98 cc, che recava sul serbatoio lo stesso nome degli altri due veicoli. Dopo la seconda guerra mondiale questa Vespa non compare più, stranamente, nei listini Miller Balsamo. Il mistero s’infittisce.

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