Libri di motociclismo... ma anche no

A ruota libera: libri che parlano di moto, che fanno pensare alla moto, che ispirano viaggi in moto...

Libri di motociclismo... ma anche no

Leggere: per alcuni è un piacere, per altri un fastidio. C'è chi divora libri e chi non ne ha mai letti. Io appartengo a quella categoria che inizia molti libri, ne finisce pochi e passa la vita in preda ai rimorsi. Con Pennac sono in debito: sono già al terzo libro dove mi blocco a metà. Eppure ero partito a manetta. Ancora adesso ho i rimorsi per non avere finito “Stirpe di drago”, di Pearl Sydenstricker Buck, che lessi negli anni Ottanta e che è stato il primo che ho interrotto a metà. Eppure mi interessava! La storia era intrigante! Poi, invece, ogni tanto mi capita di finire su scrittori che hanno un stile tale che non riesco a smettere. Una cosa pazzesca, mi sembra di essere un drogato. Credo che gente come Ammaniti o Krakauer potrebbero tenermi inchiodati a leggere fino alle cinque del mattino anche se parlassero di infissi in alluminio. Non c'è bisogno di concentrarsi, con loro, li posso leggere anche mentre aspetto in coda alle poste. Ed è mentre pensavo a quanto quei due sono bravi a raccontare le loro storie che ho concepito un Sentiero Pensiero che parlasse di libri. Però non mi decidevo: libri di moto? No, non mi bastava. Libri che ispirano i giri in moto? Sì, ecco, questo volevo provare a fare. Ovviamente secondo il mio personalissimo metro di giudizio. Certi libri mi sono sentito di metterli in questa lista, ma spero che non mi venga chiesto cosa c'entrano con le moto, perché non lo so. Ho agito per istinto. E non ne ho messo nessuno di Ammaniti, perché per quanto io divori i suoi scritti non mi stimola in senso motociciclistico. Anche se assomiglia a un certo Moroboshi con cui giravo anni fa. Ed anche se, in un suo libro, parla di un certo Sumero, patito di motociclismo, che ha un'enduro e legge Motociclismo: esattamente come il mio amico Sumero, inventore della Motonightmare Before Christmas!

Di seguito parlerò di trenta libri, in tre puntate: una per ciascuna delle mie settimane di ferie.

 

I VIAGGI DI JUPITER

di Ted Simon

Mi sento costretto a metterlo, perché so che tutti si aspettano questo testo in un articolo che parla di libri di moto. Ma il mio grosso problema è che non l'ho mai letto. Non so come dirlo, ma è la verità. E ne sento parlare come del libro di culto dei veri viaggiatori in moto. A mia parziale difesa devo dire che tutte le volte che mi ricordo di lui, dentro una libreria, non ce l'hanno in catalogo. 

 

DAKAR BORDERLINE

di Ciro de Petri e Anna Caracciolo

Questo, invece, l'ho letto. Anzi, credo di essere uno dei pochi fortunati a possederlo. Sulla Dakar esistono alcuni libri (non troppi) ma questo li batte tutti. Questo libro non si può descrivere. Io sono uno di quelli che, nel 1985, mentre l'Italia era ricoperta di neve, correva in edicola per comprare Motosprint e scoprire se Franco Picco era ancora in testa alla Dakar. All'epoca non c'era internet e la TV non si curava della Dakar: l'unica cosa fa fare per tenersi aggiornati era comprare Motosprint. C'erano su le foto mitiche di Gigi Soldano, passate alla storia. C'era il racconto di Ciro De Petri che, ritiratosi con un braccio rotto, vede dal finestrino dell'aereo che tutta l'Italia è ricoperta di neve e lo fanno atterrare a Venezia, spiegandogli che la sua Bergamo è isolata e non raggiungibile. Ecco, se avete vissuto in diretta quei tempi, “Dakar Borderline” vi farà piangere. Ciro De Petri rivive le sue Dakar, da quelle fantozziane corse da privato con la KTM-Rotax a quelle da ufficiale con Honda, Cagiva e Yamaha, fino allo spaventoso incidente che lo riduce in fin di vita e al ritorno, da privato, solo per chiudere in maniera degna il capitolo più importante della sua vita. Il tutto corredato da milioni di foto di Gigi Soldano, compresi gli UomoMezzo degli italiani in riva all'Oceano.

Per me, questo è uno dei libri più preziosi della mia vita, così ho deciso di farlo autografare dai dakariani. Ciro De Petri, Edi Orioli, Nani Roma, Gianpiero Findanno, Aldo Winkler e Franco Picco me l'hanno firmato. Ma, quando mi sono trovato col libro in mano davanti a Richard Sainct e Fabrizio Meoni, ero troppo in soggezione e non ho avuto il coraggio di chiedere che me lo firmassero. Vabbé, inutile andare avanti.

 

THE ROAD

di Cormac Mc Carthy

Il libro più triste e disperato che abbia mai letto. Una di quelle storie che, quando diventi padre, trovi intollerabile. Ed è pure uno dei libri che ho inserito perché secondo me ha a che fare con il motociclismo, ma non so spiegare perché. Ci provo. La trama è semplice: è successo qualcosa alla Terra, per cui la vita si sta spegnendo. Fa sempre più freddo, il cibo finisce e non ci sono speranze che la faccenda si possa invertire. Un padre e un figlio vagano tentando di sopravvivere... Mentre leggo, da una parte mi strazio, dall'altra parte trovo affascinante questa disperazione, questi paesaggi gelati e deserti. Che poi sono gli stessi che vado cercando quando faccio l'Elefantentreffen, o mi invento il Fintentreffen. E, in effetti, sono decine di anni che non so spiegare perché l'inverno sia la mia stagione preferita. Purché sia un inverno crudo.

 

ON THE ROAD

di Jack Kerouac

Dopo The Road, non potevo non mettere On The Road. In questo caso, la trama non è così tragica: c'è un certo Dean Moriarty che ha, per tutta la durata del libro, una irrefrenabile voglia di guidare l'auto da una costa all'altra degli USA, senza un solo motivo plausibile. Che sia la zia di un amico che deve traslocare o qualsiasi altra scusa, di fatto il vero motivo sta nel famoso scambio di parole tra lui e un altro. “Dobbiamo andare e non fermarci fino all'arrivo”. “Dove?”. “Non lo so, ma dobbiamo andare”. In realtà, Dean Moriarty è esistito veramente, aveva davvero questa fissa per andare in auto e si chiamava Neal Cassidy. Anche se è un libro di auto, so benissimo che attinenza ha con le moto. Perché leggerlo è stato come una droga, mi sono accorto che godevo di questi che erano sempre in movimento, mi piaceva quando si fermavano, mangiavano, parlavano con questi e con quelli: la strada era diventata casa loro. E siccome me lo leggevo durante un giro d'Italia in solitario lungo ben 7.600 km, ma con la moto al posto dell'auto, le varie situazioni di “On the road” mi sono entrate nel midollo spinale e mi pare di riviverle tutte le volte che mi ritrovo in autostrada in moto, durante quegli interminabili ritorni con le piccole monocilindriche, con le soste in autogrill di notte, i piccoli guasti, le chiacchiere, i panini mangiati seduti sul marciapiede... Grazie per essere esistito, Neal Cassidy!

 

HELL'S ANGELS

di Hunter S. Thompson

Hunter S. Thompson era già l'autore di un libro che mi aveva divertito molto, “Paura e disgusto a Las Vegas” dove, tra l'altro, si parla di una gara simile alla Baja 1000. Questo però non è un romanzo, ma un lungo trattato giornalistico sugli Hell's Angels. Lo metto subito dopo “On the road” perché, a un certo punto, nel corso della sua inchiesta, Thompson si imbatterà proprio in Neal Cassidy, che frequentava gli Hell's Angels. Hunter passò con loro un annetto, senza dire che era un giornalista, riuscendo a farsi accettare e a diventare loro amico.

Quando ho letto questo libro, sapevo che gli Hell's erano bande violente, ma pensavo che comunque fossero viaggiatori in moto, romantici, che girassero gli Usa in lungo e in largo. A leggere questo libro, invece, pare che limitassero l'uso della moto al trasferimento autostradale verso il raduno, dove poi passavano il tempo a bere e a menarsi con le bande rivali. Una delusione! Ribelli sì, ma con un certo fascino, avevo capito. Invece, no. Eppure, successe che quelli della Beat Generation a un certo punto s'invaghirono degli Hell's e iniziarono a frequentarli. Il libro finisce quando Hunter S. Thompson commette un errore e viene massacrato di botte dagli stessi Hell's dei quali era riuscito a diventare amico.

 

ZERO CHOPPER SPIRIT

di Chop Stick

L'altra faccia dei chopper: quelli che li concepiscono come opere d'arte e non per menare le mani. Personalmente, mi piacciono le Harley ma non amo i chopper. Sono troppo sbilanciati verso la mera funzione estetica (che non è neanche il mio genere) e non servono per viaggiare. Ma quelli realizzati in Giappone dalla Zero Chopper hanno un fascino animalesco, tant’è che quando mi sono trovato tra le mani questo bellissimo libro ho desiderato possederlo. Vi sono fotografate 36 moto, intere o dettagliate, che usano motori Harley degli anni Quaranta, Cinquanta, Sessanta e Settanta. Sono quasi tutte chopper, ma c’è qualche café racer. Sembrano opere d’arte minimaliste, sono rudi, rozze, per niente fighette. Ma che roba, mai e poi mai avrei pensato che meraviglie simili potessero arrivare dal Giappone... Quanti pregiudizi, eh!

 

SCHEGGIA

di Roberto Parodi

E vai! Come ho detto, mi piacciono le Harley e, quando ho avuto questo libro tra le mani, ero emozionato. Parodi è uno che in Africa ha viaggiato veramente con la Harley, una Harley masticatissima, non un chopper da esposizione o una moto da bar. E su questo libro lui parla di Harley che attraversano il Sahara algerino fino all'Assekrem, a 2.800 m di quota. Lo sfoglio e vedo delle mappe della Michelin – anzi, “la” mappa della Michelin del Nord Africa – con su il percorso segnato simil-pennarello, come sulle mappe vissute. Allora la felicità mi ha pervaso e mi sono detto: “Questo diventerà il mio libro di culto”. Invece no, perché Roberto, anziché raccontare un viaggio vero, ha volato con la fantasia, ma a livelli tali che un po' sembra Moccia e un po' Salvatores. Mi sono irritato fin da subito, perché i protagonisti (Scheggia, Accio e Ragno, ueh!) parlano come John Wayne, ma sono fighetti della Milano da Bere che sputano sui loro lavori strapagati da fighi della Milano da Bere. Sono scontenti, sognano l'evasione ed evadono col classico viaggio a tema, per ricordare l'amico morto in Africa mentre girava in Harley tutto solo. E io leggo, penso a Marrakech Express e inizio a sentirmi inquieto, perché mi sto immaginando il finale, che Dio mio non lo farà finire così, vero? Invece sì, lo fa finire proprio così e in mezzo ci mette cose folli quanto scontate, tipo le Harley che battono i quad nella traversata delle dune, o la pupa del gangster (una gnocca molto intelligente) che molla il gangster (il capo dei quaddisti, fascistoide e cretino) per uno dei nostri eroi.

Oh, che devo dire, magari è solo che io sono fissato coi viaggi, non ho ironia e avrei preferito il racconto dettagliato della sua Italia-Dakar.

 

LO ZEN E L'ARTE DELLA MANUTENZIONE DELLA MOTOCICLETTA

di Robert M. Pirsig

Non so se adeguarmi e dire, come tutti, che è stato il testo di formazione della mia carriera di motociclista, o essere onesto e confessare che a leggerlo mi sono, non so trovare le parole, come si può dire, rotto le..., insomma, ho fatto una fatica pazzesca. Ma avevo solo 18 anni e mi sono detto: “Non capisco niente di filosofia, magari lo leggo quando sono più grande”. L'ho ripreso in mano a 33 anni... e mi sono fermato a metà. Oh, senza girarci intorno: è un testo di filosofia, difficile da capire e apprezzare da chi a scuola andava male in filosofia, come me. Ho comprato questo libro pensando che fosse un racconto di un viaggio in moto... e lo è, ma il racconto del viaggio in sé è cortissimo, sono brevissimi episodi che fanno da siparietto al vero scopo di questo libro: essere un trattato di filosofia. Credo che molti abbiano preso il mio stesso abbaglio, ma sarà dura farli parlare.

 

IL BIPLANO

di Richard Bach

Mi scrive un lettore, Orazio Truglio: “A che età hai letto Biplano?”. Io sgrano gli occhi: non conosco questo libro. Gli scrivo: “Perché mi chiedi a che età l'ho letto, se manco sai se l'ho letto?”. Risposta: “Da come racconti i tuoi giri in moto, è evidente che hai letto Biplano”. Mi precipito a comprarlo e, in effetti, anche se parla di aerei ha veramente attinenze fortissime col mondo dei viaggi in moto, quelli randagi. Si tratta della vera storia di un ex-pilota di aerei da caccia (che poi sarebbe l'autore del ben più famoso “Gabbiano Johnatan Livingstone”) che baratta un aereo moderno (cioè, di fine anni Quaranta in un libro ambientato negli anni Sessanta) per un biplano a 5 cilindri degli anni Venti, a elica e con le ali di tela, senza tetto. E già qui, nelle sue motivazioni, il libro affascina il motociclista, che pensa: “Sarebbe come dare via una Honda Crosstourer 1200 col cambio a doppia frizione per una Royal Enfield Bullet”. Ma la descrizione delle procedure di avviamento del biplano è molto più affascinante del colpo di pedale che si deve dare sulla Enfield. Ci sono da fare tantissime operazioni e a leggerlo si prova piacere, se non si è tra quelli che adorano le moto moderne zeppe di elettronica. La seconda parte in cui si gode, a leggere tale libro, sta nel fatto che lui ha preso l'aereo sulla costa atlantica, ma deve portarlo su quella pacifica, perché è là che vive. E quindi viaggia come si faceva coi vecchi biplani: senza radio, senza strumenti, ma a vista, seguendo le autostrade e le ferrovie e confrontandole con la mappa che tiene sulle ginocchia. Se piove, lui si bagna e lo stesso accade ai due magneti dell'accensione: l'aereo si spegne e lui plana in cerca di un prato dove atterrare. Atterra sui prati anche per dormire: sobbalza sulle zolle di terra, quindi si stende dentro il sacco a pelo, sotto le ali, anche quando piove.

Infine, la terza parte degna di nota è quando lui deve passare la catena montuosa alta 3.000 metri che separa il deserto da Los Angeles e ci arriva col cattivo tempo. Non c'è visibilità e c'è un tremendo vento a raffiche. Il buonsenso dice di stare a terra e pazientare, ma lui ci prova, infila tre valli sperando che una sia quella buona e alla fine, visto che non c'è speranza che le cose migliorino, decide di infilarsi nelle nubi. Non è estremamente motociclistica, questa cosa? Quando il tempo è cattivo, le condizioni sono critiche e tu affronti lo stesso il passo alto 2.500 metri? Questo libro m'è piaciuto molto, al contrario de Il gabbiano Jonathan, di cui non condivido lo spirito: “Ogni giorno devo volare un poco meglio del giorno prima”. Io sono del fronte opposto, perché così uno vive stressato per pochi giorni poi, non riuscendo più a migliorarsi, cade in depressione.

 

LE STRADE DEI CANNONI

di Marco Boglione

Molti motociclisti, me compreso, hanno la malattia per le sterrate delle Alpi Occidentali, quel fitto reticolo di vie militari nate a partire da 200 anni fa e che portano quasi tutte a fortini in posizioni suggestive, a quote anche superiori ai 3.000 m. Diverse tra queste strade sono aperte al traffico motorizzato e sono diventate mete ultraclassiche come la Via del Sale, la Gardetta, la Via dei Cannoni, la via dell’Assietta, lo Jafferau, la Cialancia, ecc. Ma ce ne sono molte altre, pensate che tutto il confine tra Italia e Francia è zeppo di queste sterrate! Allora viene voglia di saperne di più, anche al di là dell’aspetto moto. Questo libro è diventato un oggetto di culto, presso gli appassionati, perché racconta la storia di queste fortificazioni, ma spiega anche come arrivarvi. Se poi volete approfondire, in particolar modo, le vicende della nostra mulattiera preferita, quella del Mont Chaberton, allora leggetevi “Mont Chaberton, il Gigante delle Nuvole” o “Salvate lo Chaberton!”.

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