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Libri di motociclismo... e non - Parte 2

Seconda puntata delle recensioni non troppo serie di dieci libri che parlano di moto, o potrebbero averci a che fare

Libri di motociclismo... e non - parte 2

Seconda puntata dei libri che parlano esplicitamente di moto, o che non lo fanno, ma che in qualche modo me le fanno venire in mente. Come dicevo in puntata 1, sono giudizi personalissimi, discorsi da bar del sottoscritto. Non arrabbiatevi, se il vostro giudizio non coincide col mio. Libri, film, persone del sesso opposto, motociclette... non sono tutte cose dove ognuno può pensare il contrario di un altro?

 

ARIA SOTTILE

di Jon (senza “h”) Krakauer

Il monumento dei libri da montagna, secondo me. Non parla della conquista di una vetta inviolata, non è Bonatti che racconta la vergognosa fregatura che gli tirò Compagnoni sul K2, non è Messner che parla della sua collezione di tutti gli Ottomila: è il racconto di due spedizioni “commerciali”, ovvero di persone normalissime, che scalano l'Everest affidandosi ad agenzie viaggi ultracollaudate. Ma ritardi cronici, fisici poco allenati e una bufera porteranno alla morte di parecchie persone, guide comprese. Krakauer faceva parte di quella spedizione come giornalista, quindi visse la tragedia sulla propria pelle. Quando lui inizia a raccontare qualcosa, si entra in un magico mondo, in cui si bruciano centinaia di pagine senza fatica alcuna: lo stile è semplice ma coinvolgente, non spreca parole, arriva subito al sodo. Jon è bravissimo nel descrivere le varie persone, con le loro personalità e nello spiegare la fatica immensa del camminare in salita a ottomila metri, per poi gettarsi esausto in una tendina da due dove, magari, si dorme in tre. Non credo che esistano altri testi che facciano capire meglio di questo cosa significhi scalare un Ottomila. E poi io, in questo libro, ci vedo una notevole analogia con i moderni viaggi africani, dove persone inesperte si affidano alle agenzie di viaggi con i 4x4 al seguito. La parte che più mi impressiona è quella in cui Jon scala la vetta di buon passo, ma deve continuamente fermarsi ad aspettare il gruppo, all'interno del quale ci sono persone lentissime. E lui, stando fermo, tremando dal freddo, è preso dall'ansia, perché vede che il tempo passa inesorabilmente, vorrebbe andare, non può, capisce che stanno tardando troppo e sa che, se inizi a scendere dalla vetta dell'Everest alle 14, o alle 15, molto facilmente sarai costretto a passare la notte all'addiaccio. Ho così capito cosa provava Marco Borsi, organizzatore del TRX, quando in Libia si rese conto che io non avevo alcuna esperienza di dune, che avevo cotto la frizione, che ero lentissimo e che lo stavo costringendo a passare la notte in pieno deserto del Murzuq, senza tenda e senza sacco a pelo. Certo, una notte nel deserto non è nulla rispetto a una notte sull'Everest, ma comunque Krakauer mi ha aiutato a capire Borsi.

 

IL MONDO SU DUE RUOTE,

di Giampiero Pagliochini

Sapete cos’è il panico da foglio bianco? È quando dovete iniziare a scrivere qualcosa e non sapete come fare. Non vi viene in mente la frase. Volete fare un preambolo, avere un’idea, esprimere subito il tutto con una frase efficace... ma il cervello non produce nulla. Dopo 8 ore, di fronte a voi il foglio resta sempre bianco. Ecco, Giampiero “GP” Pagliochini questo panico non l’ha mai avuto in vita sua. In questo libro, 200 pagine piene di belle foto, lui racconta 15 viaggi in moto che ha fatto tra Africa, Asia e Sudamerica in una maniera unica, schietta, andando subito al sodo, senza un solo fronzolo. Un esempio per tutti, guardate come inizia nel caso del viaggio in Marocco del ’93: “Mauro mi precede, quando vedo che la sua ruota posteriore barcolla come un ubriaco, l’affianco, non s’è accorto di nulla, stando in off pensava che fosse normale. Ritorniamo a Fes a passo di lumaca”. Non è un estratto preso 10 pagine dopo l'inizio, è l'inizio stesso! I viaggi, insomma, sono raccontati senza preamboli, senza giri di parole, è più una raccolta di aneddoti, di fatti curiosi e di incredibili riparazioni di guasti che, al suo posto, mi vedrebbero dire addio alla moto e andare avanti a piedi, o seppellirmi sul posto. Tipo quando la sua moto non va in altura e lui riduce il getto usando del fil di ferro; per non parlare di quando si rompe una clavicola e decide di proseguire il viaggio lo stesso, dopo essersi tolto il gesso...

 

IN VESPA DA ROMA A SAIGON

di Giorgio Bettinelli

Secondo me, è il migliore tra i tanti libri di Bettinelli (anche se quello sulla traversata della Cina mette in luce molti aspetti poco noti ma interessanti di quel Paesone), perché è il primo, il più genuino, il più romantico. Quando l'ho letto, non era ancora noto come uno dei più accaniti giramondo con la Vespa e pensai che fosse un pirla. Aveva questo faccione coi baffi che sorrideva sempre, come a prenderti per i fondelli. Raccontava che viveva in una qualche isoletta dell'estremo Est asiatico senza fare niente, perché per campare gli bastava percepire gli affitti di qualche casa che aveva ereditato a Roma. Da sparargli, quanti vorrebbero avere la sua fortuna? Poi un tipo che gli deve dei soldi lo paga con una Vespa, lui non ne vuole sapere, non vuole essere pagato con quel coso e anche qua mi veniva voglia di menarlo, ma insomma, un po' di rispetto per la Vespa! Ci mancava solo che la buttasse per terra come Jeremy Clarkson, il tizio grosso di Top Gear, quando deve attraversare il Vietnam in moto. Ma poi Giorgio si redime, perché guidando gli viene il trip per la moto e decide di andare dall'Italia al Vietnam, appunto, con una Vespa. E il libro diventa bellissimo (anzi no, lo era già), perché lui ha il dono dello stile scorrevole: ci si mette poco e ci si diverte tanto, a leggere le sue avventure. Dopo gli perdoni tutto, tipo il look da scooterista al mare e lo sfacciato disinteresse per la meccanica, oppure quando inorridisce perché un cicloturista scatta più di un rullino in un sito archeologico iraniano, quando poi, una volta intrippato anche lui per la fotografia, non farà altro che UomoMezzo con la gente conosciuta sul posto: una bellissima idea, ma  esistono anche altri tipi di inquadratura, no? Ma è troppo tardi per  dirglielo: s'è spento in Cina...                                                     

 

CURVE & TORNANTI

di Gianni Giorgi, Tommaso Pini e Carlo Cianferoni

Ecco un caso di operazione editoriale che diventa un classico, pur essendo unica nel suo genere. L’idea è geniale: le strade di montagna a fumetti. La mano è quella di Cianferoni, i testi di Giorgi (Pini, collaboratore di Motociclismo nel settore dei viaggi, si è aggiunto in seguito). I due erano e sono tutt’ora amici per la pelle, sono fiorentini e si erano fatti, per pura passione, tutti i passi dell’Appennino. Allora hanno avuto questa bella idea di fare dei disegni delle strade più belle, indicando punto per punto i posti più interessanti, o divertenti da fare in moto. Dagli Appennini si è passati alle Alpi, perché l’appetito vien mangiando. Il mio preferito è il volume quarto, quello dal Brennero al Sempione (28 passi, oltre 120 pagine), perché... hanno fumettato un mio UomoMezzo, oltre ad avere disegnato svariati giornalisti del settore. Non lo sapevo, il libro è del 2010 e questa cosa di me fumettato l'ho scoperta appena tre settimane fa, con tre anni di ritardo!

 

VOGLIO FARE IL TESTER

di Federico Aliverti

Lo so, sono di parte. Aliverti è il vice direttore di Motociclismo e io questo libro l'ho letto quattro mesi prima che uscisse, stampato su fogli A4. L'ho trovato estremamente interessante, perché per la prima volta un libro parla di moto dal punto di vista di chi organizza le prove per una rivista e, quindi, mi ci sono ritrovato. Cercando di essere obiettivo, è interessante perché di solito si pensa che chi lavora per le riviste di moto non faccia altro che guidare moto costosissime in luoghi paradisiaci. “E ti pagano pure” è la frase che più ci si sente dire. Mentre, in realtà, è un lavoro come gli altri, con le sue responsabilità, le cose faticose, le persone che vorresti annegare, i momenti in cui vorresti restare a letto e invece ti tocca andare avanti. Una comparativa di iper sportive a Phillip Island è quanto di meglio uno smanettone possa leggere, viene naturale sbavare di invidia per quelli che vi hanno partecipato, ma avete idea di che casino sia chiedere le moto, organizzare la spedizione dall'altra parte della Terra, scegliere il tipo di pneumatico uguale per tutte, chiederlo alla Casa, farlo montare, coordinare i tester, il fotografo, il videoperatore, i tecnici delle Case (qualcuno di loro che sistemi i problemi meccanici ed elettronici ci vuole), cercare le soluzioni più economiche per farli volare, dormire e mangiare in Australia, constatare che è una cifra stellare, allora prendere il telefono e rompere le palle a questo e quello per far sponsorizzare la comparativa, infine partire... e scoprire che pioverà per tutti i pochi giorni che si starà laggiù?

 

CASCO BEN ALLACCIATO

di Nico Cereghini

Si tratta del libro che ci aspettavamo da anni. Cereghini, infatti, è un giornalista di moto “sempre sulla palla”, ma con un passato di pilota della classe 500 che correva, negli anni Settanta, contro monumenti del calibro di Agostini. Poi ha fatto il tester e l'inviato al Motomondiale. Non esiste nessuno con la sua esperienza, è veramente il Giornalista di Moto di tutti i Giornalisti di Moto. Ma che tipo di libro ci aspettavamo, da lui? Beh, direi proprio questo qua: elargisce consigli di guida sicura prendendo spunto da leggendari episodi di gara spalmati su un periodo di quarant'anni, vissuti sempre in presa diretta. Un libro così è imperdibile! Confesso che l'ho divorato perché mi divertivo tantissimo a leggere gli aneddoti... e meno i consigli di guida, ma anche questi ultimi sono importanti e sono ben trattati.

 

GUADAMI NEGLI OCCHI

di Massimo “Polpo” Neriotti

Per la prima volta, l'enduro non viene visto come un atto d'eroismo, ma viene preso in giro. I puristi non hanno gradito, ma tutto quello che si legge è stato vissuto direttamente dal manubrio di Polpo, che fatica e impreca in mulattiera come gli altri, ma trova che la cosa sia un'infinita fonte di spunti ironici. Lui riesce ad essere comico e poetico al tempo stesso e dà un'anima a un tipo di motociclista che la massa delle persone vede come un vandalo senza cuore. Anche qua, però, sono di parte, visto che compaio in tante avventure, insieme alla “Povera Paolina” Verani. Il peggio, per me, è quando vengo descritto come uno Yeti sardo che trasuda bollicine di chinotto, ma mentre leggevo quello scempio della mia persona mi veniva da ridere, quindi va bene così! Tanti auguri a Polpo, che si sta riprendendo da un doppio ictus (e sono sicuro che saprà farci ridere pure parlando di quello).

 

TUNISIA – GUIDA RACCONTATA PER VIAGGIATORI INDIPENDENTI

di Simone Monticelli

Gran bel libro: descrive tantissimi itinerari in fuoristrada, con tanto di tracce Gps, aneddoti di viaggio personali e approfondimenti culturali e storici. In pratica, se sei di quelli che non ama i viaggi organizzati con la 450 racing e il 4x4 che ti segue portandoti i bagagli questo libro è una manna. Simone, insieme alla moglie Lucia Gambelli, ha un modo molto serio e professionale di viaggiare in moto. Ha girato la Tunisia e il Marocco in lungo e in largo (infatti c'è anche un analogo libro sul Marocco), è andato al Capo Nord russo e in Mongolia sempre senza assistenza, non ha mai avuto problemi tipo guasti seri, incidenti o cadute. Può quindi mettersi in cattedra e scrivere un libro come questo. Verrebbe da pensare che uno con la sua esperienza potrebbe essere un ottimo tour operator per viaggi al confine tra l'organizzato e il randagio e, infatti, ha appena iniziato anche questo tipo di avventura, con la creazione dell'agenzia Steps Over.

 

IL RAID MOTOTURISTICO

di Giovanni Carlo Nuzzo

“My name is Giovanni Carlo, but everybody calls me Giancarlo”. Ho comprato questo manuale nel 1985, quando avevo effettuato il mio primo viaggio in moto e lo trovai preziosissimo. Nuzzo era un tipo che, con la sua Vespa chiamata Bombi, in pratica s'era fatto il giro del mondo in diverse puntate, anticipando Giorgio Bettinelli di una ventina d'anni (anche più), ma spingendosi in posti veramente inusuali per il mototurismo, come la Groenlandia. E aveva riversato tutta la sua esperienza in un libro che ancora oggi ha il suo perché. Intanto perché è piacevole da leggere, dato che il suo motore è la passione di chi ha girato il mondo in moto. Poi, perché se da una parte è interessante per via delle cose antiche che propone (la tecnologia motociclistica e “campeggiatoria” di 30 anni fa), dall'altra è ancora attuale in molte cose e molti consigli. E poi ci piace perché esalta il viaggio con le moto piccole, che negli anni 80 era la prassi, mentre oggi si pensa che ci voglia per forza un 1200. Oggi, GCN scrive tutte le settimane su Motosprint: ha una pagina fissa dove alterna ricordi di viaggio a riflessioni acido-ironiche sugli aspetti più contraddittori del motociclismo moderno.

 

ENDURANCE

di Caroline Alexander

Tra i tanti libri che parlano di Ernest Shackleton, questo è il mio preferito. Nella drammatica storia della conquista del Polo Sud, Amundsen è il figo che ci arriva per primo, Scott colui che perde sia la gara sia la vita e Shackleton quello che ha compiuto una straordinaria impresa per salvare se stesso e i suoi uomini. Ma la massa delle persone conosce solo i primi due. Amundsen era quello che si può definire un professionista: sapeva cosa stava andando a fare e lo fece in maniera impeccabile, senza sbagliare un colpo. Scott, invece, effettuò due tentativi, perseverando sempre negli stessi, diabolici errori e andò avanti, fino al Polo (dove arrivò secondo), pur sapendo che non avrebbe avuto abbastanza cibo per tornare indietro. C'è una sorta di eroismo perverso, molto umano, nella sua orribile fine. Al contrario, Shackleton – pur essendo un “malato di Polo”, come gli altri – considerava la vita umana più importante della gloria (100 anni fa non era così scontato), quindi rinunciò a raggiungere il Polo quando capì che non avrebbe avuto viveri a sufficienza per tornare sulla costa dell'Antartide.

 

Al Polo ci arrivarono entrambi i suoi rivali sicché, per entrare nella Storia, Ernest dovette cambiare obiettivo: essere il primo al mondo a compiere la traversata integrale dell'Antartide, da una costa all'altra, passando per il Polo Sud. Ma fallì anche questa impresa, per colpa di una straordinaria ondata di freddo che fece ghiacciare il mare intorno alla nave pur essendo piena estate (era il 19 gennaio del 1915). Il ghiaccio non si sciolse, anzi, a mano a mano che l'inverno avanzava strinse la nave in una morsa letale, che il 21 novembre 1915 fece esplodere lo scafo. In quei dieci mesi, il ghiaccio alla deriva aveva spinto la nave di ben 16 gradi di latitudine più a nord. Shackleton e i suoi 27 uomini dovettero accamparsi sulla banchisa e passarono cinque mesi mangiando provviste e saltando da un'isoletta di ghiaccio all'altra finché, l'8 aprile 1916, riuscirono a calare in acqua tre scialuppe e a raggiungere, remando per una settimana, Elephant Island, uno scoglio completamente disabitato dove le condizioni di vita erano durissime: usavano le scialuppe rovesciate come case e si nutrivano dei pesci che riuscivano a pescare, senza alcuna speranza che qualcuno venisse a salvarli, anche perché in tutto il mondo li credevano morti da un pezzo. Dopo una settimana, Shackleton capì che l'unica soluzione era quella di raggiungere, a remi, la Georgia Australe, ovvero la terra abitata più vicina, che distava “appena” 1.300 km. Decise di rischiare il meno possibile, quindi una sola scialuppa e appena cinque persone. Ci misero due settimane, durante le quali stettero coi vestiti bagnati a temperature prossime o inferiori allo zero. Quando arrivarono alla Georgia Australe, sbarcarono sulla costa sud, ma le poche case si trovavano su quella nord e la scialuppa era ormai allo sfascio, per cui a Shackleton ed altri due toccò anche la traversata coast to coast dell'isola in 36 ore no stop, passando per cime inviolate e ghiacciai, senza abbigliamento e materiali da alpinismo. E ce la fecero pure in questo caso.

 

Era il 20 maggio. Solamente il 30 agosto, però, riuscirono ad andare a prendere gli altri 23 uomini che, quindi, a Elephant Island resistettero per quattro mesi e mezzo, senza avere una sola idea su che fine avessero fatto i cinque compagni di viaggio. In tutto, il loro naufragio era durato quasi un anno e otto mesi. E veniamo al libro in questione: lo ha scritto una giornalista del National Geographic, Caroline Alexander e le foto sono quelle scattate da Frank Hurley, fotografo ufficiale della spedizione che, nonostante gli immensi disagi, riuscì a salvare le lastre che aveva impressionato durante quei quasi due anni. Sono foto di un interesse storico elevatissimo e, in più, sono pure belle, perché Hurley era bravissimo... e pure avanti coi tempi. Infatti scattò solo una foto dei due eventi opposti costituiti dalla partenza della scialuppa da Elephant Island e dal salvataggio di quattro mesi dopo, perciò, con molta disinvoltura, trasformò quella foto mascherandone una parte, invertendone il significato e facendo, in camera oscura, ciò che oggi si farebbe col timbro clone di Photoshop. E stiamo parlando di cento anni fa!

Cosa c'entra questo libro con le moto? C'entra tantissimo: quando viaggio d'inverno, magari bagnato fradicio e siamo sotto lo zero, penso a Shackleton e mi passa il freddo!

 

 

 

 

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