di Marco Marini - 23 febbraio 2019

E-ndian, una Indian Powerplus elettrica

Riprende le linee della prima Flathead del Marchio americano, costruita tra il 1916 e il 1923, ma è spinta da un moderno motore elettrico
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Achille, il creatore di questa special, voleva fortemente una Indian Powerplus (la prima Flathead del Marchio americano, costruita tra il 1916 e il 1923) da mettersi in casa, ma per quella originale ci vogliono 90mila euro o più. Piano B: costruirsela da zero. Contattato l’amico Alessandro, bravo modellista esperto di meccanica, inizia l’avventura. L’idea originaria era di ricostruire da zero la moto degli anni 20, ma con un motore finto, per non puzzare di olio in casa, essendo esclusivamente una show bike. Poi l’idea ha preso forma ed è cambiata radicalmente: la moto deve avere un motore, ma pulito, elettrico, nascosto nel finto motore termico.

Tubi di acciaio e tubi di plastica

Siamo a Jesolo, in un garage; è l'agosto 2017 e c’è una fotografia appesa al muro. Ritrae la Powerplus, un’immagine ingrandita fino al rapporto 1:1, per prendere le misure. Così viene costruito il telaio in tubi di acciaio C40 dello spessore di 0,8 mm. Il serbatoio originale è stato ricostruito con un mix di vetroresina e tubi di plastica, quelli arancioni da idraulico… Tanto, mica deve starci dentro la benzina! All’interno sono invece posizionate tre pesanti batterie al piombo (un po’ di epoca in questo progetto è stata mantenuta...). Motore e batterie sono prelevate da un monopattino D.T.M. elettrico, evidentemente non di ultimissima generazione visto che non adotta batterie al litio. Il motore è da 1.500 W e ha due livelli di potenza selezionabili. Quel tastino sul finto serbatoio serve per passare dalla modalità normale a turbo e, proprio accanto, è stato ricavato un bulbo trasparente con i LED per vedere la carica delle batterie. Onestamente non ce la sentiamo di criticare Achille per le doti dinamiche della sua e-ndian, perché non è quello lo scopo di questo mezzo. Lui voleva stupire, e il premio ricevuto al Motor Bike Expo, lo scorso gennaio, è la conferma che l’obiettivo è stato centrato.

La ciclistica è stata costruita da zero, compresa la forcella, che sfrutta una mezza balestra come elemento ammortizzante. Achille voleva ammorbidire una sua hot-rod e ha tolto un foglio alle balestre posteriori. Uno di questi è servito per la e-ndian. Quello che non c’era minimamente sulla moto dell’epoca è il freno a disco, anzi, quella moto correva sul muro della morte e non aveva proprio i freni, mentre qui è stato messo un piccolo freno idraulico, sulla ruota anteriore, di derivazione mountain bike. Sempre dal mondo bici arrivano le ruote, che sono delle fattie da 26”, con pneumatici bianchi.
Discorso diverso per la trasmissione: la cinghia viene da un'auto auto, è quella utilizzata per i servizi, e le due pulegge determinano il rapporto finale. Achille ammette che siamo lunghi e che servirebbe una puleggia posteriore più grande, ma aumentandone ancora il diametro si andrebbe a nascondere del tutto la ruota e questo lui non lo vuole. E veniamo al cuore non-pulsante di questa moto, il motore: non è altro che un prototipato 3D costruito sovrapponendo molto strati di materiale per arrivare ai componenti definitivi.

"Non volevamo far finta che fosse una Powerplus"

Confrontando però questo propulsore con quello della moto degli anni 20, vediamo che è parecchio diverso. Perché non lo avete replicato più fedelmente? – chiediamo ad Achille. “Non volevamo far finta che fosse una Indian Powerplus vera, e così abbiamo messo la scritta e-ndian sul serbatoio e abbiamo rifatto il motore appositamente un po’ diverso, per mettere il tarlo nella testa di chi guarda”. Doveva esserci qualche cosa che dicesse che sotto sotto c’è qualcosa, insomma. E la chicca dei trafilaggi di olio dalla base dei cilindri, fatti con la vernice nera, sono una trovata geniale. Vi dicevamo che la prova dinamica non ci ha fatto gridare al miracolo… Bene, ma comunque ci ha fatto gridare. Perché la moto frena pochissimo, accelera pianissimo e raggiunge sì e no i 45 km/h. E fatica ad andare dritta. E se sterzi, il comando del gas, che altro non è che un piccolo cardano collegato a un fil di ferro, va a toccare il faro anteriore a LED (messo dentro una vecchia lampada ad olio). Insomma, un disastro? Per una moto che non vuole stabilire primati sul lago salato di Bonneville, ma punta a piacere per estetica ed idea, va bene così. Se poi la volesse anche usare, allora dovrebbe lavorarci ancora un po’ per affinare questi aspetti.

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