Croazia, i Grandi Parchi

Siamo partiti con l’idea di imbastire un itinerario unendo alcuni grandi parchi della Croazia, dai Laghi di Plitvice alla riserva di Krka (tante foreste, cascate e frescura!). Poi, ci siamo lasciati prendere dall’irresistibile fascino delle perle più note, Zara e Spalato, ma soprattutto da Sibenik, una vera scoperta che merita, da sola, un viaggio

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Istria: il Parco Naturale di Ucka, paradiso degli escursionisti per lunghe camminate tra fitte foreste, ma anche free-climbing, mountain bike e volo libero

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La Croazia è una di quelle mete considerate “facili”: è vicina, è esotica, ha belle strade sulla costa e nell’entroterra, offre spiagge stupende, piacevoli passi montani e cittadine ricche di storia e, nonostante non sia più quella di 20 anni fa, ha dei costi tutto sommato ancora contenuti.

Con poco più di 4 milioni di abitanti (praticamente quanto Roma e Milano) e una densità demografica di 73 persone per km², è una terra straripante di natura, abbiamo quindi deciso di attraversarla seguendo la mappa dei suoi principali parchi, tra laghi immacolati, cascate e patrimoni Unesco.

La regina del tartufo

Ok, andiamo in Croazia, primo dubbio: un traghetto oppure ce la facciamo tutta via terra? Visto il costo della benzina forse sarebbe migliore la prima opzione, ma in fondo a noi guidare piace.

Sebbene il nostro tour inizi virtualmente dal Parco Nazionale dei Laghi di Plitvice, in Dalmazia, decidiamo di dirigerci verso Trieste, attraversare un breve (e piacevole) tratto di Slovenia per poi entrare in Istria, la penisola a forma di cuore che si estende per 3.600 km² a sud della città di frontiera italiana. Anche perché l’altra cosa che ci piace fare è mangiare bene e l’Istria ha molti argomenti convincenti, in questo senso.

Dubbio risolto, la nostra prima tappa sarà Buzet e più precisamente Karlić tartufi, azienda agricola a conduzione familiare che ci attende nella frazioncina di Paladini. In estate la costa istriana, nonostante le spiagge di ciottoli non siano le più belle della Croazia, viene invasa dai turisti del Centro Europa, ma nell’interno si trovano freschi angoli di pace anche a metà agosto.

Per le buone forchette qui è un vero paradiso: pesce freschissimo, tartufi bianchi, asparagi selvatici, ottimi oli d’oliva e vini pregiati prefigurano un quadretto d’eccellenza che si completa con il fascino delle cittadine rurali e le tante strade annodate in foreste sconfinate. L’azienda Karlić tartufi si trova a un tiro di schioppo da Motovun (Montona, in italiano), affascinante quanto famoso borgo arroccato in cima a una collina a 277 metri sopra la valle del fiume Mirna. Ed è nell’umida e oscura foresta di Motovun che si trovano i migliori tartufi croati: bianchi, neri pregiati e neri estivi.

La nostra seconda tappa sono i Laghi di Plitvice, il parco più antico e più esteso della Repubblica di Croazia. La scelta della strada per raggiungerli è direttamente connessa al tempo a disposizione. Personalmente consiglierei la costa, magari con una o più soste intermedie. La E65 che corre parallela all’isola di Krk è una di quelle strade da fare almeno una volta nella vita (magari non nei weekend o in altissima stagione), deviando verso l’interno all’altezza di Carlopago per infilarsi nelle Alpi Dinariche.

Con i nostri tempi compressi dobbiamo “accontentarci” di lambire Fiume e proseguire verso Delnice seguendo le indicazioni per Karlovac, per poi piegare verso sud all’altezza di Vrbovsko, seguendo la D42. Arriviamo a Fiume attraversando il Parco Naturale di Učka, meta di parecchi escursionisti, che prende il nome dal massiccio che divide il Quarnaro dall’Istria centrale, dominando il paesaggio interno con la sua cima più alta, il Vojak (1.401 metri). Dopo questa prima indigestione di curve immerse nel verde più fitto, iniziamo a guidare spediti attraversando cittadine e paesaggi più aperti. Da Kamenica Skradnička in poi però la strada torna ad essere tortuosa e immersa in fitte foreste senza soluzione di continuità, foreste di cui godiamo ben poco, visto che quando finalmente arriviamo in hotel è ormai buio pesto.

Il nome del sito, Parco Nazionale dei Laghi di Plitvice, è un po’ fuorviante, dato che qui il vero nucleo d’interesse non sono tanto i laghi quanto le centinaia di cascate che li collegano in quella che è la maggiore attrattiva naturale croata, accolta tra i siti Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1979. Ad ogni modo: portatevi un paio di scarpe comode, parcheggiate le motociclette e immergetevi in buone 6 ore di camminata attraverso 18 km di ponti e passerelle di legno che si snodano lungo le sponde e attraverso gli scrosci d’acqua.

Non fatevi prendere dall’ansia però, volendo i tragitti - effettivamente impegnativi, soprattutto se d’estate - si possono accorciare grazie agli autobus e ai battelli compresi nel biglietto d’ingresso. La zona dei laghi di Plitvice vanta anche un triste primato. In seguito alla dichiarazione d’Indipendenza della Croazia del 1991, infatti, i vicini Serbi della Krajina si autodichiararono repubblica autonoma e il 31 marzo gli attivisti presero possesso degli uffici della direzione del parco, uccidendo l’agente di polizia Josip Jović, prima vittima della guerra balcanica.

Il sistema dei laghi di Plitvice è diviso in due zone, una superiore una inferiore, composta da laghetti meno profondi. L’acqua proviene in gran parte dai fiumi Bijela e Crna (Bianco e Nero), che s’incontrano a sud del Lago Prostansko, ma i bacini sono alimentati anche da molte sorgenti sotterranee.

La nascita di questo paesaggio in continua trasformazione è dovuta a un fenomeno unico nel suo genere, che va avanti indisturbato più o meno dalla fine dell’ultima Era Glaciale: i laghi superiori sono separati da barriere di roccia dolomitica, che crescono via via che i muschi e le alghe assorbono il carbonato di calcio trasportato dall’acqua che scorre attraverso la roccia carsica.

Questi vegetali incrostati di calcare crescono gli uni sopra gli altri, formando barriere di travertino che danno infine vita alle cascate. I laghi inferiori, creatisi proprio nelle cavità create dall’acqua di quelli superiori, sono soggetti a un processo analogo, poiché il travertino si forma di continuo e in combinazioni sempre nuove, modificando incessantemente il paesaggio.

Inoltre la quantità di minerali e organismi presenti nell’acqua ne determina anche il colore, che cambia incessantemente andando dal turchese esagerato al grigio acciaio, passando per il verde giada che abbiamo trovato noi.

Appena fuori dal parco svoltiamo a destra, verso Prijeboj: un asfalto praticamente perfetto scorre veloce sotto le ruote, mentre tutto intorno si susseguono foreste di faggi e di abeti rossi e bianchi, inframmezzate da macchie di sorbi montani, carpini e frassini profumatissimi. I tanti cartelli che indicano di fare attenzione alla fauna selvatica non vanno presi sottogamba, da queste parti non è raro incontrare cervi, cinghiali, conigli, volpi e tassi, ma anche lupi e orsi (ne sono stati censiti una cinquantina di esemplari).

Lungo la D1 il paesaggio cambia completamente, ci lasciamo definitivamente alle spalle i boschi per entrare in una zona brulla, quasi arida, punteggiata di rocce e vegetazione bassa in un’area prevalentemente pianeggiante, con le Alpi Bebie che fanno capolino dalle curve. L’ingresso nella D27, all’altezza di Gračac, nella regione zaratina, ci porta di nuovo in quota a lambire le Alpi Dinariche che, a dispetto del nome, non rientrano in nessuna classificazione alpina e sono invece considerate una catena montuosa indipendente.

A pochi chilometri da noi si stende il Parco Nazionale di Paklenica, recente propaggine del Parco Nazionale del Velebit settentrionale, il più giovane parco nazionale croato (fondato nel 1999). La strada adesso è stupenda, attorcigliata in rocce rosse erose dal tempo e dalla bora nordica, con scorci di mare da cui spuntano centinaia di isolette e laggiù, in lontananza, Zara.

Entrando a Zara siamo accolti da brutti edifici squadrati che si inerpicano lungo l’entroterra collinare da cui proveniamo. Il traffico prevalentemente locale ci rivela una città vivace e operosa che finalmente svela tutto il suo fascino una volta arrivati al ponte pedonale che collega la parte più nuova alla penisola su cui sorge il centro storico murato.

Ricca di rovine romane, chiese medievali, localini colorati e musei, la città vecchia non è troppo affollata. La visitiamo a piedi, dopo che due ragazzini ci hanno fatto strada, impennando gagliardi con le loro biciclette, conducendoci a un posto appartato in cui parcheggiare gratuitamente le nostre moto.

In realtà ci rendiamo subito conto che qui il parcheggio selvaggio, almeno dei mezzi a due ruote, sembra ampiamente tollerato. Josip, la nostra guida, ci racconta come sua nonna, nel corso della sua vita, abbia cambiato 5 nazionalità e lingue parlate senza mai muoversi da casa.

Dominata dagli austriaci fino ai primi del ‘900, alla fine della Prima Guerra Mondiale la città divenne una provincia italiana con il Trattato di Rapallo del 1922. Nel 1943, quando l’Italia si arrese alle forze alleate, la città venne occupata dai tedeschi, subendo per questo pesanti bombardamenti che ne distrussero quasi il 60% del centro storico.

Ci vollero 4 anni per arrivare al 1947 e all’annessione ufficiale alla Jugoslavia. Ma nel 1991, dissoltasi la Repubblica Federale Jugoslava, Zara divenne provincia croata, oggi capoluogo della regione zaratina. Insomma, quattro passaggi in 70 anni che ne fanno oggi una città cosmopolita, nel suo piccolo, con una certa eleganza asburgica e tanti musei che ne raccontano la storia travagliata.

Va goduta passeggiando placidamente, magari passando dal bel mercato del pesce, ma quando arriva il tramonto non perdetevi le sue due maggiori attrattive, uniche al mondo: l’Organo Marino e il Saluto al Sole. Il primo, progettato dall’architetto Nikola Bašić, si trova sull’angolo nord-occidentale della banchina che circonda il centro storico. Si tratta di un sistema di canne e fischietti realizzato forando i gradini di pietra del lungomare, che suona grazie all’aria spostata dalle onde del mare. L’effetto è ipnotico, immaginate di tuffarvi dai gradini e nuotare cullati da una melodia continua. Gli unici poco contenti dell’insolita opera d’arte sono gli abitanti delle case appena sopra la banchina: un po’ li capisco in effetti, non oso pensare cosa possa essere di notte, d’inverno, quando il vento soffia forte dal mare verso la costa!

Anche il Saluto al Sole è un’invenzione di Nikola Bašić, un cerchio di 22 metri di diametro inserito nella pavimentazione e formato da 300 pannelli fotovoltaici che durante il giorno assorbono l’energia del sole per restituirla di notte in un caleidoscopico spettacolo luminoso che simula il moto del sistema solare.

Da Zara ci allontaniamo di nuovo dalla costa, infilandoci nella D56 per non lasciarla più fino a Skradin (Scardona), circa 70 km di strada placida e poco trafficata srotolata in un paesaggio scarno e punteggiato di paesini anonimi. Sembra un po’ un certo Sud Italia, con quella ruralità povera e arida che si trova a fare da raccordo tra i centri turistici, senza riuscire ad intercettarne i flussi.

Skradin si stacca prepotentemente dall’anonimato della strada che la precede, un pittoresco borgo adagiato vicino alla foce del fiume Krka, sulla cui via principale si alternano case di pietra e altre intonacate con colori vivaci, sovrastate da un imponente forte diroccato. Dal paese parte una bella camminata all’interno del Parco Nazionale Krka, che conduce alla cascata Skradinski Buk, attrazione principale della riserva con un fronte di 800 metri che supera un dislivello di circa 46 metri prima di gettarsi nel lago inferiore, dove si può fare il bagno.

Ci addentriamo nel parco risalendo per mezz’ora il fiume a bordo del battello che parte ogni ora dal porticciolo di Skradin (20 Kuna, circa 2,70 euro andata e ritorno), per poi passeggiare lungo la passerella di legno che unisce i vari isolotti affioranti dalle acque verde smeraldo e ricchissime di pesci.

Siamo nella porzione finale del parco, che in realtà è immenso: si estende infatti lungo il percorso di 73 km del fiume da cui prende il nome, dal mare fino alle montagne dell’entroterra. Un luogo magico, con un microclima rinfrescato dallo scrosciare dell’acqua che ripara dalla calura estiva e un percorso che si dirama tra cascate e gole, dove l’azione erosiva della corrente ha scavato canyon che in alcuni punti raggiungono i 200 metri di profondità.

A differenza dei laghi di Plitvice, qui i punti di interesse sono anche le strutture costruite dall’uomo, come l’incredibile Monastero del Krka, il più famoso monastero serbo ortodosso croato, combinazione unica di architettura bizantina e mediterranea, fondato nel 1345 da Jelena Šubić, moglie di un nobile croato della zona e sorella dell’imperatore Dušan di Serbia. Il monastero è tutt’oggi sede del più antico seminario della chiesa serbo-ortodossa e attualmente ospita una cinquantina di studenti di teologia.

Interessanti anche il Monastero francescano Madre della Misericordia, fondato nel XIV secolo da eremiti agostiniani e ampliato nel 1445 dai francescani bosniaci in fuga dall’invasione ottomana, e il Burnum, rovina dell’unico anfiteatro militare romano della Croazia.

Da Skradin a Sibenik percorriamo solo 20 km di curve piacevoli incorniciate da muretti a secco e macchia mediterranea, l’odore del timo e del rosmarino selvatici si infila prepotentemente dietro la visiera.

Dietro a una curva ci si apre d’improvviso una vista meravigliosa del paese di origine medievale, con i bastioni della Fortezza di San Michele che dominano la città e le isolette adriatiche sparse di fronte a noi.

Tutto il centro è di una bellezza commovente, sviluppato attorno a quella meraviglia che è la Cattedrale di San Giacomo (ingresso costa 20 Kn). Capolavoro dell’architetto dalmata italiano Giorgio Orsini, conosciuto come Juraj Dalmatinac (Giorgio da Sebenico), questa chiesa unica al mondo ha visto avvicendarsi in realtà più architetti, visto che la sua costruzione si è protratta dal 1431 al 1536.

Patrimonio UNESCO dal 2000, ha la peculiarità di essere costruita interamente in pietra locale, ed è la più grande chiesa al mondo tra quelle erette senza l’ausilio di elementi di sostegno in mattoni o legno. L’altra caratteristica unica è la corrispondenza tra struttura interna ed esterna, la cupola e tutta la copertura, infatti, sono realizzate sovrapponendo a scalare degli enormi blocchi di pietra incastrati tra loro.

Tutto l’impianto architettonico ci racconta la transizione dalle forme gotiche a quelle rinascimentali, in un unicum amalgamato perfettamente. Sono tanti i punti di interesse in questa cattedrale, ma mi preme raccomandare soprattutto di perdervi a osservare le 71 teste scolpite che fregiano i muri esterni delle absidi. Sono ognuna diversa dalle altre, 71 ritratti dalle espressioni ora placide, ora colleriche, ora fiere, ma anche comiche, impaurite, buffe, sbeffeggianti.

Sono considerate uno studio di tipi umani riferito alla popolazione cittadina del XV secolo, ma c’è chi dice che i volti rappresentino i donatori avvicendatisi nel secolo di cantiere, dove quelli più restii ad aprire con generosità il borsello sono stati scolpiti in modo malevolo. Al solito, la verità in questo casi è secondaria rispetto alla suggestione. Viene da chiedersi come mai Sibenik non sia affollata di turisti come Spalato o Dubrovnik, perché ha davvero poco da invidiare alle due perle del turismo croato.

Mentre ce lo chiediamo ci godiamo però il passeggiare pacioso tra i ciottoli del centro. Anche la sua storia è particolare, a differenza di altre cittadine costiere della Dalmazia nate per mano dei greci, dei romani o degli illiri, Sibenik fu fondata nell’XI secolo dal re croato Petar Krešimir IV. Una curiosità: uno dei sindaci della città fu l’ingegnere e inventore Ante Šupuk che, ispirato dalle scoperte del conterraneo Nikola Tesla, nel 1895 realizzò sul fiume Krka uno dei primi impianti idroelettrici del mondo, trasformando Sibenik in una delle uniche tre città al mondo dotate di un sistema di illuminazione stradale a corrente alternata.

Gli ultimi 70 chilometri, percorsi prevalentemente lungo la D58, ci portano a Spalato, Split in Croato. Io non ci avevo mai pensato, ma due turisti con cui ci fermiamo a fare quattro chiacchiere al ristorante, ci fanno notare che il nome della città riporta a qualcosa di diviso, spaccato, frazionato. Split, appunto. Solo che non è una città inglese questa.

No, non c’entra nulla nessuna spaccatura o divisione (Diocleziano che divideva la società colpendo i cristiani, mi dicono), il nome è parecchio più antico dello splendido palazzo che rappresenta oggi la ricca cittadina dalmata: deriva dalla ginestra spinosa, arbusto molto comune nella regione, che in greco antico era denominato Aspálathos. Ginestra.

Torniamo a noi. Spalato ha bisogno di molti meno salamelecchi di presentazione rispetto a Sibenik che, lo sottolineo, è stata la più bella sorpresa di questo viaggio. Al suo fascino innegabile contribuisce anche la posizione sontuosa, incorniciata dalle montagne costiere che si specchiano nelle acque turchesi dell’Adriatico, impreziosite da un mosaico di isolotti.

È tutta bella, Spalato, ma inutile girarci attorno, il polo d’attrazione qui è il Palazzo che l’Imperatore Diocleziano si fece costruire tra il 293 ed il 305 d.C. per trascorrere la vecchiaia (patrimonio UNESCO dal ‘79, manco a dirlo). In effetti, oltre a essere una delle più imponenti tracce monumentali di epoca romana giunte fino a noi, è probabilmente il luogo in cui passerete maggior tempo se deciderete di visitare questa città, anche senza esserne del tutto coscienti.

Non è esattamente un palazzo, né un museo, ma il cuore pulsante di Spalato, il suo centro storico, attraversato da una fitta rete di vie piene di gente, abitanti, negozi, bar, ristoranti e piccoli mercati. Un rettangolo chiuso da mura con i due lati rispettivamente di 215 e 180 metri. C’è gente che ci vive, nel palazzo di Diocleziano, e tanta, tra passaggi coperti e cortili dove i ragazzini giocano a pallone e gli anziani siedono alle finestre delle loro case osservando il viavai tra queste mura millenarie.

Cardo, decumano, quattro porte intitolate a quattro diversi metalli che si aprono a ogni lato delle mura, cattedrale, peristilio, sfingi e colonne. C’è di che passare una buona giornata ad ascoltare una guida camminando, soffermandosi sui mille particolari. Ma una delle cose più interessanti è attraversare il mercato coperto, permanente, ed infilarsi nei sotterranei in un’atmosfera che si perde nelle pieghe del tempo.

Guardate quelle volte di pietra, le arcate, le sale: tutto quello che c’è sopra si regge su questi pilastri, e lo fa da oltre 1.700 anni. Se non vi basta questo per una bella sindrome di Stendhal vecchia maniera, beh, allora potrete concentrarvi sul fatto che siete appena entrati nell’antro dei draghi, il luogo in cui Daenerys Targaryen custodisce la sua preziosissima nidiata squamata quando è a Meereen. Non lo sapevate? Molte scene del Trono di Spade sono state girate qui. Chissà cosa ne penserebbe Diocleziano.

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