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Marquez e la vendetta plateale come messaggio

Sfrontato, sfacciato, senza timori reverenziali, senza dubbio talentuoso. Finché Marc Marquez si limita a "usare" queste sue doti in pista e correttamente, la sua presenza fa bene al Motomondiale. Ma ultimamente ha esagerato, con un'escalation di ostruzionismi e di favoritismi da mettere i brividi

Missione compiuta!

Quando scende dalla moto e sfila il casco, il sorriso che si allarga fanciullesco ingabbia a stento la gioia feroce per il calcolo vincente. Non lo richiuderanno le bordate di fischi sul podio, le ammissioni di inciucio “patriottico” di Lorenzo, le domande (in alcuni casi scomodissime) dei giornalisti. Quel sorriso sulla faccia di uno che è riconosciuto un fenomeno ma ha deliberatamente prodotto una gara manipolata, è raccapricciante in un campione. 
Parole pesanti, lo so. Ma non ditemi che la delusione per la sconfitta di Valentino, che in effetti è cocente, anestetizza ogni capacità di analisi. Anzi voglio dire che mi sono imposto di scrivere questo pezzo a mente fredda, 24 ore dopo la fine gara. Così è stato.
 
L’aspetto più sfrontato di Marc Marquez, in stupefacente assenza di vergogna, è la platealità della vendetta. Un regolamento di conti premeditato e messo in pratica attraverso una escalation di ostruzionismi e di favoritismi da mettere i brividi (checché ne dicano in HRC). In Australia il sorpasso finale a Lorenzo ha occultato in qualche modo quello che solo gli addetti ai lavori - ma dovrei dire, senza offesa per nessuno, chi ha corso in moto - potevano cogliere. Lo step 2 è stato di ingaggiare in Malesia a inizio gara una battaglia insensata e ostruzionistica camuffata però da duello rusticano tra il giovane talento e il campione che non molla. Qualcuno lì ha iniziato a capire, altri ancora si sono lasciati ingannare da una battaglia come se ne vedono tante. Ma l’asticella è stata alzata ulteriormente a Valencia, dove finalmente il guardaspalle ha calato la maschera in modo definitivo.
 
È questa la novità assoluta. La smaccata teatralità dell’azione. La certificazione agli occhi del mondo della condotta antisportiva. La goduria di un biscottone troppo evidente per non essere anche un messaggio. Un messaggio a Rossi, alle Case, ai piloti, al mondo intero della moto: “Qui comando io e me ne sbatto i coglioni di tutto e di tutti”. Riporto tra virgolette perché questo è anche il pensiero di Valentino. Fin dove si può spingere uno così? La spirale di scorrettezze può avvitarsi in qualcosa di veramente pericoloso in ottica 2016? La Dorna e la Honda, o magari una soltanto tra loro, devono richiamarlo ufficialmente all’ordine? Diamoci delle risposte senza fare dietrologia. È vero che Marquez è spagnolo e che è il futuro della Motomondiale, quindi Ezpeleta al pugno di ferro potrebbe preferire i guanti di velluto. È vero anche che la Honda su questo straordinario talento ha investito e probabilmente impostato il programma di lavoro del prossimo decennio in MotoGP. È tuttavia possibile che Ezpeleta e Nakamoto non siano corresponsabili di questa vicenda e che un bella tirata d’orecchie al ragazzino gliel’abbiano data. In due parole diciamo che fanno buon viso a cattivo gioco.
Il problema però rimane: se il virus dell’antisport contagerà da qui in poi lo sport che amiamo, di questo sport non rimarrà più niente. Così non tornerà una meglio gioventù. È talmente triste una tale ipotesi che vorremmo dire a Marquez che il dono divino della manetta comporta anche delle grosse responsabilità. 
1/83 MotoGP Valencia 2015: Marc Marquez

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