Piloti e amatori

Che differenza c'è tra un pilota e un amatore? In termini di tempo sul giro un abisso, ma si può colmare. Servono solo due ingredienti

Piloti e amatori

di Aldo Ballerini

Sticking a feather up your butt does not make you a chicken”. Questa è la frase originale, versione in chiave moderna dell'antiquata "l'abito non fa il monaco". Che mi sta un po' antipatica anche se non so perché. Nel nostro minicosmo motociclistico l'ho tradotta con: scrivere il tuo nome sulla tuta non fa di te un pilota. Io il nome sul sedere come i piloti ce l'ho, mi piace, sono contento che mi si riconosca e ho pure scelto lo stesso carattere topolinesco di Rossi. Già che c'ero, tanto valeva esagerare.

 

UN PILOTA DEVE VINCERE SEMPRE CON TUTTO

Ma non mi sento un pilota, perché mi manca qualcosa. Credo di avere una buona predisposizione per guidare la moto - altrimenti farei un altro lavoro - ma dire "se avessi corso oggi sarei un pilota" per me è fuori luogo. I piloti hanno dentro una cosa importantissima, che a me è quasi sconosciuta: la competitività. Loro devono sempre vincere, arrivare primi, in qualsiasi modo, a qualsiasi costo, in ogni cosa. Ricordate il film con Tom Cruise, Giorni di tuono - scusate, divagazione: il titolo in italiano fa cagarissimo, sembra un film sul maltempo, l'originale è Days of Thunder, n'arta roba - dove lui e il suo rivale si ingarellano con la carrozzella? Beh, ecco, per me quella scena rappresenta molto bene cos'ha dentro un pilota. Devi voler vincere a tutti i costi; questo, oltre ovviamente al talento, è l'unico requisito che serve per stare davanti, cioè per essere un pilota.

 

CHI ME LO FA FARE?

Un pizzico di competitività è innata nell'uomo, quindi non è che la mia sia zero, ma non è una cosa che non mi fa dormire la notte. Se dovessi vincere, bene, altrimenti pazienza. Anzi, la mia idea è: scannatevi pure, chissenefrega. Ovvio che così non vincerò mai. Quest'approccio alla moto mi accompagna sempre, ma ho ben chiaro in mente un episodio in cui mi sono naturalmente frenato. È stato alla prova della MV Agusta Brutale 1090 RR a Misano, tra l'altro una combinazione pazzesca, una delle mie moto preferite in una delle mie piste preferite (qui invece la vedete in comparativa a Monza). Mi divertivo proprio, era una giornata perfetta, la sentivo bene e tutto il resto (guardate il minivideo).

 

 

A un certo punto al Curvone guardo il tachimetro - non ricordo bene, avrà segnato 220-230 - e mi sono detto: ma chi me lo fa fare? E ho rallentato. Al mio posto un vero pilota invece avrebbe sicuro spalancato di più, il giro successivo avrebbe cercato di fare di meglio, e così via, fino a sera.

 

COME PASSARE DA AMATORE A PILOTA

Il ridicolissimo termine di amatore indica chi va in pista per divertirsi. Tra gli amatori e i piloti, anche non velocissimi c'è un abisso, che si supera solo andando a correre. Non importa che trofeo fai, se il Mondiale o la gara dei motorini, conta se ti trovi in mezzo a un gruppo di scalmanati che fanno di tutto per starti davanti. Allora, che tu sia in testa o in coda, non importa: conta il fatto che c'è qualcuno tra i piedi che vuol fare meglio di te e che questo risultato è poi certificato da una classifica. Allora sì, i freni inibitori si mollano e vai, tirando giù non dei decimi, ma dei solidi secondi dal tuo miglior tempo da amatore. Che poi sarebbe quello che fai pensando "ma chi me lo fa fare?" ad ogni giro. Tempo fa andavo in pista con dei miei amici, e tutti più o meno facevamo dei tempi simili. Quindi le nostre capacità erano più o meno le stesse. Poi alcuni di loro hanno iniziato a correre, nei semplici trofei monomarca, si piazzavano a metà classifica; da quel momento in pista non li ho più visti.

 

QUELLI CHE VANNO IN MOTO DAVVERO

Ringrazio la mia non competitività perché mi toglie il pensiero del confronto. Che sollievo non doverti misurare. Spesso sento dei presunti piloti (amatori) citare tempi da Mondiale, curvoni in derapata, sorpassi da brivido. Poi li vedi in pista e tutto si ridimensiona. Non è una critica, è solo una constatazione, perché poi, tolti i professionisti, in moto si va per divertirsi, e le piccole scaramucce sono sempre spassose. Quindi va bene tutto: anche sparare delle balle spaziali, raccontarcele, crederci. Solo un messaggio a chi si prende troppo sul serio - qualche nome in mente ce l'ho... - rilassatevi: chi va in moto davvero lo vediamo la domenica in TV. 

 

ULTIMA OSSERVAZIONE FAZIOSA

La competitività implica la grinta, la cattiveria. In effetti se si pensa a una persona competitiva - in qualsiasi sport, ma anche nella vita - viene in mente l'immagine di un individuo non troppo socievole, attaccabrighe, uno squalo pronto a calpestare gli altri per curare il proprio interesse. Un personaggio, insomma, che a me non suscita troppa simpatia. Sì, può essere, spesso è così, ma non sempre. Ricordate l'intervista che Anna Capella ha fatto a Valentino alla fine della gara in Qatar (2013). Domanda: "Ma che carogna avevi quando hai visto che riuscivi a raggiungere Marquez, Pedrosa e Crutchlow e?". Risposta: "Nessuna carogna, mi stavo divertendo". Quando alla competitività riesci ad abbinare il divertimento, e la lucidità, non hai talento, sei un fuoriclasse.

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