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Mental coach: l'allenatore nel pistone

Hanno la sensibilità dei piloti perché anche loro lo sono stati; consigliano i campioni ai box andando al di là dei semplici numeri della telemetria: ecco chi sono i coach della MotoGP
Luca Cadalora, “allenatore” di Rossi, abbraccia il pilota di Tavullia al termine di una gara vittoriosa.
Se vi capitasse il privilegio di concedervi una passeggiata a bordo pista durante un turno di prove libere della MotoGP, trovereste le vie di servizio affollate. Non solo di fotografi e cameraman, ma anche di piloti o ex-piloti vestiti con le divise dei team e gli occhi fissi sul circuito. Sono i coach, una parola che fino a qualche anno fa c'entrava ben poco con il motociclismo e che ora ha assunto un'accezione del tutto particolare.
Il loro ruolo è abbastanza facile da descrivere, ma non immediato da comprendere, perché fa quasi sorridere pensare che piloti del calibro di Rossi, Lorenzo o Viñales abbiano bisogno di qualcuno che dica loro come guidare. Infatti i coach fanno tutto tranne che quello, sono semmai un paio di occhi aggiuntivi a bordo pista, uno strumento alternativo e complementare ai quintali di dati che immagazzinano le centraline elettroniche delle moto, soprattutto uno strumento molto più umano.
Già in passato molti piloti, una volta andati in pensione, sceglievano di restare nell'ambiente come team manager (citiamo Agostini e Roberts per tutti, per non annoiare con un lungo elenco di nomi) e logicamente usavano la loro esperienza per consigliare i propri piloti. Era però un'attività in mezzo alle altre e il punto di svolta è arrivato più recentemente con Wilco Zeelenberg.
Nel 2010, l'ex-pilota olandese arrivò nel team ufficiale Yamaha come team manager di Lorenzo (mentre Davide Brivio era quello di Rossi), trovando un ambiente tecnico completamente sotto controllo grazie all'esperienza di Ramon Forcada. Cominciò così a seguire i turni da bordo pista per consigliare Jorge, che proprio in quella stagione vinse il suo primo titolo nella classe regina.
La strada era in qualche modo tracciata e sempre più piloti hanno deciso di affidarsi a un coach, un termine che ormai è entrato nell'uso comune dopo che Valentino lo ha messo sul cappellino di Cadalora lo scorso anno. L'ispirazione è arrivata dal tennis, dove i campioni del passato a volte sono a fianco di quelli del presente.
Luca non è l'ultimo di una lista che continua ad allungarsi, Emilio Alzamora è stato al fianco di Marquez per molto tempo e, dividendosi nel suo ruolo di team manager, spesso lo seguiva a bordo pista. Pedrosa, per lungo tempo, ebbe Puig come mentore e proprio in questa stagione ha iniziato la collaborazione con l'amico Gibernau. Tito Rabat ha voluto Julian Simon come occhi di riserva, mentre Lorenzo, passato in Ducati, ha trovato in Michele Pirro un fido alleato.
Storie diverse, personaggi diversi, ma lo stesso sottile legame a unirli. Avere una persona al proprio fianco che parli "la stessa lingua" del pilota non può che aiutare nella comunicazione con i tecnici e il coach è parte integrante della squadra. Osserva, riporta, consiglia, filtra le sensazioni dei piloti e può, da bordo pista, fare confronti immediati con gli avversari. Essere stato a sua volta un pilota è essenziale, per riuscire ad afferrare particolari che altrimenti sarebbero invisibili agli altri. Un metro in più o in meno in quell'entrata di curva, il controllo di trazione che "taglia" prima o dopo, quella cambiata fatta in anticipo o in ritardo: ormai in MotoGP le gare si vincono contando sui dettagli e un decimo al giro segna la differenza tra un bagno di champagne o un mesto ritorno ai box.
I coach non risolvono tutti i problemi, ma possono contribuire a quel meccanismo che, se perfettamente funzionante, è in grado di realizzare entrambe le cose. Inoltre, in un mondo in cui un computer vale più di un cacciavite e i numeri più delle sensazioni, rappresentano il lato umano del box, una spruzzata di romanticismo che non guasta mai.

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