Tema: le moto che non scorderò mai (2)

Una giornata di sole, una bella pista a disposizione, nessuno stress: in queste condizioni tutte le moto sono belle. E riesci a farti piacere anche due modelli non proprio azzeccati come la Honda RC45 e la Ducati 916

Tema: le moto che non scorderò mai (2)

Finalmente riesco a riprendere il tema delle moto che non scorderò mai. Come già specificato nella prima puntata, l'ordine non è di merito, le elenco semplicemente come mi vengono in mente, mescolando alcune di cui mi sono perdutamente innamorato con altre che mi sono piaciute molto (guardate la gallery). Tutte le altre le lascio perdere. C'è una cosa importante che vorrei dire prima di cominciare. Presa una bella moto, non dico una eccezionale, ma una buona moto, e la provi in condizioni perfette, pista importante o strada particolare, bella giornata, meccanica e gomme a posto... beh, impossibile che non ti piaccia, e difficilmente la scordi. Anche se non è proprio il massimo dopo qualche ora riesci a trovare tanti pregi spettacolari. La vera differenza la scopri nelle comparative - scendi da una monti subito sull'altra - ed è allora che riesci a stabilire qual è la migliore. Da sole sono tutte (o quasi) belle, per esempio anche due mezze moto tipo la Honda RC 45 e la Ducati 916. Adesso voglio proprio vedere se c'è qualcuno che non afferra questa badilata di ironia.

 

UNA COPPIA DA SOGNO

Ravanando negli hard disk saltano fuori delle foto che avevo quasi dimenticato. Eppure alcune sono proprio memorabili. Una di queste è scattata a due moto spettacolari: la Honda RC 45 seguita dalla Ducati 916. Due miti a confronto. La foto è antecedente a Super Wheels, infatti la splendida RVF 750R (purtroppo) non l'abbiamo mai avuta in prova. Tuttavia sono riuscito a farci qualche giro a Varano, e di quella esperienza mi resta solo un vago ricordo. Sono passati quasi 20 anni. La prima cosa che ricordo è il terrore. All'epoca la RC costava oltre 43 milioni di lire, e quindi (essendone cosciente) non è che ti immagini una banale scivolata con una grattatina alla leva della frizione, un danno di 30 mila lire. Nossignore. Ti immagini invece la moto che carambola, si pacca a metà e infine prende fuoco. E magari rimbalza pure sulla 916 che segue incendiando pure questa.

 

HONDA AL CUBO

Quindi potete immaginare con che spirito sono salito sulla mirifica RC: un dolce patibolo. Ma avrei mai potuto rinunciare? All'epoca non ero poi espertissimo di test e quindi non l'ho messa di certo alla frusta, e riguardo alla guida ricordo solo poche cose. Quella più importante è la sensazione di generale morbidezza: sella, sospensioni, gomme (era anche caldo), motore, reazioni. Insomma immaginate la classica perfezione delle Honda più azzeccate espressa al cubo: immediatezza, dolcezza, estrema facilità. Ovviamente andando a passeggio. Poi, per spremerla come sarebbe convenuto sarebbe servito qualcosa in più, ma per fortuna questo difficile compito non era in programma. Il bello di quella coppia di purosangue è che la 916 era esattamente l'opposto.

 

IMPARARE A GUIDARLA

Non posso dire che la 916 sia una moto difficile, ma è molto (molto) diversa da tutte le altre. Per me era tutta da imparare: la ciclistica durissima come una roccia ma allo stesso tempo efficacissima (per questo dopo tre giri di pista scendevi col fiatone); il motore dall'erogazione tutta sua, infatti all'epoca c'erano solo i 4 cilindri, che più o meno erano tutti simili da guidare; e infine la posizione di guida impiccata, col sedere in su, la testa in giù, le mani schiacciate sui manubri, non inserito nella moto ma appoggiato precariamente (così mi pareva) sopra una tavola da stiro che volava a 250 km/h. Oggi se montate sulla 916 non provate più questa sensazione, parlo della posizione di guida e inserimento precario nella moto, perché negli anni le moto sono cambiate tantissimo, ma allora la Ducati di Tamburini è stata la prima vera sportiva, diversa da tutte quante.

 

UN PASSO INDIETRO

Un'altra moto che mi ha sconvolto, e che mi ha fatto capire subito che riuscire a guidare per bene era un'impresa da supereroi, è stata la 851. La prima volta che ci sono salito le sensazioni sono state le stesse descritte per la 916: ciclistica incredibilmente dura, rocciosa, erogazione stranissima, piena in basso, senza allungo, cambiate da enduro. Questo per la solita abitudine ai quattro cilindri giapponesi. Anche se ho capito meno della metà di cosa stava succedendo, guidarla al Mugello - è lì che sono stato battezzato su una Ducati - è stato bellissimo: in particolare ricordo le arrabbiate, fatte in balia di questa stranissima moto che sapeva molto meglio di me dove mettere le ruote. Insomma, con la Ducati è stato amore a prima vista, e il bello è proprio che essendo così diversa dalle altre oltre a un grandissimo carattere è anche tutta da imparare, una moto splendida e sempre nuova. In quell'occasione ho avuto un piccolo contrattempo rientrando dalla pista: arrivato al box ho sterzato come di solito sterzavo con le giapponesi, ma sulla 851 il manubrio ha un angolo di sterzo credo di circa 10°, e se non fosse stato per i meccanici che mi hanno preso al volo (forse se lo aspettavano) mi sarei ridicolmente sdraiato tra le gomme e le cassette degli attrezzi. Ovviamente distruggendo la moto (spaccata a metà, incendiata...).

 

HORNET E HORNETTONA

Ho parlato di Honda, e di quanto siano immediate, quindi proseguo con queste. Tra quelle che mi sono piaciute subito (cioè dopo il primo metro percorso) ci sono la prima Hornet, la CB1300 e la CB1000R. Appena arrivata, era il '98, la Hornet ci pareva strana, perché aveva le ruotone della 900, cerchio anteriore da 16" compreso. Oggi una 180 dietro ce l'ha anche un 125, ma allora era una grande novità. L'abbiamo subito battezzata in pista (a Vairano), dove tra compattezza, agilità, motore potente il giusto - 96 CV e tutto il buono della CBR - e gommone, è stata una vera goduria. Perché è vero che una 180 più o meno dà l'appoggio di una 150, ma in testa fa una bella differenza, pensi di poter piegare all'infinito. Poi mettici le pedane basse, che strisciano subito, capirai, in sella alla Hornettina ti pareva di far delle pieghe spaziali e ti senti subito un gran pilota. Poi, a parte qualche dettaglio, aveva delle ottime qualità sportive, tanto che in pista chi aveva del manico riusciva a dare dei brutti dispiaceri anche a qualche pilota (amatore) delle maxi. Poi sono arrivate la X-Eleven e la Hornettona (900), due Honde che in teoria mi sarebbero dovute piacere tantissimo ma che in pratica sono venute fuori sotto le aspettative, non solo le mie. Quindi salto alle prossime due nude spaziali, la CB1300 e sua maestà la CB1000R. Honde, plurale.

 

CB1300

Bella non si può dire. È vero che ha una linea classica e il massiccio fa un bell'effetto, ma è anche "troppo" raffreddata a liquido per rientrare - secondo i miei gusti - nelle più pure attuali nostalgiche. Tipo la Yamaha XJR1300 e la Kawasaki ZRX 1200; quest'ultima la adoro e alla quale ho dedicato una prova speciale (la trovate qui).  Anche la CB1300 dà un'ulteriore ritoccata alla proverbiale perfezione Honda. Pesa e ingombra infatti come un ippopotamo, oltre i 250 kg, e la prima volta che l'ho usata è stato in Sicilia, al lancio stampa del 2003. Non so perché ma abbiamo trovato sempre strade spaventosamente scivolose (forse i nostri amici siciliani lo sanno spigare); l'unica buona era quella che si arrampica su una collina che sovrasta Mondello. Beh, lì la maxi Honda mi ha disegnato delle curve con il compasso, rotonde, precise al millimetro. "Mi ha disegnato" nel senso che le ha fatte da sola, io ci ero seduto sopra e basta. Poi siamo andati in giro per Palermo, centro storico, in due con il passeggero, un fotografo in forma e per di più dotato di maxi borsa con attrezzatura. Già mi vedevo, nelle stradine, a lottare per stare in piedi e fare le manovre. Invece la CB1300 è così bilanciata che pare di avere le rotelle: ai 5 all'ora sta già in piedi da sola, e il motore in basso ha un'erogazione straordinaria, capace di passare dalla delicatezza del Ciao alla violenza che ti aspetti dal suo 1.300. Come se l'iniezione fosse collegata direttamente al cervello.

 

CB1000R

Con la nuda motorizzata Fireblade, nel 2008, è stato amore a prima sgasata. Anche su questa, sali, fai tre metri e già l'hai in mano tutta: tanto di cappello. L'abbiamo anche provata con sospensioni di qualità, gomme speciali. Sì, cambia, ma a conti fatti serve poco, perché la CB1000R è una moto speciale già di serie. Bella per fare tutto, dal passeggio alla pista. L'ho guidata su strada sul mitico Mote Fasce, in pista a Misano con lo stesso infinito piacere. Sul misto non l'ammazza nessuna, tanto è gustosa, facile, veloce e comoda; in pista la versione standard, cioè senza le sospensioni e le gomme ad hoc, va guidata rotonda per evitare strisciamenti e ondeggiamenti vari, non sarà un fulmine come la Tuono, la Brutale e compagnia bella, ma è gustosissima. L'ho guidata una giornata intera, e alla fine si è stancata e mi ha fatto scendere dolcemente, alla 2, spiegandomi che le gomme non ne potevano più. Io, preso com'ero da tanto gusto, non me n'ero accorto. L'estetica è piacevole ma non mi fa impazzire; il resto invece decisamente sì. 

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