La carovana del riso: dal Tajikistan alla Cina

1 novembre 2017
di Leonardo Lucarelli
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  • 1/19 La M41, altrimenti conosciuta come “Strada del Pamir”, nel tratto che unisce Murghab al lago Karakul, in Tajikistan. È la seconda strada più alta del mondo dopo quella del Karakorum.
    La seconda tappa del viaggio lungo la Via della Seta che ha accompagnato il convoglio di 22 Moto Guzzi V7 III Stone, capitanato dal "Dottor Scotti". Dopo Samarcanda, il nostro viaggio riprende alla frontiera del Tajikistan per concludersi a Kashgar, in Cina

    INGRESSO IN TAJIKISTAN

    La carovana del riso: dal Tajikistan alla Cina
    La strada di Karakul-Sary Tash in Kirgyzistan, a pochi passi dal confine cinese

    Altri 300 km ci separano da Oybek, l’unico punto di frontiera aperto per entrare in Tajikistan (cliccate qui per vedere come ci siamo arrivati). La strada per arrivarci è dritta, trafficata e piena di buche. Insomma, la nemesi di qualsiasi motociclista. Se esiste un giorno giusto per ogni cosa, questo non è certo quello della goduria in sella. Tra l’altro c’è una certa malinconia nell’aria, a Khujand infatti, capoluogo dell’omonima regione tajika e seconda città del Paese per dimensioni, dopo la capitale Dushambe, metà del gruppo tornerà in Italia e solo in 11 arriveranno a Kashgar, in Cina. Anche se Turkmenistan e Uzbekistan sono terre affascinanti, il vero clou di questo viaggio sarà l’altopiano del Pamir, nella regione del Gorno-Badakhshan tajiko, una zona selvaggia e autonoma (con proprie speciali regole d’accesso) che costituisce il 45% del Tajikistan, ospitandone solo il 3% della popolazione, dati che ci fanno pregustare un territorio incontaminato e selvaggio. Un tempo il Tajikistan era un tassello fondamentale della scacchiera del Grande Gioco, antesignano della guerra fredda che vide protagonisti la Russia zarista e l’Inghilterra coloniale. Quando, negli anni ’90, l’URSS si sgretolò il Paese fu scosso da sommosse che sfociarono in una guerra civile, con tanto di coprifuoco nella capitale. Ma negli ultimi quindici anni è tutto cambiato, ora il Tajikistan è una Repubblica in cui la figura del presidente Emomali Rahmon è visibile ovunque e il turista è ben accolto. La prima parte del percorso tajiko che da Khujand ci porta a Dushambe, distante circa 300 km, non si discosta molto dalle strade che abbiamo attraversato fino adesso: una lunga lingua d’asfalto distesa, dritta dritta, poggiata però tra campi coltivati e villaggi. Dopo un’ottantina di chilometri il paesaggio cambia bruscamente. Iniziamo a salire in quota, seguendo la linea di montagne rosse e aride, con dirupi di pietre friabili che convergono sul fiume che scorre – minuscolo – in basso. La strada diventa stupenda, curve continue che si annodano in saliscendi meravigliosi a picco su vallate profondissime scavate nelle montagne. Siamo ancora lontani dal Pamir, ma l’antifona è chiara: curve, tornanti e altitudini da mozzare il fiato. Una meraviglia. Attraversiamo Hissar e le catene montuose di Zerafashan/Fan e del Turkestan. L’asfalto in generale è buono, guidiamo tranquillità, con una sola (terribile!) eccezione: il Tunnel di Anzob, una sorta di antro degno della Terra di Mezzo, stretto, nessuna illuminazione, praticamente 5 km al buio completo reso ancora più fitto dalla polvere sollevata dai camion, cosparso di buche e ostacoli. Ma quando usciamo ci abbraccia una vallata ancora più spettacolare delle precedenti. Ed è l’ultimo stop prima di percorrere i 70 km che ci separano dalla capitale. Per raggiungere Kalai Humb seguiamo la Highway M41, ripiombando nella litania dei rettilinei che già ben conosciamo. La giornata è afosa, con una cappa di umidità grigia e pesante come un mucchio di stracci bagnati. Man mano che procediamo verso sud i posti di blocco della polizia si fanno sempre più fitti, fino a diventare estenuanti. Capita di essere fermati anche tre volte nello spazio di un chilometro. Le guide ci spiegano che questa, che fu la Via della Seta, ora è diventata la via dell’oppio che arriva dal vicino Afghanistan, ecco il perché di tanti controlli. Tutto intorno un paesaggio pianeggiante, arso dal sole e ricoperto di stoppie di grano, qualche mucca che attraversa la strada e un’infinità di capre arrampicate in equilibri impossibili su terrapieni che delimitano la strada. Quando iniziamo a salire in quota (attraversando una manciata di chilometri di strada sterrata) ricomincia la giostra: curve, tornanti e saliscendi. Guidiamo felici come bambini il giorno di Natale, immersi in rocce rosso ruggine che avvolgono tutto il paesaggio, con le ruote che scorrono su un asfalto perfetto. E sì, perché stanno rifacendo il manto stradale, e in più punti troviamo gli operai al lavoro. Finché… ci dobbiamo fermare. Scavatrici e schiacciasassi bloccano la strada, ne avremo per almeno due ore ci dicono. Quando finalmente ci fanno passare ci si para dinanzi una vallata infinita, rossa di fondo ma screziata di verde e giallo e tagliata a metà da un fiume impetuoso che scorre da basso. È il Panj, uno dei corsi d’acqua più grandi dell’Asia, e segna il confine tajiko e le montagne imponenti che coprono l’orizzonte sono l’Afghanistan. Proseguendo ci ritroviamo a lambirlo in passaggi strettissimi, senza asfalto né guard-rail, accerchiati dalla roccia compatta. I confini hanno un fascino perverso innegabile, ti fanno capire che trovarsi dentro o fuori, da un lato o dall’altro, in una vita piuttosto che nel suo opposto, è dovuto al fato o, più prosaicamente, al caso. Essere proprio qui, esattamente su quella linea che traccia i destini delle persone, è una sensazione davvero forte. Dopo quasi 10 ore in sella, arriviamo in albergo che abbiamo appena la forza di mandare giù un boccone e crollare.

    M41: l'autostrada impossibile

    Se dovessimo scegliere una parola al giorno, quella del 25 giugno sarebbe senza dubbio avventura. Nove ore di guida senza sosta, tutte lungo le acque impetuose del Panj River, 355 km di strada prevalentemente sterrata, spesso esposta alla furia dell’acqua che sembra volerla sbranare. Se il quadro non fosse completo, beh, aggiungeteci che la M41 (impropriamente chiamata Highway) è l’unico collegamento all’Altopiano del Pamir ed è quindi percorsa da molti camion, soprattutto cinesi, che ti trovi all’improvviso dietro a curve strettissime e, ovvia ciliegina sull’ottima torta, nei pressi del Kharaburabad Pass, inizia a piovere a dirotto, trasformando i rigagnoli che affluiscono nel Panj in guadi. Ci fermiamo per pranzo in un villaggio poggiato proprio sul fiume burrascoso, in un ristorantino buio ma accogliente. La proprietaria è gentile e disponibile e il Dott. Pesce (diretto commerciale di Riso Scotti) si lancia nella preparazione di una frittatona con la cipolla inaspettata e buonissima (o forse siamo noi a essere affamatissimi.) L’Afghanistan è lì, in alcuni punti a non più di 30-40 metri da noi, la tentazione di provare ad attraversare uno dei rari ponti (dando una mancia ai militari) è forte, ma purtroppo siamo in periodo di fine ramadan, momento sacro per eccellenza e ci viene spiegato che non è proprio possibile, troppi controlli. Peccato, ci sarebbe piaciuto portare il nostro piccolo messaggio di pace. Incredibilmente arriviamo a Khorg in perfetto orario e, nonostante l’altitudine oltrepassi i 2.000 m, la temperatura è sui 20 gradi, perfetta. A differenza di Dushambe, qui quasi tutti sembrano parlare bene l'inglese, ci sistemiamo in albergo e iniziamo a fare conoscenza dei locali, nel clima di leggera eccitazione che precede la grande festa di chiusura del ramadan, il 26 giugno. “Italo, come stai?” chiedo all’unico, tra i 22 partecipanti alla spedizione, a non essere coinvolto direttamente con l’azienda, Italo Turconi, un medico di 62 anni, cugino di Dario, che non toccava la moto da sette lustri. “Distrutto. Ma oggi è stata una giornata meravigliosa, densa, di quelle che basterebbero per riempire almeno cento giornate. O forse tutta una vita”.

    Finalmente il Pamir!

    La carovana del riso: dal Tajikistan alla Cina
    Un altro viaggiatore sulla Via della Seta: qui siamo sul lago Karakul, nella zona del Pamir

    Da Khorog abbandoniamo il corso del Panj, svoltando verso est per entrare nel vivo del Pamir diretti alla valle di Murghab, sospesa oltre i 3.000 metri. Altri 300 km di strada che attraversa per intero la valle del Bartang e la sua sfilata infinita di panorami superlativi: villaggi di un verde acceso, pieni di bambini, che fanno da contrappunto alle pareti scoscese di roccia franata. In più punti le montagne si aprono per regalarci scorci delle vette innevate e puntute dell’Hiundukush (Uccisore degli Hindu) che segna il confine tra Afghanistan e Pakistan. Il paesaggio è aspro e primordiale, siamo in uno dei posti più selvaggi e spettacolari di tutto il Pamir Occidentale. Immaginate Dolomiti, Gran Canaria, Corsica e Svizzera, mescolatele insieme, elevatele all’ennesima potenza e sarete ancora lontani dall’impatto pazzesco con questi luoghi. Il Pamir è chiamato dalla gente del posto, principalmente pastori Kyrghizy, Bam-i-Dunya, che tradotto significa “Tetto del Mondo”. Una definizione quando mai appropriata: è la prima cosa che ti viene in mente mentre guidi tra queste vette. Il nome Pamir invece deriva dal persiano antico e si potrebbe tradurre con “pascoli ondulati”. Di pascoli veri e propri ne incontriamo pochi, il territorio che attraversiamo è prevalentemente brullo, anche se attorno ai corsi d’acqua il terreno si colora di verde e di fiori viola.
    Stiamo passando di valle in valle, superando piccoli passi consecutivi, quando a un tratto la strada diventa sassosa e irregolare e il passo Koi-Teztek, a quota 4.272, ci introduce in uno scenario lunare diverso dai precedenti, aspro e desertico, inframezzato da una serie di vette innevate che superano i 6.000 m. Murghab ci appare di sera, adagiata sui 3.650 m della sua vasta piana erbosa striata di corsi d’acqua e punteggiata di pozze, mentre le montagne creano un gioco prospettico stupefacente. Dormiamo nell’unico albergo della vallata, condividendolo con molti altri viaggiatori. Parecchie moto, ma anche bici, tandem e semplici scarponi da trekking. Nessuna connessione, corrente elettrica razionata, bagni all’esterno, ma un’atmosfera genuina e pulita in armonia con quest’aria rarefatta. Mi fermo a scambiare due parole con il titolare, un uomo arguto dalla stretta di mano ferma, gli racconto della difficoltà e della bellezza della strada appena percorsa. “Pensa che è stata sistemata da poco, fino a 15 anni fa ci mettevi due giorni per raggiungere Khorog, prima qui era tutto diverso, la corrente elettrica è arrivata solo 5 anni fa – poi aggiunge, carico d’entusiasmo – adesso abbiamo anche la tele!”. Prende un telecomando, lo punta verso un piccolo televisore e mi mostra gli unici tre canali disponibili, guardandomi con un’espressione che invita alla meraviglia. Poi la spegne e ripone il telecomando in un cassetto come se si trattasse di un gioiello da nascondere. Il mattino seguente visitiamo il Bazar, un agglomerato di vecchi container russi nei quali si vende soprattutto cibo. Ci sono donne che attingono l’acqua dai pozzi, anziani con il kolpak (il tipico copricapo a punta kyrgyzo) che passeggiano tranquilli, qualcuno che mangia in strada frutta o pane fritto.

    Dove Google non arriva...

    Da qui alla tappa successiva, il lago Karakul (un immenso bacino d’acqua salata formatosi in seguito all’impatto con un meteorite, 10 milioni di anni fa), sono “solo” 150 km. Proseguiamo a nord di Murghab seguendo una zona neutrale e recintata tra il Tajikistan e la Cina e superando i 4.665 m dell’Ak-Baital Pass, il punto più alto della nostra avventura transasiatica. Il lago ci appare in lontananza, alla fine di un rettilineo vertiginoso, come una lama di un blu cobalto che spezza in due la linea marrone del terreno sassoso. Il villaggio omonimo è un agglomerato di parallelepipedi bianchi tirato su a 3.914 m, in cui vivono circa 600 anime dedite soprattutto all’allevamento di yak e alla pesca. L’acqua potabile che arriva dai ghiacciai è convogliata in pochi pozzi sparsi tra le case, la corrente elettrica è disponibile, a singhiozzo, solo dove ci sono dei vecchi generatori a gasolio, gli scheletri di vecchi camion russi occhieggiano sulle vie di terra battuta. Se state cercando persone dotate di capacità di sopportazione e forza d’animo per colonizzare Marte, questo potrebbe essere il posto dove trovarle. Veniamo accolti da una famiglia locale nella loro abitazione, essenziale ma pulitissima, con piccole stanze arredate solo da due materassi ognuna e bagni all’esterno. In realtà il bagno è un “buco” nel terreno, chiuso in un casottino. Ora, provate ad immaginare: undici persone mediamente abituate al lusso, insieme a due autisti e due guide locali, un meccanico, un fotografo e due operatori video, molti dei quali si sono conosciuti solo da pochi giorni, che condividono due latrine all’aperto e letti poggiati in terra, dopo aver guidato per ore su strade sterrate. Sono sinceramente stupito, oltre che ammirato, credevo che un team di imprenditori avrebbe strutturato il viaggio chiedendo trattamenti speciali e acquistando a suon di quattrini delle comodità aggiuntive, invece mi trovo a far parte di un gruppo di amici prima che colleghi, viaggiatori prima che turisti. Mi rendo conto che non può essere Google il nostro termine di giudizio, ma provate a cercare su Maps questo villaggio: non lo troverete. 600 Kyrgyzi impiantati in Tajikistan che non esistono, per quanto ci riguarda. Mi sposto verso le sponde del lago, alcuni yak si avvicinano camminando in controluce lungo la riva e cominciano a brucare a pochi metri da me, mentre incredibile che abbia mai visto. Quando mi volto, poco più in là, ci sono anche Dario Scotti e suo cugino Italo, nessuno dice nulla.

    Gli ultimi chilometri

    Il Kyrgyzstan ci dà il benvenuto con un brusco cambiamento su tutti i fronti: un clima rigido e piovoso, nonostante siamo scesi di quasi 1.000 m, le montagne meno aspre e imponenti, tutto molto più rigoglioso. Intorno a noi sterminati greggi di pecore con pastori a cavallo in praterie sconfinate, punteggiate di yurte, di tanto in tanto qualche asino brado. Anche i tratti somatici sono diversi: occhi a mandorla, carnagione più scura, dita sottili. Arriviamo a Sary Tash verso le due di pomeriggio e ci sediamo in una yurta attendendo il pranzo, come da tradizione, assaggiando dei dolci accompagnati da tè bollente. Sappiamo che il giorno seguente ci aspetta la frontiera cinese, particolarmente impegnativa, quindi puntiamo le sveglie alle 5.30. Una volta riemersi dalle coperte scopriamo che durante la notte la pioggia si è trasformata in neve, rendendo immacolate le cime attorno a noi, con il Lenin Peack (7.134 m) che svetta su tutte. L’alba le tinge di rosa e cremisi, mentre i prati ancora in ombra iniziano a prendere vita sotto i passi dei Kyrgyzi che portano al pascolo mucche e cavalli, un cambio di prospettiva pazzesco rispetto al Pamir. La nostra avventura si avvia alla conclusione: ci mancano solo 180 km prima di raggiungere Kasghar, città millenaria che fu la porta d’ingresso cinese della Via della Seta e crocevia commerciale tra Pakistan, India, Tajikistan e Uzbekistan.

    La carovana del riso: dal Tajikistan alla Cina
    La frontiera cinese
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