Fatalità e sfortuna non c’entrano, il prezzo è stato altissimo

8 July 2018
di Gualtiero Repossi
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  • 1/15 Una foto dell'epoca dell'Autodromo di Monza
    Nel 1973 il Curvone di Monza è teatro di due terribili incidenti in cui perdono la vita cinque motociclisti: a maggio Saarinen e Pasolini, a luglio Chionio, Colombini e Galtrucco. Dalla tragedia di 45 anni anni fa inizia la presa di coscienza sulla sicurezza dei piloti

    Al GP d’Argentina, disputato nello sperduto circuito di Termas del Rio Hondo, il Campione del mondo della MotoGP Marc Marquez si è reso protagonista di una condotta di gara alquanto discutibile, che ha messo a repentaglio la sua incolumità e quella degli altri piloti in pista. Fortunatamente il suo scellerato GP ha avuto solo conseguenze verbali e nessuno si è fatto male, perchè uno dei pochi punti su cui la DORNA ha lavorato bene negli ultimi anni per meglio “confezionare” l’immenso business della MotoGP - che nulla ha a che fare con il motociclismo sportivo per come andrebbe inteso - è stato il miglioramento delle condizioni di sicurezza dei piloti intervenendo sulle strutture, ovvero sui circuiti. Perché un incidente con tragiche conseguenze sotto gli occhi delle telecamere è inviso agli sponsor e fa vendere male il prodotto... Le corse in moto sono pericolose e i piloti moderni come Marquez, cresciuti con le minimoto e convinti che la vita reale sia un immenso videgioco, non temono di affrontare una curva ad una velocità superiore ai limiti della fisica o di fare un’entrata cattiva sugli avversari. Tanto ci sono gli spazi di fuga a metterci una pezza e oggi anche la caduta più cruenta, salvo purtroppo rare eccezioni, si risolve con pochi danni.

    Fatalità e sfortuna non c’entrano, il prezzo è stato altissimo

    Cinquant’anni fa invece in moto si cadeva e si moriva, purtroppo troppo spesso. Ha ragione Giacomo Agostini quando nelle interviste ricorda che anche ai suoi tempi c’erano piloti come Marquez che in gara non si facevano scrupoli nei confronti degli avversari - e lui uno di questi, che di nome fa Phil Read, lo ha avuto come compagno di squadra - ma forse il “Mino” nazionale poteva aggiungere che una volta se un pilota veniva tamponato e partiva per la tangente all’esterno di una curva come ha fatto il povero Aleix Espargarò - prima vittima della domenica di follia di Marquez in Argentina - avrebbe trovato ad accoglierlo balle di paglia, guard-rail, alberi e terrapieni senza nessuna possibilità di scampo. Si sarebbe parlato di tragica fatalità, i giornalisti avrebbero fatto ricorso alla retorica, gli spettatori avrebbero accettato la morte del campione come inevitabile conseguenza di uno sport pericoloso. E si sarebbe tornati a correre, sulle stesse piste e nelle medesime ed insufficienti condizioni di sicurezza, magari già il week-end successivo. Poi fortunatamente qualcosa è cambiato, ma prima di smuovere le coscienze di tutti è servito un fatto traumatico. Uno shock di tali proporzioni da imporre una doverosa presa di coscienza a pubblico ed addetti ai lavori, in primis gli organizzatori di corse motociclistiche. Per noi italiani questo shock è arrivato con le due tragedie di Monza del 1973.

    Fatalità e sfortuna non c’entrano, il prezzo è stato altissimo

    L’incidente avvenuto al Curvone il 20 maggio 1973 durante il GP delle Nazioni è passato alla storia del motociclismo per l’enorme impatto emotivo che ha avuto sugli appassionati. In un terribile groviglio di uomini e moto che coinvolse l’intero schieramento della 250, Jarno Saarinen e Renzo Pasolini volarono via per sempre. Tutto sotto l’occhio della televisione o quasi, perché a quei tempi le telecamere posizionate lungo il circuito si contavano sulle dita di una mano e la zona dell’incidente non era fra quelle coperte dalle riprese. Così di quel giorno terribile rimangono le fasi della partenza a spinta, con il gruppo che sparisce verso il Curvone in una nuvola di fumo per non fare più ritorno. Sul traguardo, al termine del primo giro, passarono Dieter Braun, Mario Lega, Roberto Gallina e pochi altri. A bassa andatura e con gli occhi sgranati dietro le visiere dei caschi. Poi, dopo una manciata di minuti che a tutti gli spettatori sembrarono un’eternità, arrivarono anche Hideo Kanaya e Mick Grant. In due sulla stessa moto. Contromano e con l’inglese che piangeva disperato, sfiorati da un’ambulanza partita dai box e diretta verso il luogo dell’incidente, che nella sua corsa aveva poi incrociato lo spagnolo Victor Palomo, ferito e con lo sguardo smarrito, che invece faceva ritorno a piedi. Solo il fotografo francese Christian Zanin, assieme agli italiani Sandro Bacchi e Lello Piazza erano riusciti a scattare qualche immagine della caduta piazzandosi in una zona solitamente poco frequentata dai fotoreporter. Quegli scatti, dove si vedono i corpi dei piloti, le moto distrutte, le balle di paglia in mezzo alla pista e le fiamme, sono purtroppo diventati l’icona di un motociclismo approssimativo e pericoloso, fortunatamente scomparso.

    Fatalità e sfortuna non c’entrano, il prezzo è stato altissimo

    Di quella tragedia si è detto e scritto moltissimo, all’epoca e negli anni seguenti. Perché il Curvone - o se preferite Curva Grande, Curva Nord, Curva Biassono, dato che non è mai stato dato un nome ufficiale a quella piega a destra, fasciata dai guard-rail e senza spazi di fuga all’esterno - non era mai stato teatro di incidenti mortali. Certo, i piloti lo affrontavano in pieno per lanciarsi verso le due curve di Lesmo a tutta velocità, ma erano queste ultime il vero incubo di Monza. Invece quel pomeriggio di maggio il Curvone aveva divorato in un boccone tre quarti del gruppo della 250, consegnando alla leggenda due campioni che non avrebbero dovuto morire.

    Fatalità e sfortuna non c’entrano, il prezzo è stato altissimo

    Ma è stata l’altra tragedia, costata la vita a Renato Galtrucco, Carlo Chionio e Renzo Colombini, avvenuta l’8 luglio durante una gara dell’italiano Juniores, nella stessa curva e con la medesima dinamica cinquanta giorni dopo l’incidente di Saarinen e Pasolini, a smuovere gli animi. Perchè nulla era stato cambiato al Curvone dopo il 20 maggio, semplicemente perché nessuno, colpevolmente, aveva ritenuto opportuno farlo. Le polemiche nei mesi successivi alle due tragedie del Curvone hanno poi messo al bando il circuito brianzolo facendo migrare il Nazioni al Mugello, una pista definita sicura per le moto che invece non lo è stata. Perché in un altro pomeriggio di festa tre anni dopo i fatti di Monza, ha chiesto anch’essa un pesante tributo di sangue ai partecipanti del GP delle Nazioni… Ogni volta che si parla di quanto accaduto a Monza nel 1973 la seconda tragedia del Curvone, di cui non esistono riprese o fotografie, viene citata come fosse un’appendice della prima di Jarno e Paso, senza mai soffermarsi sulle vittime dell’incidente di domenica 8 luglio.

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