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Italia: da Pavia a Montecreto per l'appennino tosco-ligure-emiliano

Cavalcare gli Appennini fa entrare in una dimensione parallela: questa dorsale, che attraversa verticalmente lo Stivale increspandone il paesaggio, custodisce altopiani sconosciuti ai più, piccoli borghi gioiello, il mare a vista d'occhio e tante storie degne di essere raccontate

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Appennino tosco-ligure-emiliano:  la provincia è quella di Piacenza, ma siamo già sull’Appennino Ligure

Testo di Guido Bosticco, foto di Sara Pellicoro

Questo viaggio non è destinato a chi abita sugli Appennini. Per tutti gli altri, invece: prendete la moto e preparatevi a incontrare un mondo che non esiste fino a quando non ci entrate dentro. L’Appennino Ligure-Tosco-Emiliano è così, appare da un momento all’altro. Si squaderna davanti a te quasi inaspettatamente, un istante prima non c’era, un istante dopo sei in una foresta che parte da qui e probabilmente arriva fino in fondo alla punta della Calabria.

La geografia non esiste, sugli Appennini. Lo spirito è quello dell’entroterra più puro: accoglienza, voglia di parlare. Sulle strade, beh, che dire: sono il paradiso del motociclista, sia che ami spingere, sia che ami trotterellare guardando il panorama. Frequentate pochissimo, quasi sempre in ottimo stato, spesso regalano percorsi avvincenti per qualsiasi livello di guida. Per i principianti è la migliore palestra per acquisire dimestichezza con i tornanti, per quelli che amano le pieghe, manco a dirlo.

L’altra delizia di queste zone è che alla sera, vuoi perché c’è una sagra di paese, vuoi perché proprio lì l’azienda fa una degustazione, vuoi perché sulla guida c’era quella trattoria casalinga, fatto sta che non vai mai a letto con la fame e soprattutto con la sete. Semmai il problema si pone la mattina seguente, se avevi programmato una partenza di buon’ora.

Questa è una terra godereccia, è un riquadro d’Italia che se non ci vai apposta, non ci passi mai, al limite sfrecci lì accanto, si fa per dire, perché di solito sei imbottigliato nel traffico, sull’autostrada. I nomi sono quelli delle uscite della A1, ma certo passarci dentro per davvero, nei vicoli o nelle stradine di collina è un’altra cosa: Rioveggio (BO), Pian del Voglio (BO), Roncobilaccio (BO), Barberino del Mugello (FI).

Fedeli e gatti pellegrini

La prima tappa, lasciata la Pianura Padana alle spalle dove, due secoli prima di Cristo, Annibale portò i suoi elefanti nella sanguinosa Seconda Guerra Punica, è a Castello di Montereggio. Due passi in un micro-borgo adagiato sull’erba della collina, dopo un breve sterrato, salendo da Farini, dove il dentista del paese sfoggia una magnifica Moto Morini rossa, con il comando del cambio a destra, e la parcheggia davanti al bar.

Siamo in alta Val di Nure, provincia di Piacenza, sull’Appenino Ligure. Qui nel borgo di Castello di Montereggio c’è tutta un’altra aria rispetto a giù. Al rumore di passi forestieri si affaccia Briciola, il cane, e subito dopo la signora Anna, 84 anni, nata qui e abituata a passarci tutte le estati. Si fa vivo anche un gatto, Frou Frou, che una volta tornò da Lodi fino alla porta di casa quassù tutto da solo, dopo che un’associazione di protezione animali lo prelevò credendolo abbandonato. Un moderno Ulisse verso la sua Itaca.

In effetti non c’è molto traffico da queste parti, qualunque cosa sembra abbandonata, ma non lo è. Pare abbiano casa due francesi e a volte le nipoti di Anna passano qui un weekend. Per il resto, qualche turista e i fedeli della zona, quando viene su il prete per la messa. La chiesetta dei Santi Gervasio e Protasio, del resto, è splendida, affacciata su una radura a guardare la valle da almeno 1.500 anni. Sotto i piedi, i sassi di una diramazione della Via Romea, oggi strada comunale.

Ma siamo anche sul cammino della Via Francigena: una bella passeggiata, assicura la signora Anna, è quella da Fiorenzuola (PC) a Pontremoli (MS), attraversando il Passo della Cisa, due regioni e il giardino di casa sua. Poi via, in sella verso Bedonia (PR). Sono terre di boschi selvaggi e torrenti gelidi e placidi. Piccoli bar, trattorie dove si danno il cambio con lentezza motociclisti di ogni taglia.

A Ponte Lecca (PR) ce n’è una che pare perfetta, appena fuori dalla via, silenziosa e rarefatta, un piccolo giardino sul greto del fiume, un trattore parcheggiato e una bibita fresca. Il pomeriggio incombe già, di nuovo in strada e a Borgo Val di Taro (PR) si devia verso sud per la collina, piccole strade fino a riprendere il passo della Cisa (sempre sulla Statale) e finalmente Berceto (PR), “il paese di montagna più vicino al mare”.

Qui vale la pena fare una sosta per le vie del centro storico: la perpetua pulisce il sagrato dal riso, i fiori adornano ancora l’altare, è quasi ora dell’aperitivo, vino bianco e salumi. E si arriva ai Salti del Diavolo, una strana conformazione di roccia arenaria, che si dice sia stata plasmata dalle unghie di Belzebù, in fuga da un eremita coraggioso che opponeva alle sue tentazioni un crocifisso. Fatto sta che si trovano lì da 80 milioni di anni, piazzate non si sa come in un contesto geologico del tutto diverso. Meta di camminatori e fotografi, questo crinale guarda alla vallata del torrente Baganza (PR), gola profonda, letto largo, giù fino al fiume Parma, proprio in città.

Siamo nel comune di Calestano, provincia di Parma, ed è ora di cercare un tetto e una cena. Un assembramento di auto parcheggiate lungo una curva obbliga a rallentare. Di che si tratta? La nonna dice: «Io li ordino sempre tutti e due: torta fritta e sgabeo. Mi piace così, fare un po’ il confronto e mangiarli con la coppa». Lei vestita per le grandi occasioni sta qualche passo avanti al marito, lui arranca su per la salitella, che li porterà alla Festa degli Sgabei di Chiastre. Bisognerà venirci stasera. Occorre trovare da dormire in zona.

Uno scoglio in mezzo al parco

Il secondo giorno si scollina su strade che offrono grandi panorami a perdita d’occhio verso la Toscana, ma un chilometro prima del confine oggi c’è la Fiera Grossa di San Pietro, a Rigoso, frazione di Monchio delle Corti (PR). In piazza, polenta fritta con il gorgonzola senza sosta, a tutte le ore del giorno le signore cucinano e sfornano vaschette calde, accompagnate da acciughe, birra o lambrusco. Se vuoi l’acqua, vicino alla fontana c’è una montagna di caraffe da riempire. In queste sere, recita un manifesto appeso fuori dalla Pro Loco, c’è l’aperimoto. I neologismi arrivano fin qui.

Si riparte sulla Strada Provinciale 102, su una salita che fa cantare a dovere il monocilindrico della Royal Enfield Bullet 500, dal passo del Lagastrello (MS) fino al Rifugio Pratizzano (RE), 1.200 metri sul mare, che forse prende il nome dall’immenso prato contornato dai boschi, perfetto per i picnic in famiglia. In un continuo sali e scendi, senza mai arrivare a fondo valle, sulle vie minori si passa sul confine fra Emilia e Toscana per Villa Minozzo (RE), Sant’Anna Pelago (MO), girando a sud, attorno alla Pietra di Bismantova (RE), dalla forma inconfondibile, simile ad un grande faraglione, simbolo del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, che ha ispirato molti artisti, da Dante ai Modena City Ramblers.

E qui bisogna stare attenti: sulla via s’incontra Riolunato (MO), ma bisogna saperlo, poiché il paese è nascosto sotto la strada, che scorre accanto a un anonimo, piccolo distributore e lascia intravedere solo la sommità di un campanile. Occorre lasciare la moto e addentrarsi giù dai vicoli, per scoprire l’ennesimo borgo affascinante, un mélange di case abbandonate e sontuose ristrutturazioni, sterpi che si mangiano i muri di pietra e balconi perfettamente agghindati di fiori.

Ed è subito sera. Dopo 15 chilometri c’è Montecreto (MO), dove un convento di suore ormai disabitato domina un agglomerato di case incollate alla montagna. Qui c’è uno dei parchi di castagni più grandi d’Italia, proprio accanto a un campeggio con bungalow (in realtà bellissime case in legno a più piani), che vanta un inaspettato cuoco pugliese alle sue dipendenze. Spaghetti allo scoglio con vista sui boschi del Cimone e la seggiovia per gli sciatori e di là la valle ampia e piatta con il torrente Scoltenna.

Ancora una volta, al di là dell’eccezione del cuoco, questo è un viaggio che sorprende: il cambio degli accenti repentino da una vallata all’altra, sei in montagna, nella foresta, e senti un accento emiliano fortissimo, ti sembra di stare in una trattoria di Bologna; meno di due ore dopo hai la cadenza toscana della Garfagnana, ancora pochi chilometri e sei in Liguria, dove le finali si allungano e le vocali si stringono. Per non parlare del cibo: un salume tagliato grosso, una carne di cinghiale, una focaccia. Tutto perfetto, tutto archetipico, nel raggio di una manciata di chilometri. Ma dove siamo?

Il paese sommerso

Il terzo giorno la confusione aumenta ancora, quando si sale alla quota massima del viaggio, 1.592 metri (Passo di Lagadello) e, subito dopo, si scende a San Pellegrino in Alpe, il paese più alto dell’Appennino (1.525 m). Sul cartello stradale all’entrata si legge: “Frazione di Castiglione di Garfagnana (LU) e Frassinoro (MO)”. Ancora un confine, indecifrabile. Di chiaro c’è solo il messaggio del barista, che alla domenica ha terminato qualsiasi provvista dietro il bancone, avendo sfamato almeno un migliaio di motociclisti di passaggio. Se hai fame di lunedì, prendi un gelato confezionato.

Nella discesa verso la piena Garfagnana c’è uno dei luoghi più suggestivi del viaggio: Vagli di Sotto (LU), proprio lì sul promontorio proteso verso un lago verde come le foreste attorno delle Alpi Apuane, che lo nascondono alla vista, sospeso fra una tragedia del passato che aveva sommerso il borgo antico e la speranza di tornare una meta turistica, grazie all’impianto per il “volo dell’angelo”, sopra il lago, a un ponte tibetano e un parco avventura con canoe e chiosco delle birre. A cui si affianca il “Parco dell’onore e del disonore”, invenzione di un brillante scultore che periodicamente aggiunge una statua di marmo sui sentieri lungolago: si va da Trump a Putin, da Schettino al comandante Gregorio De Falco che lo rimandò sulla nave a male parole, fino al cane Diesel, vittima dell’attentato di Parigi.

Notte in agriturismo sui colli ed è tempo di rientrare. Ma la mattina, prima di rimettersi decisamente in marcia, c’è tempo per le pozze sulfuree di Equi Terme (MS), a mollo con le papere nell’acqua trasparente del torrente Aulella. Ci si rinfresca prima di scendere in Liguria, fino a Sestri Levante, passando alle spalle delle Cinque Terre e poi ancora risalire a Santo Stefano d’Aveto (GE). Da qui è una lunga e sinuosa discesa al confine ligure-emiliano, segnato dall’Aveto che poi diventa Trebbia, pieno di anse e pozze per bagni gelati nella calura estiva, a sinistra lo strapiombo e a destra la nuda roccia. Sotto, una strada perfetta per arrotondare un po’ le gomme della moto.

Bobbio (PC), e siamo decisamente in Emilia, dove è sepolto San Colombano, patrono dei motociclisti e dove si riprende un tratto della Via degli Abati, sui colli dell’Oltrepò Pavese all’incontro delle quattro province per quattro regioni (Genova, Alessandria, Piacenza, Pavia) e siamo in Lombardia, fino alla pianura. Alle nostre spalle gli Appennini sono di nuovo scomparsi. Forse non esistono.

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