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UomoMezzo: la foto ricordo perfetta!

L'immagine di un viaggio su due ruote ridotta ai minimi termini: tu e la moto. Eppure, quanto fascino in questa posa...

Uomomezzo: la foto ricordo perfetta!

Nel gennaio del 1985, per la prima volta, riuscii a seguire la Paris-Dakar quasi in diretta. Intendiamoci, internet non c'era ancora e la televisione non parlava della gara però, grazie a Motosprint, ogni settimana ero in grado di sapere chi stava vincendo, chi stava andando avanti e chi si era ritirato. Erano articoli bellissimi, scritti con tanta passione. Nel frattempo, l'Italia era sotto la nevicata del secolo. La mia città, Milano, andò in panico. La gente non riusciva più a spostarsi, il lavoro si fermò, a scuola ci arrivava solo chi ne era capace. Questa situazione di estrema emergenza e di gente allo sbando mi esaltava e mi veniva facile metterla in relazione col manipolo di italiani che stavano lottando sia per finire nei primi cinque sia, semplicemente, per arrivare a Dakar. Son passati 28 anni eppure, da allora, ho questo ricordo struggente di giornate passate a spalare neve e a sperare che Picco vincesse la Dakar. 

 

UNA FOTO EMOZIONANTE

Per questo, quando quel piccolo gruppo di italiani si fece fotografare sulle rive dell'Oceano Atlantico, io mi commossi fino alle lacrime (vedi gallery). Erano partiti venti giorni prima, ad Algeri si erano lasciati il Mediterraneo alle spalle e sapevano che, prima di rivedere il mare, ne avrebbero patite di ogni. La striscia blu dell'Atlantico all'orizzonte era il bacio sulla bocca che ti diceva che stavi finendo di patire. Per questo la foto scattata sulla spiaggia di Dakar aveva un valore enorme, con le moto logore e sporche di sabbia e polvere, i piloti dall'aria pesta e con le giacche usurate, la posa col casco alzato in segno di vittoria: “Ce l'ho fatta! Sono arrivato in fondo”.

 

IMITARE

Mi è così venuta la voglia di imitare quella posa. All'inizio lo feci solo sulla Via del Sale: l'avevo fatta tutta, insieme agli amici, e mi pareva carino fare a tutti questa posa singola, come ricordo, in cui si vedesse bene che moto avevamo, che abbigliamento, che bagagli. Poi mi sono reso conto che riprodurre questa posa, sempre uguale, in ogni gita aveva un valore sia di ricordo, sia di tracciatura storica. Dopo un po' di anni si poteva vedere come si invecchiava, come era evoluto il nostro equipaggiamento, come si era logorata la moto. La posa avrebbe dovuto essere sempre uguale e, casualmente, scelsi quella con la moto di profilo, con il muso a destra e il pilota a sinistra, accanto a lei, dietro alla targa. Alla fine è diventata una vera mania. A ogni gita, se mi rendo conto che potrebbero non mandarmi a quel paese, scatto l'UomoMezzo a tutti i partecipanti. Ci sono amici che, quando non posso andare con loro, si fanno l'UomoMezzo e poi me lo spediscono, quasi sempre sbagliato (muso a sinistra, o pilota accanto al faro anteriore e non a quello posteriore). Oppure trovo su internet pose molto simili a quella, e le aggiungo alla mia collezione, che ha superato da un pezzo le 700 pose. Ci sono delle volte che metto nella collezione anche foto nate non come UomoMezzo, con pose molto diverse, ma che comunque legano il pilota alla sua macchina. Alla Dakar, questo rapporto arriva ad essere viscerale: è la moto che ti porta fino al Lago Rosa, le devi volere bene e sperare che non si spacchi, condividi con lei ogni metro dell'avventura e ogni sofferenza. La foto UomoMezzo perfetta deve saper trasmettere questo legame indissolubile.

 

Questa settimana vi propiniamo 45 esempi di UomoMezzo, iniziando da quelli storici di Gigi Soldano alle Dakar anni 80: la prossima settimana, altri 45!

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