Sardegna, la Gallura in moto

Esiste la Gallura del mare (e che mare!) e la Gallura dell’entroterra. Quest’ultima svela l’anima più autentica e più intima della regione, con borghi come Tempo Pausania o Budoni, che parlano della Sardegna meno mondana. Qui le strade si fanno largo fra sughereti, mirteti e olivastri e regalano sorprendenti affacci su cale e valli dalla bellezza primordiale

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Abbinando le parole Sardegna e Costa Smeralda nasce subito un’immagine paradisiaca fatta di cocktail in riva al mare, notti brave, divertimento no stop e spiagge caraibiche. Anche a curve stiamo messi bene, come del resto in tutta l’isola. Sbarcati a Golfo Aranci dalle mitiche Navi Gialle, il programma è di allargare il giro all’intera Gallura percorrendone tutto il perimetro alla ricerca di traiettorie da Vip. La Gallura è delimitata dal fiume Coghinas, a ovest, dal massiccio del Limbara e il monte Nieddu a sud-est, e dalla costa che si affaccia sul “continente”, come sono soliti chiamare l’Italia peninsulare i sardi. È caratterizzata da una costa frastagliata, ricca di spiagge, calette e piccole insenature a volte raggiunte (a volte no) da strade sinuose che ne ricalcano il profilo. È suddivisa in Alta e Bassa Gallura, alla prima fanno parte i comuni di Viddalba, Bortigiadas, Aggius, Tempio Pausania, Luras, Luogosanto, Sant'Antonio di Gallura, Calangianus, Telti e Monti; alla seconda Badesi, Trinità d'Agultu e Vignola, Aglientu, Santa Teresa Gallura, Palau, La Maddalena, Arzachena, Golfo Aranci, Olbia, Loiri-Porto San Paolo, Padru, Budoni e San Teodoro. L’interno della Gallura l’avevamo esplorato qualche anno fa, apprezzando il Festival di Paolo Fresu a Berchidda, per poi ammirare i famosi coltelli di Pattada e ascoltare i Tenores di Bitti (cantanti di musica tradizionale sarda) dal vivo e nel museo a loro dedicato. Una Sardegna che già una volta ci aveva mostrato di avere molto da raccontare oltre le sue acque cristalline. A questo giro siamo sbarcati armati anche di scarpe da ginnastica, per scendere ogni tanto dalla sella e dedicarci ad alcune delle mille attività outdoor che impreziosiscono l’offerta sarda, mettendo appetito.

Da queste parti il rettilineo soffre di solitudine, tranne sulle strade a percorrenza veloce che tagliano la Sardegna, ma quando si può scegliere la fretta non è una buona passeggera. Anzi, per esplorare la Gallura ci siamo organizzati con tanto di autoradio e chiusura centralizzata. Si, perché la nuova Bavarese R 1250 RT a tratti soffre di crisi d’identità: “da grande sarò una limousine, per adesso mi accontento di due ruote super accessoriate e una rombante Akrapovich!”. Scelta la playlist iniziamo cosi a risalire la costa, cavalcandola su doppia sella. Iniziamo da quella d’acciaio, spinta dal boxer. Prendete nota: traiettorie di Capo d’Orso (SP13), dove l’asfalto sfila a pochi metri dal mare in una litoranea blu cobalto al profumo di salmastro. Poi un by-pass della SS133 ci ha mostrato Costa Serena, con visita alla Fortezza di Monte Altura e tuffo dalla spiaggia dei delfini, chiudendo in bellezza con un birrino a Porto Pollo: incantevole istmo dove, per chi ne è capace, può dilettarsi con il surf! Arrivati a Santa Teresa di Gallura si lascia apprezzare anche una parentesi di cultura sarda, con visita a una delle molte tombe megalitiche, detta dei Giganti, risalenti all’Età del bronzo presenti sull'isola, che aggiungono valore alla vacanza. A dominare la scena resta pur sempre il mare caraibico e le sue spiagge selvagge e così, grazie a comode scarpe da ginnastica, ci siamo fatti una passeggiata fino a raggiungere Cala Grande (Valle della Luna - Capo Testa), il perché ne vale la pena lo capirete con i vostri stessi occhi! Proseguendo la cavalcata costiera, raggiunta Isola Rossa (SP39), ci siamo fermati ad ammirare una delle torri spagnole (Torre Aragonese), edificata tra il 1578 e il 1595 come torre di avvistamento in difesa dalle incursioni dei pirati saraceni. Puntare l’interno non è da meno e, dopo aver scaldato le gomme sulla SP90 Paduledda-Badesi, ci siamo lanciati in quella danza che tanto piace a noi motociclisti, ondeggiando con ritmo tra una spalla e l’altra degli pneumatici. Aggiungete un po’ di musica “giusta” a far da colonna sonora e l’esperienza sarà delle migliori. Ma, come anticipato, la cavalcata della costa gallurese non è stata solo motoristica. Sulla sponda orientale ci aspettava Tomas, sardo doc, nato in Barbagia, terra di pastori e allevatori di cavalli. Nel 2006 si è trasferito con la famiglia a Budoni per dare vita al progetto Sardigna Equitours (escursioni turistiche e scuola di equitazione). Insieme alla moglie Ana e alla figlia Sara ci hanno regalato un’incantevole escursione al tramonto sul litorale di Budoni, tra paludi e pinete (di Agrustos) che si coloravano di rosso, ogni istante più intenso. A completare il quadretto, cenerini, cormorani e fenicotteri rosa. Esperienza da non mancare, perché breve e facile quanto basta per essere apprezzata anche dai neofiti, è senz’altro cavalcare qualche esemplare di cavallo anglo-arabo, razza allevata in Sardegna.

L’interno della Sardegna regala paesi che profumano di genuino, spesso impreziositi da veri e propri quadri di vita locale (murales) che ne arredano le facciate. Sul nostro percorso ci siamo appuntati, in ordine di apparizione: San Pantaleo, Arzachena, Aggius, Tempio Pausania, Luras e Posada. San Pantaleo si trova sulla SP73, una strada secondaria che scala il massiccio granitico di Cugnana e guadagna la vista sulla Costa Smeralda. È un’autentica perla dell’entroterra gallurese, famosa per il suo mercatino del giovedì, che si svolge nella piazzetta centrale del borgo. Arzachena, poco più avanti, ogni estate regala un’arcobaleno diverso (scala della Chiesa di Santa Lucia), un’opera di urban art che si rinnova continuamente per poi svanire fino all’anno successivo. Che dire di Aggius? Incastonato tra le rocce della Valle della Luna (SP74), sfoggia la bandiera arancione del TCI e un grazioso Museo del Banditismo, allestito in quattro sale nella vecchia Pretura. Una teca è tutta per Sebastiano Tansu, “il Muto di Gallura”, bandito aggese che ha ispirato l’omonimo romanzo di Enrico Costa. Superato Tempio Pausania, una deviazione verso nord ci ha portato a Luras, incuriositi dal museo etnografico di Gallura, dove è custodito il martello de sa femina Agabbadòra. L’Agabbadòra, fino al secolo scorso, ricopriva un ruolo assai delicato all’interno del mondo agropastorale sardo (acabàr in spagnolo significa finire). Ella interrompeva le sofferenze dei malati terminali accompagnandoli verso la morte con un colpo secco di lu malteddhu (martello in legno di ulivo). Un personaggio tra leggenda e realtà che ha fortemente stuzzicato la nostra curiosità.

Tornando verso la costa orientale avevamo programmato una sosta a Posada, il perché lo si intuisce già da lontano, scorgendo le sue casette variopinte incastonate come un allegro mosaico mentre si specchiano vanitose sulle acque del Rio omonimo. Fiume che ha rappresentato il nostro punto di arrivo e di ripartenza, scendendo dalla moto per salire sul kayak. Qualche breve consiglio dai ragazzi del Consorzio Tepilora e, in breve, ci ritroviamo a pagaiare verso la foce che incontra il Mar Tirreno. L’ambiente circostante è relax allo stato puro, impreziosito dalla vista di ciò che resta del "Casteddu de sa Fae" o castello della Fava, fortezza costruita dai giudici di Gallura nel XIII secolo che vanta una divertente leggenda legata al suo nome. Si dice infatti che, durante un tentativo di assedio da parte dei Saraceni (nel 1300), per scampare alla disfatta, gli abitanti fecero mangiare le loro ultime fave a un piccione, lo liberarono e lo ferirono facendolo così precipitare a stomaco pieno nell’accampa[1]mento arabo. Nel vederlo, gli assedianti si convinsero che inattese scorte di cibo all’interno del castello ne avrebbero reso troppo lunga la conquista e decisero di ritirarsi. La SS125 ci accompagna verso la fine dell’itinerario, ma la Gallura nasconde nella manica un altro asso: l’isola nell’isola, Tavolara. Una lama di roccia calcarea e granitica, alta 565 metri e lunga quattro chilometri. Nel mese di luglio, da ormai 31 anni, il festival internazionale del cinema “Una notte in Italia” la rende ancor più attraente. Ma noi abbiamo parcheggiato la nostra BMW a Porto San Paolo con ben altro intento: raggiungere la sua sommità (Punta Cannone), armati di caschetto, corde e imbraco, fornitici da Mas[1]simo Putzu, esperta guida locale. Per gli appassionati di queste attività le ferrate di Tavolara sono due, una per esperti e una per neofiti, fate sempre la scelta più prudente. Il sentiero per Punta Cannone si arrampica tra ginepri e olivastri per verticalizzare in alcuni tratti dove ci si avvale di corde fisse e cavi d'acciaio inox, assicurandosi mediante longes (kit da ferrata). Raggiunta la sommità, si conquista visivamente gran parte della Gallura. La discesa avviene con un’emozionante calata in corda doppia di 30 metri a completare un piccolo battesimo della roccia.

Per il gran finale ci siamo lasciati il racconto di un’esperienza gastronomica che non dimenticheremo facilmente. Tutto è iniziato mettendo le gambe sotto al tavolo dell’Agriturismo Muru Idda. Più che una cena è una vera e propria esperienza, poiché ogni pietanza è parte narrante del menù di un matrimonio tradizionale sardo del 1926. La cena inizia con antipasti tipici, prevalentemente salumi (prosciutto, salsicce, mustela, pancetta), olive, fegatini di maiale in salsa agrodolce e frittelle di verdura. Si aggiungono in coda un tagliere di pecorino stagionato e semistagionato, e l’immancabile ricotta fatta in casa accompagnata dall’abbamele (derivato del miele). Non potete lasciare la Sardegna senza aver assaggiato la zuppa gallurese, piatto iconico della cultura culinaria del luogo. Seguono a ruota i curigliones galluresi, ravioli al ripieno di ricotta fresca e menta, e i macarrones, gnocchetti sardi serviti con un leggero sugo di agnello. Come da tradizione del banchetto nunziale, tra i primi e i secondi veniamo invitati ad assistere alla cottura del porcetto e a bere un calice di vino assieme a colui (solitamente il padre dello sposo) che ha sacrificato la prima parte di cena per seguirne la cottura a fuoco lento di circa cinque ore. Il ritorno a tavola riprende con l’agnello nero d’Arbus al sugo e si conclude con “Su Porcheddu Arrustu”, il tanto atteso porcetto arrosto. Seadas (dolce sardo a base di pasta sfoglia) e mirto chiudono in grande stile questo nostro banchetto sardo. A questo punto non resta che dirvi: “Bennidi in Gaddura!” (“Venite in Gallura!”)

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