Traiettorie Zen

Volevamo scoprire il Giappone e vedere che effetto fa il Monte Fuji incorniciato da foreste che vanno dal rosso all'ocra. E la formula che abbiamo scelto è quella del Fly&Ride (aereo+moto a noleggio) e delle sideways, ovvero ci siamo tenuti sulle strade "laterali"
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Milano-Tokyo via Shanghai. È iniziata così la nostra avventura a Nihon, il “paese del Sol Levante”, così chiamato per via dei due kanji (caratteri della lingua giapponese) che ne compongono il nome: Ni (giorno/sole) e Hon (origine). Alcuni tra i marchi più importanti delle nostre amate moto (Honda, Kawasaki, Yamaha, Suzuki) nascono in questo arcipelago composto da 4 isole principali e 6.852 isolette anche se, quando a tavola con gli amici si parla di viaggi in Giappone, fra i temi più battuti ci sono anche treni, in particolare lo Shinkansen: il “treno proiettile” da 443 km/h nato nell’aprile del 1959… e quasi ci si dimentica della Suzuki Hayabusa (312 km/h). Ma, naturalmente, abbiamo scelto di visitarlo in moto, esplorando le regioni del Kanto (Tokyo) e Chubu (Monte Fuji e penisola di Izu). 1.120 km di asfalto gustoso tra autostrade scorrevoli e skyline (strade panoramiche) dalle traiettorie provocanti, che purtroppo si inceppano alle porte dei centri abitati. Quella che stiamo per raccontarvi è soltanto una breve esperienza in una realtà estremamente affascinante che meriterebbe più tempo.
Il Giappone è un Paese molto lontano dal nostro stivale (12 h volo diretto / 14 h con coincidenza), sia fisicamente, sia culturalmente, una lontananza che, in molte situazioni, risulta divertente. Per quanto le filosofie di vita tra Oriente e Occidente siano sempre più mischiate, il punto di partenza è talmente lontano che l’incontro è sempre un’incognita. Per la prima volta vedrete capitolare chi è padrone della lingua inglese: lasciate le grandi città dovrà arrendersi a una comunicazione decisamente più primitiva e gestuale. Perché il giapponese non molla, pur di aiutarvi si esprimerà nella sua lingua con infinite spiegazioni incomprensibili. Ma, tranquilli, alla fine in qualche modo se ne viene sempre a capo perché, come noi, amano esprimersi con le mani... e, per tutto il resto, c’è Google Translate! Non è una battuta: per comunicare e muoversi liberamente, specie fuori dalle grandi città, è utilissimo utilizzare Google Translate e Google Maps utilizzando un router wi-fi da noleggiare all’arrivo in aeroporto, o prima di partire per farselo dare direttamente in albergo. Noi abbiamo usato https://en.wifi-rental-store.jp/ (20GB al mese a 450 yen (3,50 euro) al giorno). Per 11 giorni di modello base abbiamo speso 50 euro, con consegna in hotel e restituzione via-posta in aeroporto.
Già in aeroporto il Giappone appare come il Paese perfetto anche se sarebbe più corretto dire “dei perfettini”: tutto funziona in maniera schematica e maniacale e, per la prima volta, saranno le valige ad aspettare voi (rigorosamente in fila) accanto al nastro trasportatore. Insomma, se di indole siete "ingegneri" sarete nel posto giusto, in caso contrario prendetela sul ridere. Un altro segnale indicativo di ciò che vi aspetta lo incontrerete al bancone dei moduli per l’immigrazione: oltre alle penne (che scrivono) troverete anche gli occhiali da vista! A fine viaggio vi renderete conto che alcuni oggetti di uso comune potevate anche lasciarli a casa. Altri esempi: le ciabatte, il pigiama, lo spazzolino da denti e un cambio comodo (lo yukata, una via di mezzo tra un abito e una vestaglia) per girare comodi in hotel. Ad ogni occasione di confronto vi renderete conto che la gentilezza nipponica non è una leggenda metropolitana, ma pura realtà, anche se, alla lunga, può apparire dettata da un vizio di forma della società. Occhio a non esagerare con gli inchini di risposta perché loro vorranno farne sempre uno in più di voi e più "profondo". Piccole accortezze di bon ton locale: mai soffiarsi il naso in pubblico (il motivo per cui portano la mascherina non è per lo smog, ma è un gesto di altissimo rispetto altrui nel caso siano ammalati), non urlare, non parlare al cellulare sui mezzi pubblici, non eccedere in effusioni di coppia, non fumare all’aperto (anche se poi in alcuni locali è ancora concesso) e, sopratutto, rispettare la fila… ahimè anche in moto!
Prima di accendere la moto è doveroso aprire una parentesi sulla circolazione stradale giapponese, per sottolineare alcune differenze sostanziali a cui non siamo educati. Una su tutte: restare in coda come se fossimo alla guida di un’auto. Per superare agilmente centri urbani che non erano di nostro interesse l’unica soluzione è stata cedere ai raccordi autostradali. L’alternativa era una lenta morte sulla via crucis dei semafori! Si guida a sinistra, ma ci si abitua facilmente. I semafori sono posizionati sempre oltre l’incrocio, occhio a fermarsi nel punto giusto. Anche sui limiti di velocità non si scherza: 30-40 km/h nei centri urbani e su tutte le strade provinciali, 80-100 km/h in autostrada. Esiste comunque una tacita tolleranza di 20 km/h in entrambi i casi… Attenzione però ai controlli, le multe sono salate. Detto questo, le traiettorie che vi aspettano sono superlative e la moto resta comunque la prima scelta per visitare veramente il Paese. Perché la sua anima più affascinante si nasconde nelle sue campagne, nel riflesso dei suoi specchi d'acqua e nei suoi passi di montagna. Là dove i cartelli in doppia lingua scompaiono e il viaggio si fa vero. Del resto la moto resta sempre il mezzo di trasporto che più ti avvicina a un popolo e al suo territorio, perché tra una marcia e l’altra si può sostare ovunque per ammirarne il panorama o un contadino perso nelle risaie. In Giappone prendere la patente fino a 400 cc è relativamente facile, ma per cilindrate superiori è molto complicato, per questo la nostra Honda CRF1000L faceva un figurone, e noi con lei. Questo avvicinava le persone per pura curiosità e così ci scappava sempre una battuta o un sorriso. Insomma: in moto si prende freddo, ci si bagna, ci si stanca di più che in treno ma, dopo aver schivato l’epicentro del tifone Trami (grazie all’app in tempo reale Wunderground) e aver sopportato piogge torrenziali e forti raffiche di vento, il premio è stata una bellissima aria tersa che, il giorno seguente, ha fatto risaltare i colori del Giappone autunnale. Dalla sella si colgono anche i profumi pungenti del sottobosco, il canto allegro dei grilli nei lunghi tratti serali. Tutte sensazioni che, dal vagone dello Shinkansen, sarebbero svanite.
Lasciata Tokyo, ci siamo spinti verso la Penisola di Izu che si tuffa sull’Oceano Pacifico con colline rigogliose e stazioni termali spiccatamente romantiche. Per raggiungerla ci siamo fatti sedurre dalle curve della Mazda Turnpike Lounge (Strada 75) e poi abbiamo risalito il serpente d’asfalto della 732 e sorvolato l’orizzonte con la panoramica Ashinoko Skyline: tre capolavori di geometria stradale che regalano ritmo alla guida e un primo incontro con Fuji-san per un selfie d’autore. L’Ashinoko Skyline è una melody road: alcuni tratti indicati da apposita segnaletica presentano particolari inserti sul fondo stradale che, al passaggio del pneumatico, generano melodie, ma soltanto alla velocità costante di 40 km/h. Prima di imboccare la 732 concedetevi, invece, una breve sosta alla Hamamatsuya Yosegi Zaiku Factory, storica falegnameria (visitabile) dove acquistare le preziose scatole segrete giapponesi, finemente lavorate con intarsi a mosaico nel laboratorio antistante. La loro caratteristica è di non mostrare alcuna apertura se non dopo una precisa sequenza di movimenti. Infine, un magnifico torii (tradizionale portale d’accesso giapponese) riflesso sul lago di Ashi ci invita a visitare il tempio shinto di Hakone. Conquistata anche la Izu-Skyline, che conferma l’attitudine motociclistica delle strade giapponesi, abbiamo tagliato sulla 59, alla ricerca dei campi di wasabi di Naka-Izu, una preziosa radice dal forte potere curativo che, per crescere, necessita di acqua purissima, tanta umidità e temperature tra 8 e 18 °C. A Naka-Izu si coltiva wasabi da più di 250 anni e il prodotto finito di quest’area è considerato il più pregiato del Giappone. L’abbiamo assaggiato sotto forma di gelato all’Amagi Wasabi no Sato sulla 414. La giornata si è conclusa con un tramonto infuocato sulla costa occidentale, amata dai surfisti per le sue onde.
Oltre a scorrazzare sul lungo mare di Dogashima si possono ammirare le isole Sanshiro (Denbe, Nakano, Okinose e Taka). I più fortunati le potranno addirittura avvicinare a piedi grazie a un raro fenomeno di bassa marea chiamato “Tombolo”. Ci siamo, poi, arrampicati sui monti Daruma seguendo la Nishi-Izu Skyline che serpeggia in cresta collezionando passi tra i 900 e i 1.000 metri: il Nishina Pass sulla 411, l’Heda Pass al bivio con la 127 e il Funabara pass sulla 18. All’orizzonte il protagonista è sempre lui, Fuji-san, con i suoi 3.776 m. L’ultimo contatto con il mare è di quelli forti, al mercato del pesce di Numazu, dove ci intrufoliamo per assistere alle aste del tonno. La levataccia del mattino chiama però a gran voce un caffè e poco distante dal mercato ci imbattiamo nel Café & Tea Room Azumino: pura poesia! Entriamo in punta di piedi al suono elegante di musica jazz diffusa da un vecchio giradischi. Mentre il proprietario è intento a pulire le preziose tazze di porcellana, sua moglie ci fa accomodare e, con un sorriso gentile, ci mostra il menù, con su scritto “We can’t speak English. But we hope you’ll be comfortable and enjoy staying at Azumino”. Rapiti dall’ambiente facciamo subito l’ordine, indicando due caffè e una fetta di torta. Abbiamo atteso quasi mezz’ora, tra macinatura e filtratura, ma è stata un’esperienza quasi zen. Il miglior caffè dell’intero viaggio. Una giornata che da lì a poco sarebbe diventata indimenticabile, grazie alla 152 - Monte Fuji Skyline. Una fitta nebbia ci separava dal sogno di vederlo dal vivo, lui, un mito, il vulcano che tutti i bambini disegnano… Fuji-san! Saliti fino alla quinta stazione del Fujinomiya Trail (2.380 m) non potevamo fare altro che parcheggiare la moto: da qui al cratere si prosegue soltanto a piedi. Per fortuna l’attesa tra le nuvole è stata ripagata da uno squarcio di luce che ha fatto risaltare il Monte Fuji in tutta la sua ieratica bellezza.
Al mattino seguente ci siamo risvegliati nella regione dei 5 laghi: Motosu-ko, Shoji-ko, Sui-ko, Kawaguchi-ko e Yhamanaka-ko. Nelle giornate limpide Fuji-san (ma si può scrivere anche senza la lineetta) è solito specchiarsi nelle loro acque creando cartoline uniche. La vista dal Motosu-ko, in particolare, è diventata l’icona delle banconote da 1.000 yen. Altra tappa fondamentale del viaggio sono le acque termali di Kusazu, una cittadina fuori dal tempo sulla Nihon Romantic Highway, dove si gira per le strade indossando lo yukata e passando da un onsen (bagni termali) a un altro. Anche lo ryokan è un'esperienza che non può assolutamente mancare in un giro in moto giapponese e a Kusazu si trovano entrambe. È l’albergo tradizionale giapponese, con pavimenti in tatami (pannelli di paglia intrecciata), bagno (solo washlet) e arredamento minimalista con tavolino e sedie molto bassi che, nel nostro caso, hanno poi lasciato spazio al futon, il letto tradizionale composto da un materasso arrotolato di cotone, cuscini e piumoni. All’interno del ryokan si respira un’atmosfera di altri tempi ed è preferibile agli alberghi comuni se ci si vuole calare nella loro cultura. Il bagno si fa nell’onsen, con una serie di accortezze che è meglio sapere prima. Poche semplici regole, ma importanti: nella vasca di acqua termale si entra solo dopo essersi fatti una doccia completa. È considerato al pari di un luogo sacro, con proprietà curative, dove raggiungere uno stato di assoluto relax. Vi si entra senza abiti e se privi di tatuaggi, riconducibili per i giapponesi alla yakuza (mafia locale), anche se le cose stanno cambiando. Alcuni ryokan danno la possibilità ai più timidi o a chi cerca intimità di prenotare un onsen in esclusiva per un po', ma soltanto in tarda serata.
Prima di puntare su Tokyo, degna chiusura dell’itinerario è la Strada Romantica Giapponese che abbiamo incrociato un paio di volte: da Tsumagoi a Kusazu (55) e da Kusazu a Shibukawa (59/28/15). Tra querce, faggi e aceri si guida in una tavolozza di colori infinita, accrescendo il nostro bottino montano con il Kuresaka Pass (1.086 m), dopo il quale ci siamo lanciati sulla 28: una pista a due corsie, in salita, veramente da sballo che conquista il Monte Haruma. È l’ultimo virtuosismo stradale degno di nota prima dei folli viadotti a tre livelli di Tokyo. Quando sarete a secco di carburante la formula magica che tutti capiscono è “normal, full”. Se, invece, dovrete confrontarvi con il distributore in lingua giapponese tenete presente che la pompa di colore rosso corrisponde alla benzina verde, mentre quella verde al diesel! Considerate che, contrariamente a quanto si possa immaginare, in generale la carta di credito non è molto utilizzata, soprattutto fuori dalle grandi città. È importante avere con sé del contante. Una volta entrati in città vi suggeriamo di parcheggiare la moto e di usufruire dei mezzi pubblici, perché guidare nelle metropoli giapponesi potrebbe rivelarsi un vero incubo, per il traffico e il divieto a superare le code. Prendetevi qualche giorno da dedicare a Tokyo e Kyoto, l’affascinante diversità di questo Paese merita di essere assimilata lentamente, altrimenti potrebbe diventare scioccante!

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