Scozia in moto, quando anche internet era raro

Eppure c'era già chi metteva in piedi gruppi vacanze con persone conosciute sui forum, che Ciaccia manco sapeva cosa fossero

Scozia in moto, quando anche internet era raro

Nella prima puntata di questo viaggio scozzese (la trovate qui) avevo raccontato un episodio che, al giorno d'oggi, si sarebbe risolto in fretta grazie ai cellulari: il perdersi tra compagni di viaggio. Senza telefonini, ci disperdemmo tra Ostenda ed Arlon, senza sapere nulla degli altri. Ma ci sono anche altri campi dove i 17 anni che corrono tra oggi e l'epoca di quel viaggio si sentono tutti. Ad esempio, nel campo della navigazione. All'epoca tutti erano costretti a usare le mappe cartacee, mentre oggi Gps e navigatori la fanno da padrone. Devo però dire che, nel mio caso, ho sempre amato le mappe cartacee e le uso tutt'ora insieme al Gps; i navigatori non mi piacciono e il Gps lo uso per tracciarmi i percorsi in fuoristrada (qui una video intervista in cui Mario illustra bene il concetto, nrd). Dato che qua viaggiavamo prevalentemente su asfalto, non c'erano grandi differenze rispetto a un mio viaggio del 2014. Dove, invece, mi sembra di essere passato dalla preistoria al futuro è a riguardo di internet.

 

INTERNET? A COSA SERVE?

Al momento di partire, da Inverness, alla volta delle Highland dell'estremo nord, incontrammo un gruppo di italiani che mi sembrava proprio strano. Fino a quel giorno, ero abituato a vedere gruppi di motociclisti composti da due, tre, massimo cinque o sei componenti, tutti abbastanza omogenei nello stile di viaggio, nelle moto, nell'abbigliamento, nell'età. Questi erano una ventina e sembravano non avere molto a che fare gli uni con gli altri. C'erano supersportive, enduro, coppiette, single e anche le età variavano parecchio. Sembrava che uno fosse il loro capo – un tipo vestito di pelle, con una Honda CBR900RR – più per carisma personale che per istituzione. C'era anche una ragazza in jeans, molto bella, che guidava una Honda Transalp e che era chiaramente concupita da quasi tutti i single del gruppo. Le moto avevano targhe provenienti da tutta Italia. Ma che razza di gruppo era mai questo? All'epoca non c'erano ancora i viaggi organizzati su asfalto. Domandammo a qualcuno di loro come avevano fatto a mettere insieme un gruppo così eterogeneo. "Facciamo parte di un forum" fu l'incomprensibile risposta. "Forum?". "Sì, su internet". Io, all'epoca, avevo un vago concetto di internet. Nella redazione di Tutto Mountain Bike non c'era. A casa non ce l'avevo. Non conoscevo nessuno che lo usasse, a parte Gugu, che di mestiere faceva l'informatico e che mesi prima, in vista di un giro per la Via del Sale, aveva invitato un tipo conosciuto su internet. All'epoca io mi consideravo all'avanguardia perché scrivevo le lettere col computer, le stampavo e le inviavo via fax. Avevo diversi amici-lettori della rivista con cui comunicavo col fax. Poi ci dotarono di un computer dotato di internet, uno in tutta la Casa editrice, per cui quando ti serviva sapere una cosa dovevi fare la coda. Nel 1998, poi, un'amica cercò di convincermi ad aprire una casella di posta, per scriverci delle e-mail, ma non ne capivo il senso. "Ci sono i fax, perché mai dovrei scriverti una e-mail?" le domandavo, facendo l'effetto del cavernicolo che domanda perché mai dovrebbe usare il fuoco e la ruota. Quando lasciammo Inverness, scuotevo la testa: "Ma come si fa a organizzare un viaggio tra gente che si è conosciuta su internet?".

 

LOCH SHIN

Andammo a campeggiare sul Loch Shin, un oscuro lago posto a circa 80 km a nord di Inverness e questo era esattamente ciò che ci aspettavamo dal Loch Ness: uno specchio d'acqua freddo, cupo, tetro e completamente disabitato. Faceva paura (guardate la gallery, con le foto e le imperdibili vignette by Mario Ciaccia, ndr). E noi eravamo lì per avere paura, quindi era un posto perfetto. Montammo le tende con appena 8 gradi, sotto una leggera pioggia, in riva al lago e ci sentimmo fronte, orecchie e guance prese a morsi da qualcosa che non riuscivamo a vedere. Erano i midges, moscerini, esserini minuscoli e invisibili che, come pirana, ci assaltavano in massa mordendoci la faccia ed entrando nelle maniche delle giacche. Un incubo, di cui non avevamo mai sentito parlare. Nei giorni successivi, i midges sarebbero stati compagni abituali, un vero flagello, perché ti entravano dentro il casco e tu guidavi sentendo i loro fastidiosissimi morsi per tutta la faccia. Scoprimmo, così, che ovunque vendevano una reticella da mettere in testa, proprio per difendersi da queste pesti. Ci abituammo a guidare indossandola come un sottocasco!

 

SINGLE-TRACK, IL VIDEOGAME

A nord del Loch Shin le Highland erano come speravo che fossero: un'infinita serie di colline tonde e senza alberi, senza paesi e senza strade, sotto un cielo minaccioso. Un vero deserto del nord! C'erano solo pochissime stradine asfaltate o sterrate, lunghe decine e decine di km, che toccavano qualche paesino isolato. Noi volevamo raggiungere John O'Groats, il paese posto più a Nord e scegliemmo una rotta che prevedeva, come prima città, quella di Crask, posta 20 km a nord del Loch Shin. Puntavamo a fare benzina lì. Entrammo così nel mondo dei single-track scozzesi, una specie di video game non virtuale. Erano strade strettissime, a una sola corsia, con un fondo che sembrava di ghiaia invece era... di ghiaia, ma incollata tenacemente al suolo, a garanzia di un grip pazzesco anche con le gomme tassellate, ma anche di un'usura imprevista. Ogni tanto c'erano delle piazzole per permettere ai veicoli di incrociarsi. Le curve erano infide, perché il raggio cambiava di colpo: scoprii che in Italia, la tanto disastrata Italia, le curve sono fatte tutte in modo tale da intuire il raggio fin dall'inizio, mentre in Scozia stringevano di colpo e si rischiavano dei frontali da paura. C'erano delle gobbe tali per cui in moto si riusciva a saltare, ma al di là c'erano sempre sorprese: lepri, pecore, grate di ferro, curve traditrici. Ogni tanto, misteriose sterrate si staccavano dalla principale asfaltata e sparivano dietro le colline. Per me era uno dei paesaggi più belli che avessi mai visto ed essere lì ad attraversarlo in sella alla mia moto era l'espressione della felicità più pura, tranne quando facevamo i piegoni su quella che in realtà era ghiaia vera.

 

CRASK INN

E arrivammo a Crask, anzi, Crask Inn. La "città" era composta da un albergo e da una pompa di benzina, con su scritto "Solo per i clienti dell'albergo". Stop. Tutto intorno, solo colline! Sarebbe stato un posto meraviglioso dove fermarsi, spersi in mezzo al nulla. Se lo cercate su Google Earth, noterete come si trovi esattamente in mezzo al cuore delle Highlands settentrionali, roba da Braveheart. Ma ci stava sulle palle il fatto che la benzina la desse solo ai suoi ospiti, per cui tirammo dritto. Ecco poi staccarsi una sterrata che andava a nascondersi dietro una collina: era anticipata da un cartello che indicava un albergo isolato, dove nel prezzo era inclusa la licenza di pesca per 7 giorni. Ma come? Una delle cose che mi piaceva di questo gruppo era la totale indipendenza: dormivamo dove capitava e, per mangiare, o cucinavamo gli spaghetti portati da casa, o pescavamo pesci dai fiumi (senza licenze), oppure coglievamo la frutta dagli alberi (o meglio, lo facevano gli altri: a me, la frutta non piace). In questo modo, non avevamo mete da raggiungere a tutti i costi e potevamo fermarci a dormire ovunque ci fosse piaciuto.

 

ALTNAHARRA

Circa 15 km più a nord di Crask c'era Altnaharra. Anche qua non si poteva parlare né di città, né di paese: si può paragonare ai gruppi di cascine che si trovano in Pianura Padana. Però c'era una cosa che mi commuoveva: c'era la scuola. Credo che la scuola di Altnaharra fosse il luogo di ritrovo di tutti i ragazzini che vivevano isolati nelle fattorie dei dintorni, come in Australia, o in Patagonia...

Di una cosa, però, mi dolgo: le cartine dell'epoca non segnalavano la sterrata lunga oltre 20 km che collegava Altnaharra ad Alltnacaillich, in direzione ovest, passando per Mudale e che ho scoperto in seguito, grazie a Google Earth. Doveva essere proprio carina... Invece, andammo a est, verso Helmsdale, sulla costa, per poi risalire fino a John O'Groats.

 

IL CLASSICO FRONTALE ALL'INGLESE

Ritrovammo il gruppo degli internettiani, ma non fu un bel momento. Quello che avevamo identificato come il loro leader, con la Honda CBR900RR, aveva centrato in pieno un'auto a noleggio guidata da turisti: il classico incidente del turista, che si distrae e si dimentica di stare sulla sinistra. Se avessero sbagliato entrambi, si sarebbero salvati. L'incidente era avvenuto proprio dietro una delle gobbe che tanto ci divertiva prendere in velocità, in stile Cavatappi di Laguna Seca. Lui non s'era fatto nulla, ma la forcella della sua Honda era tutta piegata: sembrava proprio la fine del suo viaggio, in uno dei luoghi più desolati dell'intera Gran Bretagna. Non era un caso che si fosse schiantato parecchi giorni dopo essere sbarcato in questa terra. Anche noi avevamo notato che era più facile guidare a sinistra appena arrivati, concentratissimi, che dopo, quando la guida a sinistra iniziava a diventare una cosa naturale, ci si rilassava, si pensava di meno... e ci si ritrovava a destra. Anche a Marco Marini, ovvero colui che dirige Motociclismo FUORIstrada, è capitato di fare un frontale con una motociclista inglese a cui era capitato di rilassarsi dentro le gole del Verdon, quindi dopo svariati giorni che era sbarcata in Francia. Mentre Marcello Bertolani, quando ha commesso lo sbaglio fatale, era appena al secondo giorno di guida a sinistra, in Sudafrica, mentre provava la Yamaha FZ1 per In Moto. La sua tragica morte mi stupì anche per quello.

 

FACCIAMO LA PIPÌ

Helmsdale sarebbe sulla costa del Mare del Nord, di fronte alla Norvegia, ma non lo si capiva. C'era una nebbia pazzesca, simile a quelle che ammantano le campagne milanesi in gennaio. Avanzavamo a passo d'uomo, con 7 gradi centigradi, senza vedere nulla e bagnandoci, per cui ci fermammo in una piazzola sterrata per metterci le tute antiacqua. In questi casi scendi, ti sgranchisci le gambe, Sigarina si fuma una paglia e tutti quanti si fa la pipì. Sembrava di essere in mezzo al Nulla e invece, attraverso la nebbia, intravvedemmo una casa isolata, tetra e buia, roba da Bela Lugosi. Una casa scura, con le finestre ancora più scure. Sembrava essere disabitata da almeno 900 anni, ma posseduta dai peggiori dei degli inferi. Ed ecco che da lì uscì una donna dalla faccia spaventosa, coi denti lunghi e stretti e i capelli neri. Si era accorta che degli esseri viventi si erano fermati davanti a casa sua e questa cosa l'aveva mandata fuori di testa. "What do you want? What are you doing?" domandò serissima, digrignando i denti. Noi maschi siamo fatti così: se siamo da soli, a fare la pipì per strada ci sentiamo un po' dei ladri. Se, invece, siamo in cinque, la cosa avviene in maniera molto più naturale e si diventa assai più sfacciati. Quando la tipa abbassò lo sguardo e si accorse che avevamo tutti quanti il manganello in mano, strabuzzò gli occhi, urlò balbettando un "What... What... What... NOW I CALL THE POLICE!" e corse in casa, per denunciarci per atti osceni in luogo pubblico. Era già la seconda minaccia di questo tipo, dopo l'orrido padrone del campeggio belga. Comunque, non andammo in panico. Finimmo di vestirci e ripartimmo, prima di sentire le sirene spiegate di tutta la polizia del Regno Unito.

 

JOHN O'GROATS

Questo minuscolo paesello in cima alle Highland viene dichiarato come il centro abitato più a nord della Scozia, isole escluse. Mentre il punto più a nord è Dunnet Head, poco distante. Ci arrivammo mentre il nebbione si diradava e lo trovammo incredibilmente affascinante, nella sua desolazione. Per dormire, andammo sulla spiaggia di Duncansby Head, bellissima, di sabbia bianca e con rocce tonde, ubicata a un paio di km a nord est. Montammo le tende su un praticello, ci cucinammo gli spaghetti e passammo una bellissima notte, ma il mattino successivo i miei compari furono più lesti a svegliarsi di me. Li sentivo parlare: "Guarda! Delle foche!" e pensavo: "Dormo ancora dieci minuti e poi esco a vederle anche io", ma le foche sparirono tra i flutti subito dopo. Poi sentii una voce che non c'entrava nulla con quella dei miei amici: "Scusate, qua con voi c'è un certo Mario Ciaccia?". "Sì... Ma lei come lo sa?". E questo chi diavolo era? A quel punto, la voglia di dormire se n'era andata. Uscii dal mio loculo e mi trovai faccia a faccia con Daniele Tavazzi, un lettore di Tutto Mountain Bike, col quale avevo fatto amicizia perché, in pausa pranzo, frequentavamo lo stesso pub di Bresso. Poco prima delle vacanze estive, avevamo scoperto che entrambi intendevamo passare le ferie in Scozia. Io in moto-tenda con gli amici, lui in auto-albergo con la famiglia. Di incontrarci non se ne parlava proprio, perché all'epoca non c'erano né i telefonini né le e-mail, quindi non ci sarebbe stato modo di trovarci in giro per la Scozia, anche se avessimo voluto. Ma lui, ogni volta che vedeva in giro delle moto con targa italiana, chiedeva se mi conoscevano e, alla fine, ci aveva beccati in fondo a una sterrata, all'estremo nord est della Gran Bretagna, in uno dei posti più isolati d'Europa. Non c'erano probabilità a favore di questo incontro! Che coincidenze assurde. Le gnocche del Loch Ness le avevamo cercate, senza trovarle. La fidanzata di Gugu l'avevamo incontrata in piena Londra. Gugu non aveva alcuna voglia di vederla: sapeva che era lì, ma le probabilità che le due traiettorie si incrociassero, in una città da 8 milioni di abitanti, erano pari allo zero. Appunto.

 

RAPPORTI UMANI

Tavazzi era alla fine del viaggio e stava tornando verso l'Italia. Era entusiasta della sua vacanza. Lui, sua moglie e il suo bimbo avevano dormito in bed & breakfast, ospiti sempre di persone gentili. Mentre noi non avevamo avuto grandi contatti con la popolazione locale. Viaggiare in totale autosufficienza, come noi, ci permetteva di vivere in maniera intima la meravigliosa natura scozzese, ma limitava al minimo gli incontri con le persone del luogo. Non dormendo mai in albergo o bed & breakfast e non mangiando mai in ristoranti, bar o pub, i nostri contatti coi local si limitavano a monosillabi con burberi benzinai, o alle minacce di venire denunciati alla Polizia da psicopatiche che vivevano isolate in mezzo alla nebbia.

Ma poi, finalmente, la mattina dopo conobbi l'amore. Da John O'Groats ci eravamo spostati a Thurso, che in Italia sarebbe considerato un paesino (7.500 abitanti), mentre sulla costa nord della Scozia equivale a una metropoli. Lungo la via eravamo andati a Dunnet Head, ovvero il Capo Nord della Gran Bretagna, che si raggiungeva tramite una bella serie di sterrati. Tutta la penisola era attraversata in lungo e in largo da sterrati, così avevamo passato la giornata a fare fuoristrada. A sera, eravamo andati a Thurso, che aveva un campeggio stupendo, sul mare, con tanto di lavanderia, così ne approfittammo per fare la doccia e per lavare i vestiti. In campeggio c'eravamo solo noi e un gruppo di ragazzi arrivati fin qui a piedi, ovvero coi mezzi pubblici. La mattina ci svegliammo, il sole splendeva alto nel cielo blu e faceva caldo. La spiaggia sembrava mediterranea e decidemmo di passare la giornata come avremmo fatto in Italia: a prendere il sole e a fare il bagno. Mentre facevamo colazione, seduti a un tavolo all'aperto, dalla lavanderia uscì una ragazza. Aveva un bel viso, era bionda, con gli occhi blu e le guance paffute, mentre fisicamente era piuttosto in carne. Come uscì, si bloccò di fronte a noi e si mise a fissarmi, come una fan di Christian Bale di fronte a Christian Bale. I miei amici ridacchiavano, io ero imbarazzatissimo, poi lei disse: "Maaaario, ma cosa ci fai qui?". Altro che fan di Christian Bale! Era un'amica di Milano, che conoscevo benissimo e che avevo soprannominato Attiva & Cattiva; solo che, quando vedi una persona al di fuori del suo contesto abituale, certe volte può capitare di non riconoscerla. In effetti, era l'ennesimo incontro assurdo di questo viaggio – in questo campeggio c'eravamo solo noi! - il che rende incomprensibile il perché non avessimo trovato le tre gnocche sul lago di Loch Ness.

 

DUNNET

Passammo la giornata in spiaggia, a nuotare e svaccarci sulla spiaggia della baia di Dunnet. Fuori faceva caldo, mentre l'acqua era freddissima. Passammo anche la serata in un pub di Thurso. La città mi affascinava: un avamposto dell'estremo nord, lontanissima da grossi centri abitati e con un porto commerciale da cui le navi mercantili andavano in Islanda. Ma vivere qui doveva essere alienante. C'era un gruppo di ragazzi, tutti coi crani depilati e i fisici robusti (praticamente degli skinhead), che sembravano avere un solo passatempo: stare in piedi con la schiena appoggiata contro un muro, senza parlare. Inquietanti alla massima potenza... In un posto così, spiccava la presenza di una benzinaia dalle tette enormi, sicuramente la favola del paese, che ci faceva girare gli ormoni. O meglio, li faceva girare ai miei compari, perché io sono un fan delle tette piccole e a punta.

 

TONGUE

Il giorno successivo ci spostammo verso la punta ovest della costa nord della Scozia e non facemmo altro che godere di viste meravigliose. Spiagge caraibiche, fiordi profondi, tramonti. Poco traffico. Coloro che affermano che in Scozia non valga la pena spingersi fino all'estremo nord bestemmiano, secondo me. L'isola di Skye non vale quello che si vede qui. Fu la tratta più bella del viaggio, la più romantica, la più struggente. Dopo Tongue, trovammo un fiume incredibile, che si era scavato un letto di sabbia lungo 8 km e largo 1,5. In quel periodo era quasi in secca, sicché potemmo smotazzarcelo in lungo e in largo, guadando il fiume stesso. Non è che fosse proprio in secca, anzi, come guado era impegnativo. Ma era circondato da candida sabbia. Un po' come il nostro Tagliamento, ma con sabbia chiara al posto della ghiaia.

 

DURNESS

A Durness, delizioso paesino con due splendide spiagge, finiva la costa nord e iniziava la discesa verso sud, sulla costa ovest. Piazzammo le tende sopra una delle due spiagge, soli come al solito, finché non arrivò un tedesco con una Yamaha Diversion 600, simile a quella di Sigarina, ma nera e senza cupolino. Era solo e anche lui in tenda, per cui ci chiese se poteva accamparsi accanto a noi. Fu un bell'incontro. Si trattava del tipico intellettuale tedesco alto due metri, bello robusto, biondo e con gli occhialini tondi alla Silvio Pellico. Era molto simpatico e aveva un modo di vivere i viaggi in moto simile al nostro: peccato solo che lui stesse viaggiando in senso contrario. Dopodiché, il viaggio verso sud ci piacque di meno, perché se arrivi all'estremità di un posto, in un crescere di emozioni, una volta raggiunto l'apice non farai altro che trovare paesaggi sempre più familiari e addomesticati. Per carità, anche la costa ovest era bella selvaggia, ma sapevamo che era iniziato il ritorno verso casa. Ci aspettavamo moltissimo dall'isola di Skye, della quale tutti ci dicevano meraviglie. Per arrivarci, impiegammo tre giorni e non furono male, nel loro complesso. Durante la prima di queste tre mattine stavamo correndo dentro un bosco, quando venimmo superati da un tipo su una Suzuki TL1000S. Aveva la targa britannica e zero bagagli, forse era uno della zona. Poi lo trovammo fermo a bordo strada. Quindi, ci risuperò. Poi, altra sosta. E altro sorpasso. Capimmo che si stava annoiando e che cercava di tirarsi su superandoci, finché a un certo punto un rumore terrificante ci gettò in panico, facendoci sbandare e quasi scontrare tra noi, perché ci fu chi reagì frenando e chi dando gas. Io pensai all'ennesimo sorpasso della TL1000S, ma con un motore da 10.000 cc a scarico libero. Gugu pensò di essere stato tamponato da un'auto col motore in fiamme, che stava esplodendo. Colombo pensò che gli fosse saltato in aria il motore. La verità era che due idioti, su un caccia militare, ci avevano visti dall'alto e si erano divertiti a farci il pelo. Chi stava in fondo al gruppo vide questo aereo puntarci direttamente sui caschi e poi, all'ultimo, interrompere la picchiata e riprendere quota, con un fragore bestiale. Da una parte spettacolo puro, dall'altra ci avevano spaventato e non possiamo dimenticare che, appena sei mesi dopo, altri idioti, alla guida di un caccia statunitense, passarono sotto i cavi della funivia del Cermis (Trentino), tranciandoli e uccidendo le 20 persone che erano a bordo (un omicidio per il quale non sono stati puniti).

A sera si mise a piovere forte, ma noi avevamo un grosso telo di plastica, con fori rinforzati in acciaio alle estremità, che legavamo tra le moto, in modo da poter cucinare e mangiare all'asciutto, tutti e cinque. Poi scendemmo da un passo che sembrava il Gavia, ma era poco sopra il livello del mare. Incontrammo una donna sui 70 anni, che abitava in un delizioso cottage e notammo che aveva la faccia piena di midges: non li mandava via. "Midges, not dangerous", ci spiegò. "Alla faccia!" era la risposta giusta.

Ma non smise di piovere per tutto il giorno, così la sera andammo a dormire al campeggio di Ullapool, onde asciugare i vestiti. Il giorno dopo uscì il sole e scoprimmo che da un muro usciva aria calda, per cui asciugammo tutto con comodo.

 

ISOLA DI SKYE

Effettivamente, è un gran bel posto. Ha una costa molto frastagliata, montagne rocciose che superano i 700 m, castelli isolati, scorci spettacolari, tanti campeggi, alberghi, pub e ristoranti. Rispetto al resto delle Highland, pullula di vita, sembra quasi una località mediterranea. Per cui, capisco se molti italiani preferiscono venire qui, anziché spingersi fino alla desolatissima costa nord. Per noi, però, valeva il contrario. La costa nord ci aveva mandato in estasi, qua ci sembrava di essere a Rimini. Non ci piaceva. I paesaggi erano belli, ma inferiori a quelli di lassù, perché meno drammatici. Ci piazzammo in un campeggio vicino a Portree e, la sera, andammo a mangiare in città (sempre che, con tale termine, si possa indicare un posto da 2.500 abitanti). Scegliemmo un take away che faceva calamari fritti al cartoccio, come in Italia. Si mangiava all'aperto, divorati da midges e zanzare, ma sembrava di essere sul Mediterraneo, era un bel paesino e il negozio dava sul porticciolo. Fu a quel punto che arrivò un camper VW Westfalia e ne scesero degli italiani, tra cui il fratello di Francesco Colombo. I due si salutarono appena, io ero sconvolto: "Checchino, ma è tuo fratello! Non sei sconvolto?". "No – mi rispose – sapevo che intendeva venire in Scozia con i suoi amici, ma tanto io e lui non andiamo particolarmente d'accordo, ognuno si fa le storie sue". Ma porca miseria, qua tutti incontravano tutti, perché le tre gnocche del Loch Ness ci erano sfuggite?

 

UN'ALTRA GNOCCA

Nel nostro campeggio arrivò un gruppo di francesi sui 20-25 anni, a piedi, con zainoni e tende. Si accamparono.  Tra di loro c'era una coppia dove lui era un tipo alto e grosso che rideva sempre, ma come uno scemo, mentre lei era la tipica francesina biondina supersexy. I nostri ormoni presero a girare come pale di elicottero. Ci sforzammo di fare un giro turistico per l'isola, sotto la pioggia battente, ma era davvero troppo. Dopo avere visto la costa tra Thurso e Durness, quest'isola non ci poteva dare più niente e così decidemmo di tornare in campeggio, fare una bella doccia calda e passare la serata in qualche pub di Portree, a mangiare hamburger e patatine. Ma, in quel pub, i miei compari bevvero anche troppa birra e, quando entrò la francesina, erano ormai brilli. Colombo elaborò un piano che solo un ubriaco poteva concepire: rapire la fanciulla. Gli altri approvarono. Io, che ero astemio, ero l'unico sobrio e li guardavo terrorizzato. Il loro ragionamento era: questi qua sono venuti a piedi dal campeggio, che dista qualche chilometro; perciò, quando finiranno di bere e vorranno tornare alle tende, Colombo li affiancherà con la moto e offrirà un passaggio alla fanciulla. "E dopo?" domandavo io, l'unico sobrio. "E dopo? Beh, se lei accetterà  di salire, è perché vorrà fare qualcosa con me, per cui da cosa nascerà cosa".

Il piano andò in fumo. Quando Checchino raggiunse i francesi, il ragazzo della biondina supersexy si buttò in mezzo alla strada e si fece dare un passaggio, lasciando la sua ragazza col resto del gruppo. A questa merdaccia era bastato vedere il faro avvicinarsi e sentire il rumore del motore per mettersi a sbracciare, prima ancora che si capisse qual era il piano criminale di Checchino! Allora, lui portò a manetta il deficiente fino al campeggio, lo lanciò dalla moto e tornò indietro a prendere lei, che accettò. Era il momento perfetto, visto che il fidanzato si era comportato da stronzo. Ma, ovviamente, la storia d'amore durò molto poco. Una volta che la fanciulla prese posto sulla sella posteriore della TT600, Checchino si limitò a riportarla velocemente tra le braccia del fidanzato scemo, passando poi il resto della notte a sospirare.

 

LOCH DUICH

Dopo questa esperienza umiliante e fallimentare, fuggimmo per sempre da Skye. Decidemmo di arrivare il più presto possibile a Londra, per passarci un po' di giorni. Ce lo dicemmo: "Oggi macineremo km su km". Non c'era neanche bisogno del traghetto, perché Skye è collegata alla terraferma – il villaggio di Kyle of Lochlalsh – tramite un moderno ponte a schiena d'asino. Si tratta di una costruzione fantastica, perché sale ripido verso il cielo e se lo fai dando gas con la schiena contro i bagagli, ti sembra di stare decollando su un aereo. Appena tornati in terraferma, arrivammo al castello di Eilean Donan, uno dei più famosi della Scozia, ove hanno girato 7 film, tra i quali Highlander. La sosta fu doverosa, così però il nostro proposito di macinare km subì una forte incrinatura. Allora ci promettemmo di guidare tutta la notte.

Cinque km dopo il castello, Gugu si fermò e indicò il fiordo che stavamo costeggiando, chiamato Loch Duich, ovvero lago di Duich. Pur essendo mare a tutti gli effetti, i fiordi spesso vengono chiamati laghi, dagli scozzesi. Il fiordo era bellissimo, così Gugu disse: "Questo posto è troppo bello, se non ci fermiamo a pescare qui ce ne pentiremo tutta la vita". Fummo tutti d'accordo. "I km li macineremo domani". Eravamo ad appena 20 km, in linea d'aria, da Skye. Passammo il pomeriggio a pescare e ne prendemmo di belli grossi. Verso la fine della seduta, io e Sigarina decidemmo di cercare un posto per la notte e ci ritrovammo a costeggiare tutto il Loch Duich, fino a risalire la costa opposta, arrivando all'altezza del castello di Eilean Donan. La strada finiva contro una casetta abbandonata, occupata da centinaia di gabbiani che entravano e uscivano urlando dalle finestre vuote. Una scena da paura, tanto più che stava calando il sole. Allora tornammo indietro e identificammo come campeggio ideale un'altura a picco sul fiordo, 210 m più in alto. Fu una notte fantastica, calda e asciutta, con la grigliata dei pesci appena pescati, la luna piena e una luce nitidissima, che permetteva di vedere tutto il fiordo anche a mezzanotte. E a me venne una specie di vertigine al contrario: mi immaginai di precipitare non dentro il fiordo, ma risucchiato verso l'alto da una forza misteriosa. Pensai che è vero che precipitare verso il basso fa paura, ma pensate cosa dev'essere andare nel senso contrario, senza controllo, fino a vedere il fiordo farsi piccolo sotto se stessi.

 

BEN NEVIS

La mattina dopo siamo partiti presto e abbiamo deciso di andare a sud, fermandoci solo per ammirare il Ben Nevis, l'Everest della Gran Bretagna, alto 1.344 m. Ma anche questo fu una delusione, in quanto troppo turistico. Fort William era una specie di Rimini, se confrontata con la solitudine della costa del nord. La Scozia è come se avesse due vitine di vespa: quella più a sud ha Glasgow ed Edimburgo alle estremità, mentre quella più a nord ha Fort William (col Ben Nevis) e Inverness (con il Loch Ness). La nostra parte preferita era quella a nord di quest'ultimo vitino di vespa. Chiaro? Forse no...

A sera tardi passammo per Glasgow, città da sempre nota per il suo aspetto industriale, con le case di mattoni scuri. La tipica città di cui ho sempre sentito parlare male, ma che su di me esercita un grande fascino. Oltretutto, è sede di una vivace scena artistico-architettonica. Ma procedemmo oltre, fino a superare il confine e rientrare in Inghilterra, nel parco del Lake Discrict. Cercammo un posto dove montare le tende, ma c'era una gran nebbia e così ci piazzammo nel primo prato che trovammo, per poi scoprire che eravamo entrati nella proprietà della Normangill Farm, una bellissima fattoria sui Monti Grampiani. La mattina dopo uscimmo dalle tende e pensammo: "Ahia, meglio andare via, prima che ci becchi il fattore". Ma il fattore passò un attimo dopo, su una Land Rover; ci vide, rallentò, ci disse "Hullo" e proseguì.

 

90 KM. DI NUOVO!

Passammo il resto della giornata a fare i 600 km di autostrada che ci separavano da Londra, sotto una pioggia a intermittenza che ci portò all'alienazione. E se sei alienato cosa fai? Guardi davanti, pensi a qualsiasi cosa, stai attendo a non andare a sbattere e non guardi negli specchietti retrovisori. Così, come in Belgio, ci spaccammo in due gruppi, ci perdemmo di vista e ci accorgemmo di nuovo, dopo 90 km, che due di noi erano spariti. Questa volta, io facevo parte dei tre rincoglioniti davanti. Non ci potevo credere. Da vittima ero diventato carnefice! Per fortuna, gli altri due erano solo rimasti indietro e arrivarono dopo qualche minuto di angoscia, insultandoci.

Nel 1998, la mia vita è cambiata completamente, perché mi sono fidanzato con Paola Verani, una delle poche persone al mondo che possedessero un telefonino nella mia cerchia di amici. Così, un po' per farle piacere e un po' perché memore dei casini scozzesi, decisi di comprarne uno anche io, visto che avevamo intenzione di andare in Spagna in moto, ciascuno alla guida della sua. E ci perdemmo, a Segovia. Perché capita di perdersi anche in due, dentro una città. Beh, i telefonini non servirono a nulla. Io l'avevo comprato per l'occasione, ma non avevo imparato a usarlo e, soprattutto, nessuno dei due sapeva il numero dell'altro. Lo so che sembra che stia dicendo palle, stento a crederci io stesso. Ma, se vivi per 32 anni senza telefonino, non hai tutta questa spinta a imparare a usarlo, lo metti ancora imballato dentro una borsa e lo lasci lì... Per fortuna, ci ritrovammo usando la tecnica "torna nell'ultimo posto dove hai visto l'altro".

 

LONDRA, LA CAPITALE DELLA MUSICA

A Londra passammo diversi giorni spensierati. La tensione per il viaggio scozzese non c'era più. Eravamo appagati. L'amico che ci ospitava era stato raggiunto da altri amici/amiche e si era creato un bel gruppo, che usciva tutte le sere. Uno degli elementi di grandissimo fascino delle città inglesi è che sono la fucina di una musica che influenza tutto il mondo, fin dagli anni Sessanta. Così, una sera io ruppi le palle a tutto il gruppo per andare al concerto dei Nylon, un gruppo di cui nessuno di noi aveva mai sentito parlare (e temo neanche voi). Mi ero messo in testa che questo gruppo, che si esibiva in un pub, ancora sconosciuto ai più, sarebbe esploso come fecero, a loro tempo, i Massive Attack a Bristol e io volevo essere testimone di questo evento storico. Notate bene che io non avevo idea di chi fossero e di come suonassero, 'sti benedetti Nylon. Infatti, non erano nulla di che e, da allora, non ne abbiamo più sentito parlare.

Dopo un po', ci venne la depressione. Si avvicinava la fine delle vacanze e non avevamo voglia di farci i 1.000 km di autostrada da Calais fino a Milano. Allora decidemmo di anticipare la partenza e di farci tutto il ritorno per strade statali, attraverso la Francia e le Alpi, fermandoci a visitare questo e quello. Ma le abrasosissime strade scozzesi mi avevano piallato le gomme: io ero l'unico che viaggiava con delle tassellate (sia pure a mescola dura: le Michelin T63) e adesso ero quasi sulle tele, con 6.000 km percorsi. E ce ne mancavano ancora 1.100 prima di tornare a casa. Così, girai Londra alla ricerca di un T63 posteriore, o simile, ma non lo trovai. Incredibile, a Milano questo problema non esisteva. Partii con il timore che la gomma potesse esplodermi da un momento all'altro, ma ero in buona compagnia perché Checchino stava aspettando di sbiellare da 6.000 km, mentre l'XT600 di Gugu faceva rumori sempre peggiori e divorava sempre più olio.

 

LE TOUQUET

Arrivammo a Dover, famosa per le sue scogliere e scoprimmo che anche a Calais, dove sbarcava il traghetto, c'erano scogliere simili, che i francesi però non reclamizzavano. L'idea di trascurare le autostrade fu vincente, perché come sbarcammo in Francia ci mettemmo a fare stradine deliziose che attraversavano una campagna stupenda. Arrivammo a Le Touquet, che è la sede di una delle più famose gare di cross al mondo, su una spiaggia infinita: il rettilineo di partenza, tutto sulla battigia, misura tra i 6 e i 7 km a seconda delle edizioni! Dormimmo sulla spiaggia e, la mattina dopo, restammo di stucco da quanto lontano fosse il mare. Non ho mai visto una spiaggia così grande. La gente andava con i windsurf montati su ruote, pur avendo il mare di fianco! Ma c'erano anche segnali che indicavano il percorso di gara delle moto e bar chiamati "L'Enduro". Provammo a guidare sulle famose dune, dove i campioni volavano e gli altri soccombevano. Noi, che eravamo delle mezze calzette e con le moto cariche, ci piantammo subito.

 

LA PRUDENZA PUÒ ESSERE TROPPA

Nel pomeriggio partimmo alla volta di Chartres, per visitare la sua spettacolare cattedrale e finimmo in coda a una fila di veicoli che procedevano dietro un'auto con roulotte inglese, che avanzava lentamente. I miei amici si misero a superare le auto – e quindi anche la roulotte – con dei zig zag avventati. Io, essendomi appena rotto la gamba, pensai che fossero dei pazzi incoscienti e mi dissi: "Vado al mio passo, perché sono prudente, Io". Ovviamente rimasi indietro e raggiunsi la roulotte molto dopo che gli altri l'avevano già superata. In quel momento notai, sulla destra, una colonnina dell'SOS. La notai per caso, non so come mai. Stavo studiando il momento opportuno per superare la roulotte inglese quando, dalla direzione opposta, arrivò una Peugeot 205. Andava a velocità moderata, eppure vidi, con incredulità, che in un nanosecondo si era messa in testacoda, per poi procedere in retromarcia nella nostra direzione e infilarsi dentro la roulotte. Quest'ultima esplose, un metro davanti a me. Mi ritrovai avvolto in una nuvola di cose bianche e marroni, pezzi di plastica e di legno. Non so come feci a evitare l'auto, ma ricordo che d'istinto mi buttai a destra, dove c'era un parcheggio sterrato. Dopodiché mi ricordai subito di quella colonnina dell'SOS, perciò tornai indietro per chiamare i soccorsi, sparendo quindi dalla scena dell'incidente. I miei amici, non vedendomi arrivare, si fermarono e vennero raggiunti da una delle auto che io avevo appena superato. Gli occupanti erano agitatissimi e urlarono che io ero stato appena stato coinvolto in un incidente terribile con una roulotte. Non so perché pensarono questo. Forse, da dietro, avevano visto me e la moto sparire dentro l'esplosione di tutti quei pezzi e non s'erano accorti che, in realtà, mi ero salvato. In preda all'angoscia, i miei amici tornarono indietro, pensando: "Ma quanto è sfigato, Ciaccia? È appena uscito da un incidente, è zoppo e finisce in un botto ancora peggiore del precedente?". Arrivarono sul posto e trovarono quel macello. La roulotte era esplosa, c'erano pezzi ovunque. Stavano tutti bene, ma i bambini inglesi urlavano in preda al panico e il guidatore della Peugeot 205 li abbracciava, scusandosi. Ma io non c'ero. I miei amici si misero a cercare il mio cadavere tra le macerie e trovarono un pezzo di plastica curvilineo appartenente alla roulotte: "Guardate – urlava Gugu tenendolo in mano – ho trovato il suo parafango!" e si sentì male: capì che io e la moto giacevamo, disintegrati, in quel marasma di pezzi di plastica e legno sparsi per tutta la sede stradale.

 

ALPI

Ma io ero vivo e lo dimostrai tornando dalla colonnina dell'SOS, dove avevo cercato di dire in italiano e inglese che c'era stato un incidente, urlandolo a un addetto che non capiva altro che il francese ben scandito.

Ripartimmo tutti contenti – non capita sempre di venire presi per morti e di poterlo smentire – e a sera eravamo nella bellissima Bourges, nel cuore della Francia. Dormimmo senza tenda, all'aperto, in un campo.

Il giorno dopo completammo la traversata della Francia e demmo inizio a un'entusiasmante tour alpino, iniziando dal Col du Lautaret (2.055 m), attraversando l'Izoard al tramonto (2.360 m) e piantando le tende in cima all'Agnello (2.748 m). Il giorno dopo, gran finale, con salita al Col de Sampeyre (2.284 m) e traversata della cosiddetta Via dei Cannoni, assai sassosa, con la mia gomma che ancora non era scoppiata, ma che non aveva assolutamente grip. A sera eravamo nelle rispettive case e il giorno dopo andammo a lavorare, senza neanche un giorno di decompressione. A rattristare il ritorno a casa fu la perdita del portafoglio da parte di Gugu, in zona Colle dell'Agnello. I soldi li aveva ormai finiti, ma dovette rifare i documenti e solo a quel punto un francese gli scrisse dal Colle dell'Agnello, dicendogli che aveva trovato il suo portafoglio. Appena se ne accorse, Gugu andò a fare la denuncia ai carabinieri, ma questi lo presero male, perché cercava di tenersi su facendo dello spirito, che quelli non capirono. E mentre il loro capo, che aveva studiato a Ottusandia, lo sgridava ("Non c'è niente da ridere, sa?"."Certo che lo so, il portafoglio è il mio...". "Bene, continui a fare lo spiritoso") era inevitabile pensarlo sposo, per punizione, alla strega che ci voleva denuciare perché facevamo pipì davanti a casa sua.

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