Riviviamo la Dakar: la durissima prima tappa marathon

Vi proponiamo un riassunto del rally più famoso del mondo, edizione 2014. Lo facciamo attraverso gli highlights video di ogni tappa. Oggi parliamo degli stage 3 e 4. Continua anche il racconto di Francesco Catanese, tester di Motociclismo FUORIstrada

Riviviamo la dakar: la durissima prima tappa marathon

Per rivivere al meglio l’emozione della Dakar 2014, vinta da Marc Coma su KTM, vi proponiamo dei video-riassunti di ogni giornata, tappa per tappa: i momenti salienti, le immagini più belle, le difficoltà, i trasferimenti e i fuori gara. È la volta della terza e quarta tappa, dove si conferma il talento di Barreda e si comincia a capire che le belle prestazioni della spagnola Laia Sanz non sono un casuale fuoco di paglia. Fuori Botturi alla seconda tappa, la pattuglia italiana continua la gara, ma alla fine della prima marathon saranno rimasti in 3: Ceci e Viglio (gli unici ad arrivare alla fine), nonché il nostro tester Francesco Catanese. Sorprendente la vittoria della Sherco di Pedrero nella seconda parte della prima tappa marathon, mentre la prima parte è stata accorciata per ragioni di sicurezza. Si comincia a capire che questa Dakar sarà particolarmente dura. Lo sa bene il “Catano” (qui le sue foto), che al termine della quarta tappa è sempre in gara ma ha praticamente finito le forze. Purtroppo è il preludio di un esito annunciato e, forse, inevitabile. Dopo i video prosegue il racconto del nostro tester alla dakar.

 

Tappa 3, San Rafael - San Juan

 

Tappa 4, San Juan - Chilecito

 

CATANESE, TAPPA 3: ALLUCINAZIONI IN ALTA QUOTA

Credo che questa marathon sarà una tappa tranquilla, sarebbe irrazionale prevedere tappe difficili quando non è consentito intervenire sulle moto, penso. Ma qui siamo alla Dakar, pare quasi che l’organizzazione voglia fare selezione. Uno dei “selezionati” è Zanotti, che incontro lungo il trasferimento: è fermo, la sua TM450 ha la gomma posteriore a brandelli. Riuscirà a sistemarla, ma a prezzo di un ritardo di 3 ore alla partenza della speciale. Squalificato! Per la mia speciale parto guardingo, il percorso è molto tecnico ma fattibile, e alla polvere ormai ho fatto l’abitudine. Ma sul fesh-fesh la moto va dove vuole e mi sento un ebete. Poi mi ricordo delle parole di Pedrero: “Sul fesh fesh gas aperto e zig zag per saltare i canali”. Funziona e ci prendo gusto, non sento nemmeno la fatica. Sono nel pieno delle Ande e sono contentissimo, ma torno alla realtà quando arrivo ai piedi di alcuni montagne nere e verdi. Decine di moto sdraiate, piloti stremati sdraiati a riprendersi… ne ho anche visti un paio piangere. Ma non ci sono errori: il way point è proprio lassù! Metto la seconda, ma non basta. Me la faccio tutta in prima sfrizionando e arrivo, ma stremato: sono a 4200 m e non si respira! Credo di stare per svenire e non so cosa fare. Il GPS dice di proseguire: attacco una ripida discesa alla disperata ricerca di ossigeno, ho perfino le allucinazioni… Poi va meglio. Riesco a concludere la tappa, una delle più dure da quando si corre in Sud America. Per me perfino troppo, addirittura incosciente da parte dell’organizzazione: moltissimi piloti sono rimasti vittime di problemi e malori tra i monti, costretti ad un bivacco forzato con temperature gelide, tra cui il mio compagno di squadra Paolo Sabbatucci, costretto al ritiro.

 

CATANESE, TAPPA 4: MA CHE CI FACCIO QUI?

Tra le due parti della tappa marathon dormo vicino a Despres, lo guardo e vedo un pilota preciso, calmo, metodico, i suoi vestiti sono puliti e ordinati sul letto… Versa una decina di polveri e liquidi diversi dentro la sacca del camelback: non so quale cocktail preparino questi marziani, ma capirò presto l’importanza di curare l’alimentazione liquida in una gara folle come questa. Mi illudo che la tappa 4 sarà facile e divertente (e comunque a fine stage c’è l’assistenza) e i dolori alla schiena e al… fondoschiena - maledette sospensioni dure! - mi accompagnano ma me li devo tenere. Purtroppo, invece, l’intera speciale di 350 km è dentro il letto di un fiume… e mi perdo pure a causa di una nota sbagliata che non ho corretto. Morale? I 350 km diventano 400… Siamo circa una ventina di piloti in difficoltà con la navigazione, ma ci deve essere stato un errore di tracciatura perché, quando compare la macchina dell’organizzazione chiamata da un pilota della Mongolia in crisi di nervi, ci indicano un sentiero non segnalato dal road book. Una speciale che non dà respiro fino alla fine. Ma la finisco, anche se ne ho poca forza e comincio a perdere motivazione. Mi restano 150 km di trasferimento e mi metto a fare i conti sulla velocità da tenere e sull’orario di arrivo (quindi conto le ore di sonno. Peccato che davanti a me si stagli una cordigliera che mette paura: buio, tornanti, burroni… Ma che ci faccio qui? Per fortuna la mia Yamaha va come un orologio (ah se avessi tenuto le sospensioni originali e regolato meglio il manubrio…) e arrivo a destinazione, anche se con quasi due ore di ritardo sul programmino. Paolo Libralesso mi aspetta e mi dà una grossissima mano con l’organizzazione del mio pernottamento: un grande! Me ne vado a dormire senza pensare alla tappa di domani.

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