di Federico Aliverti - 14 novembre 2019

Cronaca della telecronaca

Cosa succede dietro lo schermo della TV che ci porta in casa il Motomondiale? Abbiamo indagato da una postazione privilegiata, quella di Sky Sport MotoGP, scoprendo che per raccontare i più straordinari campioni della velocità ci vuole semplicemente... una velocità straordinaria

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Sono più di trent'anni che ogni domenica di gara, cascasse il mondo, seguo il Motomondiale. Mugello e Misano dal vivo, tutto il resto in piedi anch’io sul divano, incollato alla TV. Come si dice, in ognuno di noi c’è un allenatore e, perché no, un commentatore che fa il mazzo a tutti. Tipo: ma come diavolo ha fatto la prima voce a non accorgersi di quel sorpasso?! Perché il commentatore tecnico non ci dice che quello è chattering?! Comoda una diretta così dove te la canti e te la suoni. Poi succede che un giorno ti chiama SKY.

Circuito di Jerez, 5 maggio. È lì che prendo il posto di Mattia Pasini, tornato a indossare la tuta in pelle dopo aver vestito i panni del commentatore tecnico con passione, disinvoltura, competenza. Conosco bene Mattia e lo so più felice col casco in testa piuttosto che le cuffie. In questo ci somigliamo, con la differenza che lui può scegliere tra entrambi i ruoli nel Motomondiale, mentre a me un manubrio della Moto2 non lo danno manco se mi presento con la famigerata valigiona. Così il destino vuole che Pasini torni a fare il pilota e Aliverti si accomodi al fianco di Rosario Triolo per il commento tecnico della Moto2 e della Moto3. Il tutto live sul canale 208 di SKY dalle FP1 del venerdì al dopo gara della domenica.

La mia prima giornata televisiva in terra di Spagna potrei riassumerla così: un’arena dove non sai dove metterti per non essere d’intralcio. O per non essere incornato dal toro, se la guardi dal punto di vista di chi se la fa sotto. Già immaginavo che dietro un prodotto televisivo di successo, così come dietro un giornale di cui ho esperienza diretta, vi fosse un lavoro immane. Tuttavia la televisione mi ha scioccato per il ritmo iperveloce e per la sospensione del tempo “umano” a favore dei tempi televisivi. Un’infinità di professionisti sconosciuti al pubblico si muovono in un caos apparente col gas a martello, rivelando però un’organizzazione che ha del miracoloso. Molto spesso il miracolo si chiama Massimo Battiston. Tecnici video, project leader, registi, operatori grafici, assistenti di studio, coordinatori editoriali, tecnici audio e luci, cameraman, social media manager, responsabili di programmazione e di produzione interagiscono secondo un ordine di distribuzione a cascata dei ruoli. Gli ingranaggi si montano dall’alba del mercoledì al tramonto della domenica.

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Carlo Pizzo in cabina di regia

Per lo spettatore appassionato-divanato, Guido Meda è il frontman, musica e testi, di una rock band: Mauro Sanchini in cabina di commento, Vera Spadini da studio, Sandro Donato Grosso e Antonio Boselli dalla pit lane. Dalla prospettiva privilegiata del dietro le quinte, oggi di Guido direi che è il direttore di una grande orchestra. Pignolo, perfezionista, intransigente. Suggerisce ritmo, spartito, tempo di ingresso delle voci nel componimento. Mantenendo le giuste dosi di cazzeggio quando serve e un’incrollabile propensione a perdere tutto. Fuorché il filo del discorso anche in diretta alle 4 della mattina. La TV arriva a tutti, meglio ancora con un linguaggio pop. La magia o, come vogliamo chiamarlo, il successo di una trasmissione, avviene quando la vocazione all’intrattenimento è intelligente.

Per fare in diretta TV, ossia senza possibilità di correggere gli errori, il maestro di questa orchestra, non bastano quindi carisma e popolarità. Serve sensibilità giornalistica, resistenza alla fatica, velocità di ragionamento, conoscenza del media, capacità di concertazione e anche di mediazione. Altrimenti qualcuno stecca e sono guai.

Io speriamo che me la cavo, mi ripeto aggiustandomi le cuffie come quando si allaccia il casco in attesa del via. Non dimenticherò mai quel conto alla rovescia dalla regìa. Non vedere la platea di telespettatori aiuta, il nodo di secchezza alla gola si scioglie non appena parte la gara e con essa ritrovo il punto di contatto con quella cosa che macino da anni sulla carta stampata e, nel mio piccolo, anche in pista. Devo trovare velocemente il mio registro di velocità che passa tra occhi, sensazioni e parola. Ma almeno il panico è passato.

Fuori dalla frenesia della diretta, le 19 trasferte del Motomondiale hanno sulla troupe l’effetto di un collante. Si migra in ogni angolo del pianeta ma poi ci si ritrova sempre lì, accalcati dentro un motorhome, gomito a gomito in cabina di commento, felicemente ingabbiati insieme a piloti e meccanici dentro il perimetro di un paddock, come giostrai sotto il tendone dello spettacolo itinerante più bello del mondo. In questo microcosmo abitato da cuochi, addetti stampa, telemetristi, fotografi, motoristi, gommisti, team manager, ombrelline, campionissimi e wild car, non si cementano solo amicizie autentiche. Gli inviati di SKY stringono ogni tipo di relazione necessaria a procacciarsi la notizia. Perché è la notizia alle fondamenta di una telecronaca che viene veicolata a milioni di italiani attraverso una narrazione dei fatti volutamente spettacolo.

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Il commentatore Moto2 e Moto3 Rosario Triolo insieme a Lorenzo Dalla Porta e Tony Arbolino, quest’anno i due migliori piloti italiani della classe minore, ripresi dal cameraman Luca Braguti.

Antonio Boselli The Boss, occhi cerulei e inglese fluente che aprono ogni porta, annusa l’anteprima come un cane da tartufo. Il tartufo pregiato è lo scoop. Sandro Donato Grosso, stesso fiuto da pit reporter, passa in ricognizione box e hospitality mascherandosi come una spia di professione dietro un anglo-calabrese ipnotico, capace di abbassare le difese di qualunque interlocutore. Così tu pensi di essere con un amico al bar sport e finisci per raccontare tutto a un giornalista di SKY che parla a milioni di persone. A Rosario Triolo, aura un po’ celestiale che ne fa il confessore ideale, il colorato sottobosco di papà nonni cugini zii nipoti amici che orbita intorno ai giovani talenti racconta tutte le colpe. Altrui soprattutto: la moto non va una mazza sul dritto, la gomma è quasi sempre fallata, quell’altro corre solo perché paga, l’anno prossimo si cambia team e si va di là così vedrai quante gare vinciamo! Questi informatori più o meno consapevoli (alle volte cercano di “strumentalizzare” la cassa mediatica del telecronista per comunicare qualcosa a qualcuno) forniscono a Tritolo le notizie più preziose per la gara e direi anche per il mercato piloti da qui al 2027. Il merito di Rosario è di avere sempre materiale di primissima mano sulla Moto2 e la Moto3 perché… sa mantenere il segreto confessionale.

Quant’è più facile la vita per Vera Spadini! In un paddock popolato di maschi come un istituto tecnico professionale, diciamo che la notizia le corre incontro senza che lei debba farsi 8 km al giorno come i pit reporter. O 72 vasche di paddock con 12 kg di zavorra come i cameraman. Per esempio durante un aperitivo in hospitality, Vera intercetta e registra tutto. Rumors, primizie, indiscrezioni. Premio agli ignari malcapitati il suo luminoso sorriso. In un certo senso anche Mauro Sanchini, nonostante un fisico decisamente meno aggraziato, ha dei vantaggi per così dire di natura. Nella fattispecie la romagnolità. Parlare la stessa lingua di piloti nati nel quadrilatero Rimini - Cattolica - Tavullia - San Marino equivale ad avere la chiave di accesso alle notizie che contano sull’Italia protagonista del Motomondiale. Poi se hai l’acume, la simpatia e i trascorsi da pilota del Sankio… riesci a gestire anche l’altra metà dei rapporti con gli spagnoli: ti considerano un interlocutore qualificato anche se giri al Ranch con Valentino.

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Vera Spadini, il volto femminile della MotoGP dal 2017

Questo mare magnum di notizie intercettate in ogni angolo del paddock circola vorticosamente dentro una chat. Altre volte arriva diretto in cuffia filtrato dal provvidenziale dono della sintesi di Francesca Zambon, spesso condito dalla battutaccia di Damiano Joly che serve sempre a stemperare. Si tratta di informazioni indispensabili per sostenere, ritmo incalzante e contenuti di sostanza, la telecronaca di prove libere che per mezz’ora possono proporre di tutto fuorché un sorpasso. O peggio due ore di moto ferme ai box come sotto il diluvio del GP della Thailandia. Il punto è che l’imbeccata di Francesca su un certo fatto ti arriva all’orecchio quasi sempre quando tu, quel fatto, lo stai commentando. Se sei un professionista della TV sviluppi negli anni la capacità di ricezione e di emissione della parola in simultanea. Alle volte guardo Triolo e mi domando se è due in uno. Il fatto è che se come me sei alla prima in assoluto, ti sembra di fare una telefonata di lavoro mentre tuo figlio ti racconta come è andato a scuola. O sei bicefalo o vai in tilt.

E poi c’è la gara. Libera passione, coinvolgimento. Mi restituisce una tale quantità di spunti che mi sembra duri troppo poco per essere raccontata come meriterebbe. Ma il bello della domenica è la metamorfosi del bicefalo Triolo seduto al mio fianco. Diventa anche pianista. Attraverso una consolle con più tasti dei comandi al manubrio della Panigale, interagisce con registi cameramen producers e inviati ai box mentre un occhio sta alla gara e un altro scorre i tempi esaminandoli su un monitor annegato fra tanti altri di cui ancora oggi ignoro la funzione. Serve l’angolo visivo di un camaleonte per avere tutto sotto controllo. Grandioso se, mentre elabori otto milioni di dati in un istante, non ti sfugge la caduta del pilota di testa.

Dopo le classi minori tocca al performer. Guido Meda racconta la MotoGP accosciato sulla sua sedia girevole dentro quel bugigattolo che è la cabina di commento. Salta, suda, piega la testa di lato e il busto in avanti. In quei tre metri quadri sembra in gara anche lui. Se non fumasse mi verrebbe voglia di infilargli il casco. Mentre Triolo ed io, per non andare in sovrapposizione, ci rimpalliamo la parola con un cenno della mano affinando l’intesa ogni gara di più, Guido e Sanchini lo fanno semplicemente guardandosi negli occhi. Un affiatamento così lo costruisci negli anni, probabilmente anche al di fuori dell’ambito lavorativo.

Ho imparato che per raccontare in TV i più straordinari campioni della velocità ci vuole una velocità straordinaria. Altro che basette da rock star o frasario Tutti in piedi sul divano Gas a martello Scatenate l’inferno. L’eccezionalità vera è la capacità di acquisire, elaborare e riprodurre un’informazione in un istante. Senza tentennamenti, improvvisando, con quel lessico che solo lui ha. Ricordo a Silverstone un leprotto inquadrato a bordo pista pochi secondi prima del via. Il leprotto si guarda intorno, prende lo slancio sulle gambe posteriori e atterra sulle anteriori dopo uno scatto fulmineo che lo porta al riparo dal pericolo. In quel battito di ciglia, Guido ha già descritto in punta di metafora (calzante, leggera, divertente) il launch control che di lì a poco avrebbe gestito l’impennata delle MotoGP al via. E siccome la sua telecronaca non ha solo pennellate di colore, mi torna alla mente un high side anomalo al GP di Le Mans. Dopo il botto si finisce col parlare di elettronica. Guido spiega con semplicità qual è la funzione di una centralina rispetto ai comandi che il pilota impartisce e alle risposte che la moto gli restituisce. Quel testo lì avrei potuto trascriverlo pari pari sulle pagine di Motociclismo. L’eccezionalità non era il testo in sé, ma la straordinaria capacità di raccontare chiaramente e in poco tempo qualcosa che ad altri richiede, magari, mezza giornata di lavoro e più di una revisione.

Per esempio il testo che avete appena letto

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