The Lunar Project

Ispirata all’impresa di Apollo 11, questa special ha concetti tecnici e stilistici altrettanto esclusivi: materiali nobili con lavorazioni uniche, estetica da extraterrestre bastano per dire che di moto così ne abbiamo viste poche. Anzi, nessuna

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Non parte da Cape Canaveral ma da Fornovo di Taro, l’Apollo 11 a due ruote. Una missione dall’esito tutt’altro che scontato, perché The Lunar Project è stato progettato con tecniche realmente innovative da tecnici molto capaci e anche un po’ folli. Anche più del nostro Marco Belli, primo uomo a impennarla con la ruota alta verso lo spazio. Una piccola penna per un uomo, una grande penna per l’umanità. La base di partenza è nobile, ma non certo figlia del nostro tempo: una KTM 250 GS80 del 1979, non sarà proprio del 1969 come l’Apollo 11, ma si avvicina: lo scopo di questa special era quello di mettere in pratica dei nuovi concetti costruttivi, finora appannaggio di mondi molto diversi da quello delle moto, come quello aerospaziale e della Formula 1 e unire componenti dell’epoca con altri quasi futuristici. Nel box dedicato ai creatori della Carboni e Metalli potete leggere di più di come è nata questa idea. Lo stravolgimento estetico e tecnico è tra i più interessanti che abbiamo visto. Terminato l’allunaggio ci avviciniamo per guardarla da vicino.

Unidentified Riding Object. Sembra un oggetto strano, sembra un qualcosa che viene dal futuro, ma con dei dettagli del passato. La linea è pazzesca, dominata dal serbatoio che si estende a integrare la sella e il codino. È uno degli elementi di maggior pregio di tutta la moto, perché è un monoscocca in fibra di carbonio con inserti in titanio e alluminio ed è realizzato con sistema cantilever sospeso. Il serbatoio sembra piccolo piccolo, affusolato com’è verso la strettissima sella, e invece tiene 13 litri, un miracolo! Considerando che si tratta di una moto in stile flat track, che non può circolare per strada, la capienza è persino troppa, ne bastava sicuramente la metà! La matita che ha disegnato le linee, bellissime e inusuali, è quella di Mattia Candelma, con la supervisione di Riccardo Gatti del Politecnico di Milano, e il risultato è notevolissimo, perché richiama forme e colori sia dell’Apollo 11, sia delle missioni NASA di quegli anni, come il bellissimo cupolino bombato color oro, chiaramente ispirato alle visiere degli astronauti. Tutte le sovrastrutture sono realizzate in pregiata fibra di carbonio, sia il cupolino, sia i fianchetti e i foderi della forcella. Ma è nelle piastre di sterzo e nel forcellone che ritroviamo gli elementi tecnicamente più interessanti. Le piastre di sterzo sono in titanio, realizzate attraverso stampa 3D e con forme molto particolari, studiate agli elementi finiti per avere la resistenza necessaria con il minimo peso. E il risultato fa strabuzzare gli occhi, perché sembra impossibili che possa resistere alle sollecitazioni della guida. Il test di una manetta come Marco Belli è la prova sul campo finale, resiste a lui, resiste a tutto. Ed è pure bellissima. Sembra quasi ispirata a una ragnatela, con fasce di titanio messe solo ed esclusivamente dove servono. La stampa 3D dei metalli permette realizzazioni tecnicamente e topologicamente complicate, riuscendo a costruire ciò che gli ingegneri hanno ritenuto ideale dopo le analisi FEM. Se di solito le richieste dei tecnici devono scendere a compromessi con le esigenze di altri specialisti (design, costi di produzione ecc), qui è stata data la massima priorità all’ingegneria, del resto stiamo parlando di una tesi di Laurea, questo è The Lunar Project. L’altro pezzo di alta ingegneria è il forcellone, un ibrido da brivido.

Il forcellone montato sulla moto per le foto statiche deve essere sostituito con un altro, identico, ma meno rifinito esteticamente, per poter fare la prova dinamica. L’occasione è ghiotta per noi, perché così possiamo vedere i ragazzi di Carboni e Metalli all’opera sulla loro creatura e tenere in mano il forcellone smontato. Si tratta di un ibrido con la parte anteriore, che si collega al pivot, realizzata in stampa 3D in titanio (al pari degli attacchi perno ruota) e di una struttura dei bracci in fibra di carbonio con spessore variabile (la media è di 1,5 mm), il quale è laminato attorno a un’anima in alluminio di 0,8 mm di spessore, realizzata anch’essa in stampa 3D. L’unione tra le parti in titanio stampato e la fibra di carbonio avviene tramite incollaggio con adesivo strutturale epossidico. Il bello della stampa 3D per questi elementi in titanio non è solo nella possibilità di realizzare forme complesse (generate dall’analisi FEM), ma anche di poter prevedere una superficie con micro texture per aumentare le performance dell’incollaggio. Il motivo della sostituzione del forcellone è data solo dal fatto che la moto, per essere pronta per The One Moto Show a Portland, è stata realizzata al volo con un’anima del forcellone in materiale plastico, mentre quello meno rifinito esteticamente ha l’anima in lega leggera ed è quindi strutturale. Houston, problema risolto. Le altre chicche che troviamo sono la pinza freno posteriore, interamente realizzata in titanio insieme al suo supporto (stampa 3D ovviamente), con quest’ultimo dalle forme che dire inusuali è riduttivo, perché sì è seguito un processo di ottimizzazione topologica che ha portato a forme e volumi inconsueti. Il motore due tempi ha ricevuto un nuovo sistema si alimentazione con pacco lamellare, il cui collettore è realizzato in lega di alluminio stampato 3D, mentre lo scarico è uno Scalvini in acciaio e il reparto sospensioni è full Öhlins: forcella con escursione 90 mm (studiata per il flat track) e monoammortizzatore con 150 mm di corsa utile alla ruota. Quest’ultima è da 19”, come all’anteriore, con mozzi Cobra e pneumatici Maxxis da dirt. Il peso dichiarato per The Lunar Project è di soli 75 kg senza benzina, un risultato eccellente nonostante l’assenza totale di impianto luci, specchietti e targa.

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