di Paola Verani - 05 marzo 2014

Lorenzo e il “Giro del mondo in 80 giorni”

Si può percorrere il globo in 1920 ore? La terra è davvero tonda? Cosa si prova ad attraversare 24 fusi orari in neanche 3 mesi? Queste e altre domande hanno spinto Lorenzo Piolini a ricalcare le orme di Phileas Fogg, il personaggio del romanzo di Verne

Lorenzo e il “giro del mondo in 80 giorni”

Nella nostra rassegna di interviste agli amici travellers, abbiamo conosciuto Totò le Motò, Gionata Nencini, Simone Cannizzo e Claudio Giovenzana. Ora è la volta di fare una chiacchierata con Lorenzo Piolini.

 

La scommessa di circumnavigare il globo in 80 giorni che lancia il protagonista del libro di Verne è ben più di un gioco fra amici: rappresenta la curiosità che ognuno di noi ha di circoscrivere il Mondo, questa entità con cui ci confrontiamo continuamente ma che, di fatto, non conosciamo. È la voglia di contenerlo, confinarlo, toccarlo, abbracciarlo con un colpo d’occhio. Questa è stata la motivazione che ha spinto anche Lorenzo Piolini, 23 anni, studente dell’Istituto Europeo del Design di Milano, a  proporre la sua interpretazione del “Giro del mondo”, fatta in sella ad una Transalp, in compagnia dell’amico di sempre, Alberto Porro, riuscendo finalmente a dare sfogo alla sua anima raminga: “Ho due genitori, che da quando ho tre anni mi scarrozzano per il mondo istillandomi l’ansia vagabonda che mi ritrovo oggi. Ho cominciato a fare i primi viaggi in moto a 20 anni: Cambogia, Vietnam, Nepal e India, le prime due con moto a noleggio, le seconde con moto acquistata in loco. Ricorderò per sempre la traversata dell’Himalaya a bordo di una Royal Enfield 350, che oggi guido a Milano, come una delle esperienze più intense mai vissute. Sono tornato a casa con un’irrefrenabile voglia di scoprire il mondo…

La passione di Lorenzo per le moto ha senz’altro a che vedere con le avventure africane di suo padre ma, ancor prima, con l’amore per tutto che ciò che di meccanico permette all’uomo di spostarsi, tricicli e biciclette compresi, che hanno sempre costituito per lui, designer, un grande stimolo creativo.

Sin da piccolo, poi, ha coltivato il sogno di provare, almeno una volta nella vita, ad “andare sempre dritto, senza fermarsi, superando boschi, colline, montagne, mari e deserti, fino al momento nel quale mi sarei trovato nell’esatto punto di partenza”. Infine, volendo “da grande” viaggiare, Lorenzo aveva la necessità di farsi una cultura generale, una sorta di guida su misura per dirigere le sue spedizioni future: “Cosa c’è di meglio di un “Giro del mondo?”.

 

  

Oggi che bene o male il mondo è noto a tutti che significato può avere il Giro del Mondo e percorrerlo in 80 giorni?

È vero: oggi il mondo è noto a tutti, ma non a me. Non mi piace vivere le esperienze per sentito dire, mi rendo conto che fare il “Giro del mondo in 80 giorni” sia possibile e niente di nuovo, ma volevo vedere se io ero in grado di affrontare un’esperienza del genere, che in qualche modo a dato del filo da torciere ad ogni mio predecessore. Inoltre volevo finalmente scoprire quanto è grossa la terra, quanta fatica o tempo ci vogliono per girarci intorno come fosse un isolotto o, ancora, cosa si prova a “tornare indietro” di un giorno, ad attraversare 24 fusi orari o a disquisire, nello stesso mese con un siberiano, un giapponese, un americano ed un portoghese, stando tutti a casa loro…

Certo queste domande e tante altre hanno già delle risposte,il fatto è che io volevo capire cosa significano per me. 

 

Inevitabilmente la “formula Verne” prevede una corsa contro il tempo e anche tante curiosità frustrate: ci dici quali sono le tre cose che ti hanno colpito di più e su cui ti saresti volentieri soffermato?

Certamente guidare dall’alba al tramonto (letteralmente!) non è il modo migliore per godersi un luogo, la peculiarità però di questo viaggio è proprio quella di non andare da nessuna parte: la meta finale coincide con quella di partenza. Questo fa sì che il viaggio non finisca mai, in quanto arrivato al punto di partenza non puoi fare altro che andare avanti; ed effettivamente è un viaggio dal quale non tornerò ma . Se dovessi citare tre cose per cui sarebbe valsa la pena fermarsi dico la Romania, posto in cui siamo riusciti a sostare per un paio di giorni e che mi ha piacevolmente stupito per paesaggi, bellezza delle strade e bontà d’animo negli abitanti. Poi la Mongolia, Paese dalle mille identità e spiritualità; infine, il Giappone, affascinante per la cultura così diversa dalla nostra .

 

Qual è, invece, il valore aggiunto di un viaggio del genere: ovvero ciò che nessun'altra esperienza può darti?

Dino Basili avrebbe risposto che il viaggio perfetto è circolare, in cui puoi vivere la gioia della partenza e la gioia del ritorno. Io, nel mio piccolo, credo che il valore aggiunto di questa esperienza sia quello della sua totalità mondiale, finalmente percepita. 

 

Ci racconti brevemente che percorso avete fatto?

Partiti da Milano, abbiamo attraversato quasi tutta l’Europa dell’Est, passando per Slovenia, Croazia, Serbia, Romania e Bulgaria.Quindi abbiamo proseguito attraversando Turchia, Georgia, Russia, Kazakhstan, Russia, Mongolia, Siberia dell’est e Giappone.Una volta sbarcati nel continente americano abbiamo percorso il classico coast-to-coast attraverso California, Nevada, Arizona, New Mexico, Texas, Louisiana, Mississipi, Alabama, Georgia e Florida.

 

Il momento più difficile?

Di momenti difficili ce ne sono stati tanti: dal mio incidente in Kazakhstan e la conseguente distruzione/ricostruzione della moto, a quello di Alberto in Russia, alle varie forature gomme e quant’altro. Più duro di tutti, però, è stato il momento del rientro, quando tutto quello che avevi pensato, progettato e creato con tanti sforzi è semplicemente finito, passato. Questo, unito all’ormai abitudine di vivere vedendo ogni giorno posti mai visti prima, parlando ogni giorno con persone mai conosciute ed affrontando sfide/culture diverse, ha rappresentato, in tutta sincerità, la prova più ardua da affrontare.

 

Il momento più bello?

Senz’altro quello della partenza e,subito dopo, quello in cui ci siamo ritrovati nel bel mezzo del nulla con il sole che calava sull’infinita steppa kazaka, rendendoci conto che non saremmo arrivati da nessuna parte, non entro la notte e, dopo un primo momento di sconforto, siamo riusciti ad organizzare un accampamento più che gradevole con tanto di fuoco, cibo e acqua. In quel momento ho realizzato che potevo affrontare quella vita, ed è stato emozionante.

 

La strada più bella?

Dopo ventiseimila chilometri eleggere una strada “più bella” mi sembra di fare un torto a tutte le altre, devo dire, però, che porterò sempre nel cuore un tratto di strada di campagna, subito dopo il confine serbo-romeno, che attraversa un giogo sconfinato di colline, alternando grandi boschi a campi di girasoli, per poi gettarsi nei tortuosi tornanti di quelle che sembrano montagne in miniatura, costeggiando qualche fiume e minuscoli paesini incantati.

 

L'errore che non rifaresti?

Essendo io un ragazzo di 23 anni (22 all’epoca), chiaramente di errori ne ho fatti molti: per esempio tenere i documenti di frontiera nella borsa più scomoda da aprire oppure non degnare di uno sguardo la sospensione posteriore della moto. Ma, soprattutto, portare troppo bagaglio: nonostante me lo fossi prefisso come una delle cose da evitare, non sono riuscito a rimanere entro quelli che, ho capito in seguito, sono i parametri massimi di peso ed ingombro. E questo argomento ha talmente influenzato la mia quotidianità in viaggio da spingerm,i questo inverno, a progettare un apposito bagaglio universale ed adattabile ad ogni tipo di moto. Per ora si tratta di un’autoproduzione, ma spero di poterla proporre, in futuro a tutti i viaggiatori!

 

La popolazione più accogliente?

Contrariamente ad ogni previsione devo dire quella russa. Oltre alle fantastiche persone che ci hanno ospitato a casa loro, credo che sia degna di nota l’organizzazione dei motoclub russi, che nascono tra viaggiatori ed appassionati di moto, contano tutti pochissimi membri, ma motivati e decisi, sempre in contatto fra di loro e pronti ad aiutarti negli spostamenti, offrendoti un posto dove dormire e, spesso, anche una buona cena. Esistono decine di blog con numeri telefonici e contatti mail: non è strano, una volta entrati in una città sconosciuta, trovarsi davanti un motociclista pronto ad indicarti qualsiasi servizio disponibile, previa chiamata telefonica. Noi abbiamo attraversato quasi tutta la Russia senza tirare fuori il portafogli per dormire. Quella è una vera comunità!

 

L'incontro più importante?

Uno degli incontri più significativi è avvenuto in Siberia, dalle parti di Chita, in un paesino che non ho mai capito come si chiamasse e che non è segnato su nessuna cartina… Alberto aveva appena avuto un incidente dal quale si sarebbe ripreso dopo qualche giorno e io mi trovavo in mezzo al nulla. Mentre raccolgo pezzi della moto, senza smettere di parlare al mio compagno, dolorante, sul ciglio della strada, mi sento picchiettare sulla spalla. Mi giro e un facciotto simpatico mi guarda, sorride e, in un inglese stentato, mi dice: “Ciao, non preoccuparti, io sono il pastore di questo paese, la mia chiesa è quella (indicando l’edificio più vicino), casa mia invece è quella (indicando l’edificio dopo). Ho appena chiamato un ambulanza, portiamo moto e bagagli a casa mia , ho un garage coperto, inoltre sarete miei graditi ospiti fino a quando la moto non sarà aggiustata e la gamba del tuo amico guarita”. Non riusciamo a crederci, rimaniamo così a guardarci come due imbecilli fino a quando arriva l’ambulanza e capisco che non è un sogno. Da quel momento in poi passeremo quattro splendidi giorni a casa di “Pastor Gio” e della sua splendida famigliola composta da moglie e tre bimbi, vivendo la “loro” vita: comprando il pane la mattina, raccogliendo le patate, accompagnando Alina a scuola, andando a messa (dove Pastor Giò ha raccontato di due figli adottivi piovuti in casa). Ricorderò per tutta la vita le nottate passate a con quel pastore protestante, così diverso, così lontano da noi e così tremendamente vicino alla mia anima.

 

La scoperta più interessante?

Dal lato pratico la scoperta più interessante per me è stata capire che, dove sulla cartina viene tirata una linea di confine, cambia un mondo. Prima ero convinto che rispetto ai confini virtuali di un Paese, spostandosi di poche centinaia di chilometri né il paesaggio, né le persone potessero cambiare tanto. Al contrario tutto muta, persino l’odore dell’aria! Oltretutto quando sei in moto pure attraversare un confine diventa un’esperienza unica; in particolare ricordo quello tra Bulgaria e Turchia, dove e si abbandona l’Europa per entrare in Asia.

 

Hai mai avuto problemi col tuo compagno di viaggio, Alberto, o c'è sempre stata sintonia?

Io e Alberto siamo amici fin dal liceo, conoscersi bene credo che sia fondamentale per convivere ottanta giorni. La precedente avventura vissuta insieme in Nepal e India, inoltre, è sicuramente stata un’ottima palestra per noi. Nonostante questo ovviamente su quasi tre mesi di viaggio ci sono state delle incomprensioni, che però siamo contenti di esser riusciti a gestire al meglio e che, alla fine,sono sfociate in sole due occasioni in vere liti. A fare da paciere, in ogni caso, ci sono sempre le lunghe e solitarie ore di moto, che fanno riprendere aria al cervello.

 

Quanti chilometri facevate per rispettare la tabella di marcia?

La tabella di marcia iniziale prevedeva circa quattrocento chilometri al giorno, che, pin realtà, non abbiamo quasi mai rispettato, anche se non abbiamo superato gli 80 giorni. Mi spiego: le previsioni per non avere fretta erano percorrere il maggior numero di chilometri possibile in Europa, senza scendere mai sotto i quattrocento, in modo da poter affrontare con calma quei Paesi dove la percorrenza è per forza di cose rallentata. Il problema è stato che i primi giorni dovevamo ancora prendere confidenza con moto e attrezzatura, oltre che il ritmo giusto! Così abbiamo impiegato più del previsto per raggiungere la Turchia. Da lì in poi i terreni si facevano sempre più impervi e, visti ritardi accumulati, siamo stati costretti a tirare ogni volta che potevamo, con il risultato di fare duecento chilometri nel peggiore dei casi e magari ottocento o mille quando le condizioni lo permettevano… L’ultimo giorno in America siamo arrivati addirittura a percorrere milleseicento chilometri consecutivi, in circa ventiquattro ore.

 

Quanto ci avete messo per organizzare il viaggio?

L’organizzazione vera e propria è partita a novembre 2012. Inizialmente dovevo essere l’unico partecipante, quindi tutta parte di progettazione, creazione identità, sito, mailing list, ricerca partner ecc.. hanno portato via qualche mese. Per mia fortuna poi si è aggiunto anche Alberto che si è occupato dei rapporti con i partner e le P.R., cosa che ha velocizzato il tutto. In totale quindi, direi circa una decina di mesi.

 

Oltre a Verne quali da chi altro hai tratto ispirazione per i tuoi viaggi?

Devo dire che viaggiare lo sento un bisogno innato: fin da piccolo il mio sogno è stato quello di “andare. Ci sono, certo, tanti personaggi che stimo tantissimo, come il grande Giorgio Bettinelli, o l’amico Gionata Nencini, ma sono persone che ho conosciuto dopo aver capito che la moto e i viaggi avrebbero fatto parte della mia vita, per sempre.

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