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Lois Pryce: l'Iran in moto visto da una delle scrittrici di viaggio più brave al mondo, puntata Uno

La Mala Suerte Ediciones ha tradotto per il Bel Paese "Un viaggio rivoluzionario", che è il classico libro che molti italiani avrebbero voluto leggere, ma non in inglese. In questa prima parte però parliamo di chi è Lois e del perché ci piaccia così tanto

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Questo libro è straordinario, per tre motivi: uno perché lo ha scritto Lois Pryce, quindi basta e avanza (secondo il Telegraph, è nella top ten delle migliori viaggiatrici al mondo). Poi perché parla di un viaggio in moto. Ma, soprattutto, per le cose interessantissime che ci insegna sull'Iran e sulla sua popolazione. Il National Geographic lo ha considerato uno dei libri top del 2017. Ma solo di recente è stato tradotto in italiano… 238 pagine, 22 euro.

Una delle cose che si impara, viaggiando, è che i pregiudizi sui vari Paesi del mondo sono sempre da verificare con mano, perché bastano pochi episodi o i comportamenti di qualche persona al governo per indurre l'opinione pubblica a fare di ogni erba un fascio. Lois Pryce, autrice del libro di cui stiamo parlando, dice che "Se ho imparato qualcosa dai miei viaggi, è che il governo di una nazione e il suo popolo sono completamente scollegati". Diversi amici miei sono stati in Iran e me ne hanno parlato come di un Paese affascinante, popolato da gente che è vessata dal Governo, ma ne è ben conscia, è gentilissima, ospitale a livelli che non si possono immaginare, spiritosa, colta.

7 maggio 2024: Federico Marretta, ex pallavolista professionista ed oggi viaggiatore in moto, racconta al Ciapa la moto di Milano quanto siano ospitali gli iraniani.

Ecco, di solito i libri di questo genere sono interessanti per la parte motociclistica: li leggi, ti immedesimi in chi li scrive, carpisci informazioni utili. Se sono scritti bene ti sembra di essere anche tu lì con la moto. Il primo libro di Lois Pryce, in effetti, quello che parlava della Transamerica, funzionava così. Questo va oltre: la parte motociclistica c’è, ma si aggiunge quella sociale, che ci apre le porte di una delle nazioni più controverse della Terra. Il libro è del 2017, ma la traduzione è del 2023, quindi è stata aggiunta una pagina finale che, nel citare i fatti salienti dal 1906 ad oggi, parla anche dell’elezione dell’integralista Raisi come presidente (2021) e delle rivolte delle donne al grido di “Donna, vita, libertà” del 2022, quando la sedicenne Amini è stata uccisa dalla Polizia per avere indossato male l’hijab. Abbiamo quindi ben freschi i ricordi delle violenze assurde che si sono consumate laggiù in nome di un copricapo, che ci hanno fatto pensare all’Iran ancora di più come a un luogo maledetto. Per questo abbiamo bisogno di leggere “Un viaggio rivoluzionario”. Ma, prima di parlare di detto libro, vorrei raccontare perché stimo così tanto la sua autrice. Di conseguenza, questo articolo sarà piuttosto lungo, cosa che fa a pugni con le ultime tendenze dell’umanità, che è di leggere sempre meno. Ma se vi interessa questo articolo… è perché vi piace leggere, visto che parla di un libro.

La situazione sta precipitando, in effetti

Se scrivo messaggi Whatsapp più lunghi di cinque righe, gli amici manco li guardano, dicono che sono prolisso. Persino i video devono essere corti, altrimenti la gente li molla. Umanità, siamo un disastro! Ma i libri esistono ancora, persino quelli in formato cartaceo, che si possono annusare. Ci sono appassionati di moto che amano leggere libri che parlano di moto! E ce ne sono di bellissimi. Parecchi però arrivano da noi in lingua originale. In generale i migliori, come temi trattati e stile letterario, sono scritti da inglesi o statunitensi. Io sono una capra in inglese, per cui magari il libro lo compro pensando “Così mi esercito e imparo finalmente ‘sta lingua”, ma poi lascio perdere. Bisogna quindi sperare nelle traduzioni di qualche Casa editrice italiana. Bene, da qualche anno ce n’è una che pubblica roba fantastica e si chiama La Mala Suerte Ediciones (www.lamalasuerte.es). Sembrerebbe spagnola e lo è, perché è stata fondata da una coppia che vive nelle Asturie: la toscana Marina Cianferoni e suo marito Juan Pedro Garbayo.

Lei è sorella di Carlo Cianferoni, il disegnatore delle guide Curve & Tornanti che descrivono le strade di montagna con un misto di testi e fumetti.

Un esempio che spiega perché La Mala Suerte mi ha reso felice è questo: nel 1980, la giovane Elspeth Beard partì tutta sola, da Londra, per fare il giro del mondo con una BMW R 60/6 del 1974. Ci mise qualche anno ed entrò nella Storia del motociclismo avventuroso. Scrisse un libro su quella esperienza, ma era in inglese e non ho avuto la forza neanche di tentare di iniziare a leggerlo.

Per anni, per me Elspeth è stata soltanto una bellissima ragazza che viaggiava con dei bagagli assurdi.

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Ma è stato soltanto quando La Mala Suerte Ediciones ha pubblicato il suo testo in italiano che ho scoperto uno dei più belli e commoventi libri di viaggio che mi sia capitato di leggere. Un racconto sincero, pieno di sofferenze fisiche ed emotive e con un finale romantico a livelli intollerabili, ma non retorico, anzi. 

Attualmente, di quella Casa editrice sto leggendo questo libro, che parla di un rapporto padre/figlio recuperato quando si mettono a realizzare una special ricavata da una Vincent e da una Ducati.

"Big" Sid Biberman, soprannominato così perché era alto 1,96 m per 136 kg, è stato uno dei più importanti preparatori di moto Vincent. Purtroppo però la sua salute era minata dagli attacchi cardiaci e quando suo figlio si rese conto che questi gli stavano facendo passare la voglia di vivere, lo ha spronato a realizzare una moto con telaio Ducati e motore Vincent. Il libro è del 2009 e Big Sid è morto quattro anni più tardi.

Comunque sia: se siete tra coloro che ancora amano leggere belle storie sulle moto, tenete d’occhio La Mala Suerte.

Arriva Lois

Nel 2010 ero piuttosto stufo della media dei libri di viaggio motociclistico che mi capitavano sotto tiro. Ce n’erano troppi scritti da gente che non sapeva trasmettere emozioni, ma che sembrava preoccupata soprattutto di farti sapere che aveva fatto un botto di chilometri, che aveva tenuto medie giornaliere altissime, che aveva usato la tale moto (quasi sempre enorme, strapotente e complicata) e i prodotti di questo e quello sponsor. Spesso e volentieri tiravano in ballo missioni umanitarie che sembravano ispirate più dallo scopo di raccogliere sponsor e ottenere visibilità che da reale empatia verso le popolazioni povere della Terra. In tutto questo mi capitò in mano un libro inglese tradotto in italiano e pubblicato da una piccola Casa editrice, RTW Ride, fondata da un appassionato di viaggi in moto, Alessandro Dinon.

Il libro era stato scritto da una certa Lois Pryce e parlava del suo viaggio in moto dall’Alaska alla Terra del Fuoco, 32.000 km in dieci mesi, tra 2003 e 2004.

Appena ho iniziato a leggerlo ne sono rimasto folgorato. Questo era tutto ciò che per me avrebbe dovuto essere un racconto di viaggio. Lois era una trentenne londinese, di origini scozzesi, che lavorava alla BBC, che si sentiva soffocare dalla vita in ufficio e che sognava di prendersi un anno sabbatico per fare un grande viaggio in moto. Amava la musica, per questo era entrata nella BBC, ma non si aspettava che avrebbe dovuto passare la maggior parte del tempo in quelli che ha definito “orrendi loculi dove la gente parlava solo in gergo”.

Non era una grande appassionata di moto. Possedeva una BSA Bantam 175 degli anni Sessanta, che era stata la sua unica moto avuta fino ad allora e che usava soltanto per girare dentro Londra.

A due ruote aveva fatto soltanto un viaggio in bicicletta in Cornovaglia. Poiché amava la cultura e la musica degli Stati Uniti ha deciso di attraversare quelli, ma l’appetito vien mangiando e così il viaggio s’è espanso fino a diventare una traversata integrale del continente americano, da nord a sud. Perché in moto? Beh, anche se non sei divorato dalla passione è comunque un mezzo ideale per viaggiare, assaporare i paesaggi, fermarti dove vuoi, fare amicizia con le persone.

La scelta della moto è caduta su una piccola enduro a quattro tempi, la Yamaha Serow 225 (della famiglia delle XT), in base a una serie di ragionamenti che non posso che applaudire.

Moto leggera, facile da rialzare quando si cade e si è da soli in mezzo al Nulla. Semplice e robusta, così è facile da riparare e richiede poca manutenzione. Parca nei consumi, perché in 32.000 km la differenza economica tra il fare 30 km con un litro o farne 15 è enorme. Adatta al fuoristrada, perché in questi viaggi l’asfalto manca spesso e volentieri… e non per scelta. Quindi, ‘sta fanciulla mi esaltava già soltanto per la scelta della moto: perché sono gli stessi criteri che avevo seguito quando, nel 1995, mi ero comprato la Suzuki DR350S..

In realtà la moto non è uscita benissimo da questo viaggio. Rompeva la frizione di continuo (in foto la sta cambiando già in California), divorava olio e in quota perdeva una marea dei suoi pochissimi cavalli.

Nel preparare il viaggio ha chiesto consigli in giro e le hanno presentato un certo Austin Vince, inglese anche lui che, nel 1995 (cioè nello stesso anno in cui acquistai la DR350S), aveva affrontato il giro del mondo con altri sei amici, con modalità che per me sono il top del top del top di come viaggiare in moto.

Niente sponsor, niente furgoni appoggio, tanto fuoristrada, outfit e bagagli grezzissimi. E con che moto? Con la Suzuki DR350S! 

Ovvero un mezzo leggero, semplice, robusto e parco nei consumi. Sette moto uguali = razionalità estrema nel portare ricambi e avere conoscenze sulle parti da mantenere e riparare. Percorso: Londra-Siberia-Alaska-Terra del Fuoco-Africa da sud a nord. 71.000 km in 405 giorni. Notate: attraversarono la Russia nel 1995, cioè poco dopo la caduta del Muro di Berlino.

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Va detto che il loro viaggio è iniziato nel 1995 e che io ho scoperto Lois Pryce nel 2010, ma di Austin Vince sono venuto a conoscenza soltanto nel 2016 quando, nel cinemino del Deus di Milano, hanno mostrato il documentario Mondo Enduro, girato a pellicola proprio da quei sette.

Altre cose che ignoravo è che Lois Pryce è la cugina della cantante-attrice Olivia Newton John e la nipote di Max Born, premio Nobel 1954 per la fisica, uno dei padri di quella quantistica. Ha pure un lontano grado di parentela con l’attore comico Ben Elton.

Vince è stato così gentile e prodigo di consigli che tra i due è scattato l’amore e si sono sposati nel 2005. Al momento di scambiarsi gli anelli, si sono detti: “Prometti di imbarcarti in una vita fatta di progetti strampalati, di piani insensati e di avventure mal concepite?”. Ma lei è partita da sola e ha continuato a viaggiare da sola anche nei lustri successivi. Comunque non è solo per la scelta della moto e del marito che io impazzisco per questa donna, ma anche – e soprattutto – per come racconta i suoi viaggi. Uno degli immensi difetti di tanti viaggiatori/scrittori è che se la tirano da bestia, si prendono troppo sul serio e traboccano di frasi fatte e retorica. Sembra che il viaggio ruoti intorno a loro e non viceversa. Nel suo libro, invece, Lois aveva il tono di una persona qualsiasi, che voleva fare un bel viaggio e lo raccontava con sincero stupore, autoironia e contenuti da vita vera, compresi i timori per la strada, per i guasti, per gli incontri e le tensioni con i compagni di viaggio. In pratica lei ha messo insieme uno stile avvincente, che ti fa leggere fino alla fine senza soste, con la capacità di fare immedesimare il lettore nelle cose che le succedevano.

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Un DonnaMezzo di Lois in Canada. Essendo aprile, lassù era tardo inverno, tant'è che in Alaska le capitò di dormire in tenda sulla neve, come all'Elefantentreffen.

Al suo viaggio e al suo libro abbiamo dedicato un articolo su Motociclismo FUORIstrada del luglio 2010.

Una volta tornata a casa, Lois ha capito che cosa voleva fare da grande: la viaggiatrice in moto. Il suo trip ideale era quello in terre lontane da casa sia come chilometri sia come stili di vita, dove si affronta qualsiasi genere di strada e si dorme dove capita. E così ha identificato nella Yamaha TTR250 il mezzo ideale.

 Si può definire come una Serow 225 con più potenza, più coppia e una ciclistica migliore in fuoristrada. Ma sempre un mezzo leggero, semplice, robusto. 

E così, dopo la Transamerica con la Serow, nel 2006 ha affrontato la Transafrica con la TTR250, sempre partendo da Londra, sbarcando in Algeria e attraversando tutto il continente fino al Sudafrica: il viaggio più impegnativo che abbia mai affrontato, da tutti i punti di vista: fisico, mentale e… burocratico. 17.000 km in quattro mesi.

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Qui la vediamo in Algeria, con quelli che supponiamo essere scolari.

Una volta tornata ha scritto un libro su questa esperienza, che lo dico a fare?

Il problema è che nessuna Casa editrice lo ha tradotto in italiano. Neanche RTW Ride, che tra l’altro, se ho capito bene, non esiste più. Ma se hai letto il suo primo libro, non puoi sopravvivere se sai che ne è uscito un secondo. Per anni ho avuto la tentazione di comprarlo e leggerlo in inglese, ma poi mi sono sempre detto: “Non essere ridicolo, non ce la farai mai”.

E poi c'è l'Iran

Fare di queste cose un lavoro comporta scrivere i libri dei viaggi, collaborare con quotidiani e testate periodiche e far parte del cast di giornalisti del programma From our own correspondent di quella stessa BBC da cui era scappata nel 2003. In più, lei e Vince hanno fondato l’Adventure Travel Film Festival, che credo sia una specie di Banff Festival dei film di viaggio. Purtroppo si tiene soltanto in Inghilterra, Scozia e Australia. Che bello se arrivasse anche da noi, in Italia.

Ma Lois ha sempre mantenuto una grande coerenza con il suo modo di viaggiare: nel 2013 è andata in Iran, sempre da sola, partendo da Londra, con la propria moto, ovvero la Yamahina TTR250. Di solito, a questi livelli di fama i viaggiatori sono viziati, si fanno sponsorizzare, si fanno dare le moto dalle Case. Lei invece ha individuato in quella Yamaha la sua moto ideale e quella usa, anche se è uscita di produzione già nel 2006 (purtroppo).

Io la invidio: ho la perversione romantica per cui mi piace identificare una moto ideale per me, comprarla, accessoriarla, usarla per fare i viaggi che mi piacciono, affezionarmici. Ma ormai mi muovo soltanto per fare servizi per la rivista, dove si cerca sempre di abbinare al tour la prova di una moto. Quindi mi trovo sempre ad avere a che fare con moto che magari sono troppo grosse, o bagagliabili con difficoltà, o con gomme troppo stradali…

Come sempre, una volta tornata dall’Iran lei ha pubblicato il libro relativo.

Anche in questo caso ho rosicato perché non esisteva la traduzione italiana. Immaginate perciò la mia gioia quando, pochi mesi fa, Marina Cianferoni mi ha scritto per dire che l’aveva fatta lei! Ma ne parliamo nella prossima puntata.

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