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Lois Pryce: l'Iran in moto visto da una delle scrittrici di viaggio più brave al mondo, puntata 2

Finalmente parliamo del libro e del perché dovrebbero leggerlo tutti, anche quelli che non vanno in moto

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Quindi La Mala Suerte ha in catalogo anche questa perla. Domandona: perché non tradurre anche il libro sulla traversata africana?

All’inizio del libro c’è una citazione della grande viaggiatrice Freya Stark, morta nel 1993 a 100 anni. “Non ho nessuna ragione per andarci, salvo che non ci sono mai andata e la conoscenza è sempre meglio dell’ignoranza. Quale migliore occasione ci potrebbe essere per mettersi in viaggio?”. Non è messa lì per caso, visto com’è nata l’impresa di Lois.

Lei usa la TTR 250 tutti i giorni in giro per Londra e siccome ha un aspetto piuttosto vissuto, con serbatoione, segni di usura, adesivi, borse laterali e persino la sella ricoperta da vello di pecora, ha colpito l’attenzione di un iraniano che viveva nella capitale inglese, un certo Habib, che le ha lasciato un biglietto.

Il succo del discorso era: da questa moto si capisce che lei è un viaggiatore e la esorto a visitare il mio Paese, l’Iran, perché quello che si capisce dai giornali è che siamo un popolo di terroristi che odia l’Occidente, ma un conto è chi ci governa e un altro chi siamo veramente noi, il popolo iraniano. Inoltre la esortava a spingersi fino a Shiraz, la sua città, “la più amichevole, quella della poesia, dei giardini e del vino”.

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Questa cosa è successa nel dicembre del 2011, quando tra i governi di Gran Bretagna e Iran c’erano state grosse tensioni a causa delle sanzioni economiche inflitte dalla prima alla seconda (per ritorsione contro il suo programma nucleare), culminate con l’attacco incendiario dell’ambasciata inglese a Teheran. 

Habib non poteva incappare in moto migliore di quella, perché Lois ha preso il messaggio alla lettera e nel 2013 è partita per Shiraz, piena di timori chiaramente giustificati: una donna sola, europea, che pretendeva di attraversare uno dei Paesi più maschilisti e antieuropei, per di più in sella a una moto! Un classico della natura umana, oltretutto, fa sì che quando A racconta a B che vuole andare in C, e B non è mai stato in C, di fatto B dirà ad A che andare in C è pericolosissimo ed A, chiaramente, per quanto faccia spallucce... beh, da qualche parte se la farà addosso.

Anche perché essere inglesi e andare in un posto dove bruciano le bandiere inglesi potrebbe incutere qualche timore.

In effetti all’inizio non è rilassata. Parte da Londra, attraversa la Turchia e ad Ankara prende un treno per Tabriz, in Iran, caricando la moto, con la speranza di superare in maniera meno traumatica la frontiera. Ma la Polizia la preleva dal suo scompartimento, le prende il passaporto e le fa una sfilza di domande, comprensive di quanto costino le cose in Gran Bretagna. Poi, però, la lascia andare. La prima cosa che nota dell’Iran è che ovunque ci sono ritratti dei due Āyatollāh Khomeini e Khamenei.

"Khomeini era di gran lunga il più sinistro tra i due, con quella fronte severa e aggrottata, e lo sguardo gelido. Pur essendo morto più di vent'anni prima, tutt'oggi rappresenta ciò che il mondo esterno trova terrificante nell'Iran". Così scrive Lois del suo impatto iraniano.

Ma questo non è il suo primo impatto con la gente iraniana. Perché sul treno, già in Turchia, ha fatto conoscenza con diverse persone, constatando caratteristiche comuni: viaggiano piene di cibo, amano condividerlo, sono curiose di conoscere persone di altre nazioni, non ce l’hanno con gli inglesi, sono colte e sono molto critiche verso il governo. Si rendono conto di essere una nazione con un grande potenziale, frustrata da chi sta al potere. E sono gentili e ospitali come Lois non ha visto in precedenza.

Tabriz si trova in una posizione strategica, toccata dalle diverse Vie della Seta dei tempi antichi. Per questo il mercato che vi si è sviluppato (bazar) è considerato ancora oggi il più grande del mondo.

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Un gatto estremamente aggressivo al bazar di Tabriz.

Come in tutte le città iraniane, fin da subito Lois viene “abbordata” da persone che la identificano come straniera e, in quanto tale, occasione per confrontarsi con qualcuno che arriva “dall’altra parte”. Qui viene ospitata a pranzo da una famiglia e scopre sia le prelibatezze della cucina iraniana (accompagnata da Coca Cola che, in teoria, sarebbe il simbolo del Male), sia la disinvoltura con cui usano gli ultimi iPhone usciti, con dentro Whatsapp, Facebook, Twitter. Le spiegano che in Iran è vietato tutto, e più tutto viene vietato, più la gente ne ha voglia e riesce a ottenerlo con vari sistemi, gabole, sotterfugi. La maggior parte delle merci proibite passa da Dubai.

Quando lascia Tabriz, Lois scopre due delle difficoltà del viaggiare in Iran senza essere iraniani.

Intanto va detto che lei non usa la tecnologia GPS, quindi né tracciatori né navigatori, solo mappe di carta.

Quindi è importantissimo che legga bene i cartelli, ma il farsi non è la sua lingua madre…

L’altra difficoltà è data dalle gente iraniana, che la identifica subito come viaggiatrice straniera, per cui dalle auto che la circondano partono applausi, suonate di clacson, offerte di tè, inviti a pranzo. La cosa più angosciante sono gli inseguimenti, magari di notte in mezzo alle montagne, per cui lei fugge terrorizzata, mentre si riveleranno sempre da parte di persone che la vogliono fermare e conoscere. Poi pare che gli iraniani siano tanto gentili a piedi quanto pericolosi e aggressivi alla guida delle auto. Macinare km, in queste condizioni, è davvero tosto. Lois all’inizio è stupita e frastornata, poi ci prende l’abitudine: adesso l’Iran per lei è diventata una droga, c’è tornata altre volte, dice che è il più bel posto dove sia mai stata. Incredibile da pensare, guardando le immagini delle donne pestate dalla Polizia perché indossano male l’hijab, vero?

Il tè in Iran non è una semplice bevanda, ma uno strumento di interazione sociale. Con Lois gli iraniani cascano bene, visto che è britannica.

I Monti Elburz mi mandano gli ormoni in circolo

La meta finale di questo viaggio è Shiraz, perché è la città di quell’Habib che le aveva lasciato il biglietto sulla moto (Puntata Uno). Ma, per arrivarci, Lois vuole farsi un bel po’ di zig zag. Molti viaggi nascono dopo avere letto libri che sono fonte di ispirazione e per Lois Le valli degli assassini di Freya Stark (la leggendaria viaggiatrice citata poco fa) è il motivo che la spinge ad attraversare i monti Elburz, noti anche come Alborz o Alburz, a sud del Mar Caspio. Freya li aveva esplorati nel 1930 ed era venuta a conoscenza degli Ismaili, una simpatica popolazione di religione islamica che aveva l’abitudine di massacrare i rivali aiutandosi con la droga, per cui veniva soprannominata Hashish-iyun, termine dal quale sarebbe derivata la parola “assassino”. Non erano preoccupati di morire, perché era stato loro promesso un Paradiso pieno di gnocche (che poi sono le stesse cose che l’Isis dice ai suoi kamikaze). Gli Elburz sono montagne spettacolari, la cui massima cima ha un nome stupendo (Damavand) ed è alta ben 5.671 m. A questo punto, però, per quanto io adori Lois devo muoverle una critica: la trovo tanto brava come scrittrice, quanto scarsa come fotografa. Ha il tipico approccio di chi scatta soltanto per portare a casa un ricordo, quindi non cura la composizione, fa foto storte, decentrate come capita, magari includendo elementi che non c’entrano, troppo scure, troppo chiare… Non è il genere di foto che fa venire voglia di andare in un posto, detto brutalmente ed è un peccato, visti i posti incredibili che attraversa. Come questi Monti Elbruz, tanto per dire.

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Per dire, questo è il Damavand in inverno: è una foto trovata navigando in internet.

Bello, vero? Quasi seimila metri. In questa fase della lettura, la mia insana passione per le stradacce sterrate di altissima montagna, meglio se innevate, viene slegata come un pitbull dalla catena. E, nonostante quello che ho appena detto della Lois fotografa, questa volta mi ha emozionato.

Credo che questa foto dica tutto: fangaccia, freddo, neve, paesaggio aspro, per me questo è il massimo della goduria. Anche Lois sembrerebbe apprezzare, visto come sorride.

Ovviamente, di fronte a queste foto per me estremamente arrapanti, sono andato a studiarmi su Google Earth il percorso, cosa non facilissima visto che alcuni nomi citati sul libro risultano inesistenti su internet. Per dire, lei racconta che, seguendo le orme della Stark, inizia la traversata delle montagne partendo dalla bella cittadina di Qazvin (1.320 m) e raggiungendo il castello di Gazor Khan (1.988 m), attraverso il Chala Pass che, sulla versione italiana del libro, viene ottimisticamente piazzato a “oltre 8.000 m di quota”, che se fosse vero sarebbe strepitoso, in una regione che non supera i 6.000. In rete non trovo alcun Chala Pass, però vedo che ci sono due strade, una è la Alamud Road che, prima di Gazor Khan, sale a quota 2.336 m e l’altra è la Bahram Abad (2.187 m). Dopo Gazor Khan, la Pryce subisce un inseguimento di notte, in mezzo alle montagne, da parte di due auto che la riempie di terrore e che termina quando raggiunge un Hotel Alborz che, ovviamente, non ho trovato in rete (ma sono passati solo 10 anni…). Non riesce a entrare nell’albergo prima che dalle auto non scendano otto persone, tra cui un capellone che le viene addosso con una cosa luccicante in mano: una pistola? No, è una tazza di tè. Sono giovani della Teheran bene che sono venuti a farsi una gita in montagna su quest’albergo, anche loro sulle orme di Freya Stark. Inutile dire che Lois passerà la serata con loro, ubriacandosi e scoprendo un sacco di cose sulla società iraniana e su come si diverte in barba al regime. Ecco, per quanto io sia presissimo dal percorso di montagna, penso che il capitolo in cui Lois parla con loro sia uno dei più interessanti di tutto il libro.

La strada è chiusa! E ci si va lo stesso

Qui però il libro affronta una questione fondamentale del viaggiatore avventuroso: ovvero quando i locali ti dicono che una strada è impossibile da percorrere per vari motivi e tu ci vai lo stesso. Freya Stark la vede dal punto di vista femminile: “Essere trattate con riguardo risulta fin troppo spesso, nel caso delle viaggiatrici, un modo per impedirci di fare ciò che vogliamo”. Ma io estenderei la cosa anche agli uomini. In pratica si ha in mente di fare una certa strada, ma gli abitanti del posto ti dicono che è impossibile farla… e tu vai lo stesso. Perché? A me succede spessissimo e penso che le spiegazioni siano quattro, alcune delle quali arroganti. Una è l’arroganza del motociclista, che ritiene che il suo mezzo sia sufficientemente agile per passare oltre l’ostacolo. E infatti succede spesso. L’altra è l’arroganza di chi viaggia molto, che ritiene che i locali, abituati a stare sempre nello stesso posto, non vedano oltre il loro naso, per cui anche se la strada in questione è poco distante da casa loro, non ci sono mai stati, ma pensano di sapere. Ed anche questo, ogni tanto, succede. La terza è una sorta di legge della statistica tale per cui la maggior parte delle volte che ti dicono che una strada è chiusa… poi ci vai e non lo è. La quarta: ci vai lo stesso, per dirti “Almeno c’ho provato” e per vedere comunque un bel posto.

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Il caso più recente è successo alla 20.000 Pieghe dello scorso giugno 2024. Girava voce che il Passo del Vivione (1.828 m) fosse chiuso. In effetti c’erano i cartelli che lo dicevano. Ma ci abbiamo provato: niente neve, niente frane, niente transenne. Era libero come l’aria. Lo abbiamo attraversato senza problemi.

In questo caso, Lois vorrebbe completare la traversata dei Monti Elbruz fino al Mar Caspio affrontando la Seheza Alamud Road, che è sterrata e si arrampica fino ai 3.200 m del Salambar Pass, affrontato da Freya Stark. A costei dissero che i pendii di lassù erano talmente ricchi di minerali preziosi, che si incastravano nei denti delle pecore quando brucavano l’erba. Invece a Lois dicono un molto meno esaltante “La strada è innevata, non si passa”… e lei ci prova lo stesso. Vorrebbe arrivare almeno al caravanserraglio Pichebon, che si trova praticamente sul valico, a quota 3.188 m: era il posto dove un tempo venivano cambiati i cavalli, chiaramente sfiniti dalla quota.

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Lois ci prova, ma non ce la fa. Arriva quasi al Pichebon, praticamente ce l’ha fatta, o così crede: lei è sul versante sud, quello nord avrà ancora più neve.

Superare gli Elbruz fino al Caspio trovando strade aperte si rivela un’impresa e Lois arriva al lago con un giorno esatto di ritardo. La costa la stupisce: le spiagge sono squallide, i colori spenti, ma ci sono tante ville e alberghi, quasi tutti abbandonati dopo la Rivoluzione degli Ayatollah.

Teheran

A questo punto deve però riattraversare i Monti Elbruz in direzione sud, per arrivare a Teheran, la capitale.

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Ricordo che già quando ero piccolo, e i giornali parlavano spesso dell’Iran per via della rivoluzione islamica, ero affascinato dalle foto in cui il teleobiettivo schiacciava Teheran contro i Monti Elbruz. In rete si trovano molte foto come queste. La città si estende tra i 1.000 e i 1.450 m di quota.

Lo stesso Federico Marretta, che avevo citato nella prima puntata, ha raccontato che a Teheran è stato ospitato in casa di tre donne che vivevano insieme ed è andato tutto bene finché un vicino non se n’è accorto ed ha aggredito le donne urlando, perché s’erano tirate un maschio in casa. Lui ha dovuto fuggire.

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Teheran di notte.

A Teheran, che ha 12 milioni di abitanti, il traffico è ancora più pericoloso che nel resto dell’Iran. Quando chiede a qualcuno come mai un popolo così gentile e premuroso si trasformi, una volta al volante, in un “maniaco assassino”, si sente rispondere con orgoglio che l’Iran è il Paese con il più alto tasso di incidenti stradali mortali al mondo. Ovviamente anche questa parte del libro è interessantissima, visto che parla della vita nella capitale e degli incontri con parecchie persone. Le aspirazioni sociali e artistiche frustrate dal governo, la facilità con cui ci si può procurare l’eroina dell’Afghanistan, le nostalgie per l’epoca precedente agli Ayatollah, quando sotto lo scià Reza Shah Pahlavi l’Iran era una nazione moderna, aperta al mondo e… consumistica: sembra però che abbiano dimenticato completamente come anche in quel periodo ci fossero repressioni brutali, con la temibile polizia segreta Savak che imprigionava gli oppositori al regime (soprattutto comunisti, marxisti e integralisti islamici, compreso Ali Khamenei che, oggi, è la guida suprema).

Una statua curiosa: le gambe dello scià, a Teheran. Si dice che lo scultore non fece in tempo a completare il resto del corpo perché era il 1979 e il regime stava per crollare.

Nel 1979, quando gli Ayatollah presero il potere, l’ambasciata USA a Teheran venne presa d’assalto, 53 persone vennero prese in ostaggio e furono tenute prigioniere per 444 giorni. Da allora, l’ambasciata è chiusa e i rapporti con gli Stati Uniti sono sempre stati tesissimi, anche per via delle diverse vedute nei confronti dello Stato d’Israele.

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I muri della ex ambasciata sono ricoperti da murali non troppo simpatizzanti verso gli USA.

Proprio mentre Lois era in Iran stava avvenendo un fatto straordinario: una sorta di piccolo disgelo tra Iran e USA, quando il Presidente Hassan Rouhani, che era appena stato eletto, è andato a New York per parlare con Barack Obama. 

Rouhani infatti era un politico illuminato, convinto che uomini e donne avessero pari diritti e che fosse necessario il disgelo verso l’Occidente, Israele escluso. Ma era anche costretto a muoversi con estrema cautela, avendo contro i conservatori. Nel 2021 è uscito di scena e il Paese, con Ebrahim Raisi, detto il Macellaio di Teheran (pare che abbia sulla coscienza 30.000 oppositori politici fatti uccidere da lui nel 1988) ha fatto i passi indietro che conosciamo bene e di cui la famosa rivolta “Donna, vita, libertà” del 2022 è una delle conseguenze. La sua morte, avvenuta lo scorso 19 maggio 2024 quando l’elicottero su cui si trovava è precipitato, non ha gettato il mondo nella disperazione. Proprio mentre sto scrivendo questo articolo, è stato appena eletto il nuovo presidente, Massoud Pezeshkian, che sembra una via di mezzo tra Rouhani e Raisi: atteggiamenti più morbidi verso la popolazione e l'Occidente, ma sempre una pessima opinione nei confronti degli USA.

L'esploratore iraniano

Tra i vari incontri, uno di questi è avvenuto con una persona che Lois è venuta a cercare apposta, dopo avere scoperto della sua esistenza per caso: è Issa Omidvar che, insieme al fratello, ai tempi dello Scià girava il mondo in svariati modi, dalla canoa alla motocicletta, allo scopo di girare documentari per la tv iraniana. Lois ne era venuta a conoscenza molti mesi prima di partire per l’Iran ed era riuscita a scoprire che uno dei due fratelli, all’epoca 80enne, viveva ancora a Teheran, dove teneva in ordine un museo sui suoi viaggi. Ed è pure riuscita ad avere dei suoi documentari da proiettare all’Adventure Travel Film Festival fondato da lei stessa e suo marito.

Ecco Lois con Issa, al museo Omidvar: si vedono anche un’auto e una moto usate per raid di vario genere in Asia, Africa e Sudamerica. 

Al momento di lasciare Teheran avviene l’unico incidente diplomatico del viaggio degno di nota: una Mercedes con a bordo quattro comandanti basiji, gaglioffi dei servizi di sicurezza delle Guardie Rivoluzionarie, tampona apposta per tre volte Lois, mentre si trova in coda nel traffico. Poi l’autista accusa la ragazza di essere stata lei a tamponare lui. Si sfiora la rissa, con lei che li manda a fare in culo, ma la situazione si risolve perché è in compagnia di uno dei suoi ospiti, Omid, che minaccia i quattro stronzi di chiamare un suo amico che sta a capo dei servizi di sicurezza.

Ma ora basta

Sto spoilerando troppo. Il libro non è ancora a metà: mancano ancora Kashan con i suoi giardini persiani, Isfahan "la Roma dell'Iran", i Monti Zagros, deserti e ancora oggi popolati da nomadi, quindi Yazd in mezzo al deserto, Persepoli con le sue antichissime rovine e Shiraz, la meta finale, la città più accogliente e rilassante del viaggio. E ci sono tante avventure e incontri interessanti. Ma devo smettere di raccontare, altrimenti andrei avanti all'infinito: gustatevi i piaceri della lettura di questo libro.

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