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Lo Stelvio, il Gavia e l’iniziazione alla moto

Perché questi due passi sono diventati dei cult? Come spiegare ad un neofita cosa rappresentano per i motociclisti di mezzo mondo? Abbiamo provato a ricordare come è stata la nostra prima volta (2001)

Lo stelvio, il gavia e l’iniziazione alla moto

Dopo molti anni di tentennamenti hai comprato la tua prima moto. Vuoi finalmente provare l’esperienza della vita sulla strada, del freddo vero, di un motore sotto il sedere, insomma vuoi fare ciò che molti dei tuoi amici hanno già fatto da tempo, facendotelo pesare. Ma subito un dubbio ti assale: basta avere una moto per essere un motociclista? La risposta te la danno subito i tuoi compagni che non ti danno il tempo di montare in sella al tuo nuovo gioiellino e già ti provocano dei traumi irreversibili: “Il vero motard deve saper fare pieghe di almeno 40°, non si deve perdere un’edizione dell’Elefantentreffen senza essere rotto dal freddo, deve macinare non meno di 25.000 km l’anno, deve andare in pellegrinaggio, ogni anno, su Stelvio e Gavia, due passi totem dei motociclisti di mezzo mondo”. Naturalmente tali dictat in una mente completamente digiuna di cultura delle due ruote hanno un effetto demoralizzante e, soprattutto, suscitano mille altri quesiti: che senso hanno le pieghe? Gli elefanti che c’azzeccano con le moto? Cosa hanno Stelvio e Gavia che non hanno altri passi italiani?

 

UN GIRO AL “LUNAPARK”

Io, neofita, voglio saperne di più, specie sull’ultima questione e così chiedo ad un amico, accanito collezionista di passi, come mai questi due valichi siano così gettonati. “È difficile a dirsi – mi spiega – ma quando arrivo a Bormio respiro un’atmosfera unica. Mi sembra di essere arrivato ad un lunapark, lastricato di indicazioni per straordinari “giochi”… e poi tutti quei motociclisti tedeschi pieni di bagagli…”. “Per quota, tracciato e panorama - mi dice - Stelvio e Gavia sono comparabili ad altri passi, come la Bonette, il Rombo, il Galibier, l’Agnello; non sono più indicati a smanettare, per quello ci sono altri posti: Trebbia, Cisa, Palade, Val d’Adige, ma so lì respira quell’atmosfera…”. Mi convince: decido che devo fare un giro al “lunapark”. È luglio e quindi non mi pongo il problema della praticabilità delle strade o del freddo. Mi preoccupa semmai la pendenza dei due passi e il fatto che un tratto del Gavia sia sterrato (lo era nel 2001) e la folla di motociclisti che, ogni finesettimana, raggiungono quei tornanti costringendoti a seguire determinate traiettorie in curva e non a “spaziare” come tende a fare una pivella come me. Non è tutto, perché decidiamo anche di prendere parte al raduno che da decenni si tiene a Sondalo, a circa 22 km dallo Stelvio, per viverla fino in fondo questa benedetta avventura (qui la gallery).

LA “FUGA” SUL MORTIROLO
I raduni mi hanno sempre spaventata: perché fondamentalmente sono una asociale e perché diffido degli eventi collettivi che, a volte, tirano fuori il peggio di noi. Ma faccio uno sforzo. È luglio, dicevo. Partiamo da Milano in due, due amici, con due moto incompatibili: Suzuki DR 350 e Suzuki TU250X. Partiamo tardi e arriviamo tardi, al tramonto, dopo la traversata della interminabile Valtellina. Consideriamo che non sia il caso di affrontare le grandi muraglie col buio e quindi puntiamo su Sondalo. Ma, nel frattempo, non ho cambiato idea sui raduni: di fronte alla questione se piantar tenda al raduno o in cima al Mortirolo, opto vigliaccamente per la seconda soluzione, anche se ciò significa affrontare nell’oscurità uno dei passi più impegnativi. Mi scaldo con una cioccolata calda e cerco di studiare il “nemico” che mi aspetta là fuori: il Mortirolo, appunto. “Di cosa si tratta?”, chiedo al mio amico. “È la salita che ha reso famoso Pantani – mi risponde. In bici è un concentrato di pendenze assassine, in moto devi solo concentrarti sulle curve, che sono strettissime, e sui parapetti, che non ci sono. Ma in cima non c’è nessuno, solo pascoli. Il posto ideale per piantare la tenda”. Avete presente il film di Erzog “Grido di pietra”, che parla della conquista del Cerro Torre? Per trequarti della pellicola il regista ritrae il protagonista (Vittorio Mezzogiorno) mentre contempla da lontano la sagoma del “nemico” e si immagina come potrà essere la scalata. Ebbene, proprio così vivo i momenti dell’ascesa. È ora di andare e non riesco a capire se sono anche eccitata o solo intimorita. Per fortuna c’è una bella luna, che rende la salita più amica. Mi aiutano i “geroglifici” lasciati sull’asfalto dai tifosi di Pantani, immagino che quelle incitazioni siano rivolte a me. Tornante dopo tornante, guadagno la cima. Le ultime energie le spendo per piantare la tenda, poi mi addormento prefigurandomi Stelvio e Gavia.
 

LA CONQUISTA DEL GAVIA
L’indomani ci sveglia il rumore dei primi visitatori, ma l’atmosfera magica rimane: c’è pure un laghetto e le mucche al pascolo. Siamo talmente rapiti dalla quiete del luogo che ci passa tutta la voglia di affrontare lo Stelvio preso d’assalto dai motociclisti del raduno… quasi ci dimentichiamo di essere noi stessi dei motociclisti! Puntiamo al Gavia. Già da Milano mi inquieta quel maledetto tratto sterrato: quanto sarà sconnesso? Il mio compagno di viaggio cerca di tranquillizzarmi: “È uno sterratone innocuo!”. Non mi fido. Si sa che gli sterrati, in quanto tali, non rimangono uguali a se stessi: cambiano ad ogni pianto del cielo. Procedo concentratissima cercando di evitare radici, solchi e massi... e poi, una fatale apparizione: lungo la strada incontriamo un giovane belga che osa affrontare il Gavia con una Recumbent, uno strano veicolo che consente di pedalare tenendo le gambe distese in orizzontale. È studiato ad hoc per la grande pianura, tanto è vero che lo si trova, di solito, in Paesi come l’Olanda e il Belgio, appunto. Capiamo che è un incosciente quando ci chiede se ce n’è ancora per molto e ci dice che deve raggiungere degli amici a Bormio, ma non immaginava che, in mezzo, ci fossero dei monti (e che monti!). Una tale visione non può che confortarmi: se ce la fa lui con quel coso, non ce la faccio io con la moto? E allora avanzo più spedita (imparerò col tempo che si guida meglio quando si è psicologicamente sereni). Dopo qualche centinaio di metri si passa all’asfalto e quasi rimpiango lo sterrato: tornanti stretti a picco sull’abisso, una nebbia da paura. Ho lo sguardo fisso sulla strada. Mi rinfranca il fatto che il Gavia, non si sa bene perché, è molto meno frequentato dello Stelvio e quindi sono libera di “spaziare” come mi pare! La discesa è bella, le curve sono uno spasso. Comincio a buttare giù la moto: ogni tornante un po’ di più. Incomincio a divertirmi davvero, anche se il fascino del passo ce lo siamo lasciati alle spalle. Un anno dopo quella gita sono tornata sul Gavia: non avevo più paura dello sterrato e non perché avessi molta più esperienza in fuoristrada, ma perché era stato completamente asfaltato. Mi sono goduta lo splendido paesaggio, ma mi sono divertita meno, perché non avevo più un “nemico” da affrontare. Chissà come  deve essere stato il Gavia quando era tutto sterrato… Da allora ho cominciato a bramare una moto da enduro.

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