29 February 2008

Lazio - Monti della Tolfa

Le strade della vecchia ferrovia. L'avventura a due passi da Roma

A due passi da Roma




Correva l’anno 1991, la Paris-Dakar faceva ancora sognare e i grossi mono da enduro erano le moto più gettonate dagli amanti dell’avventura. Con in testa l’Africa, ci preparavamo a farci le ossa sui più modesti sterrati nostrani. Lo spunto per il nostro “battesimo del fango” fu la rilettura del numero speciale di Motociclismo di quell’anno che, con dovizia di foto e indicazioni, descriveva un itinerario affascinante, lungo il tracciato di una ferrovia abbandonata, proprio a due passi da Roma. Partimmo una mattina di buon’ora, con un abbigliamento da fuoristrada approssimativo e fantasioso (mimetica dell’esercito, anfibi, guanti di pelle da passeggio, caschi integrali) e poche cose nello zainetto: due panini, le pagine strappate dalla rivista a mo’ di roadbook, l’entusiasmo dei vent’anni. Nel 2007 siamo tornati sul luogo del delitto, con tutt’altra moto e altre intenzioni. La ferrovia non è più percorribile (i lavori di ripristino, interrotti a metà degli anni 90, hanno introdotto divieti e creato delle barriere tali da scoraggiare chi voglia percorrerla in moto). Abbiamo scelto, quindi, di esplorare la zona lungo le gustose provinciali che collegano le varie località della vecchia linea, con un occhio al paesaggio e uno alla cucina locale.

Civitavecchia-Allumiere





L’ideale partenza di questo piccolo amarcord motociclistico è il porto di Civitavecchia. Da qui, fino al 1961, sbuffanti treni merci carichi di carbone si avviavano alla volta di Capranica, da dove avrebbero proseguito per Orte e le acciaierie di Terni. Lungo i 60 chilometri del percorso avrebbero attraversato un territorio impervio, selvaggio e pressoché disabitato: tutte le stazioni intermedie erano infatti “scali”, dislocati ad alcuni chilometri dai rispettivi paesi (Allumiere, Monte Romano, Civitella Cesi, Blera, Barbarano). Noi imbocchiamo la provinciale SP3A, parallela al tracciato della ferrovia, maledicendo il traffico intenso che c’impedisce di godere appieno le curve e il buon asfalto. La strada sale e il paesaggio si fa immediatamente bucolico, facendo dimenticare la vicinanza del mare. Arriviamo ad Allumiere, antico centro minerario per l’estrazione dell’allume. In questa zona, a partire dal XV secolo e fino agli inizi del ’900, uomini rudi provenienti da diverse regioni d’Italia lavorarono duramente nelle cave a cielo aperto. La leggenda – sembra diffusa dagli abitanti del vicino paese di Tolfa, con i quali non è mai corso buon sangue – vuole che fossero in gran parte delinquenti in cerca di impunità, grazie ad uno speciale salvacondotto che veniva loro rilasciato. Oggi Allumiere è un paese come tanti altri. Nell’aria quieta del primo mattino, le corriere raccolgono frotte di studenti assonnati, agganciati ai loro i-pod. Cartelli appesi al Municipio gridano la rabbia dei locali contro la prevista centrale a carbone di Tarquinia. Ci fermiamo a scambiare quattro chiacchiere con due anziani, uno dei quali partecipò ai lavori di ripristino della linea ferroviaria che, negli anni 90, ebbero l’unico effetto di sperperare oltre 200 miliardi (lire dell’epoca) di denaro pubblico.

Farnesiana-Cencelle





Proseguiamo in direzione dell’Aurelia, deviando sulla sterrata che conduce alla “Farnesiana”, proprio lungo il vecchio tracciato ferroviario (progressivo km 18). Questo minuscolo borgo, cresciuto nel XVI secolo intorno ad un mulino ad acqua, fu inizialmente abitato da religiosi. Successivamente vi si stabilì un’azienda agricola dedicata principalmente al sostentamento dei minatori. Oggi il luogo conserva il suo aspetto originario. La bella chiesa romanica di S. Maria della Farnesiana (1836) è in corso di ristrutturazione. Alcuni ruderi convivono con case abitate. In giro, tuttavia, non si vede nessuno: incontriamo solo due vivaci cagnoni, coi quali stabiliamo un immediato feeling. Proseguiamo su una piacevole sterrata che attraversa una campagna ordinatamente coltivata. Costeggiamo le rovine di Cencelle, arroccate su una piccola collina. La cittadina venne fondata nel IX secolo dagli abitanti di Civitavecchia, in fuga dalle scorrerie dei saraceni. Fu abitata per pochi decenni e poi abbandonata all’azione demolitrice del tempo. Oggi, di quello che potrebbe essere uno dei tanti caratteristici borghi medievali della zona, non restano che poche rovine che fanno riflettere sulla caducità delle opere umane, in assenza di una continua opera restauratrice. L’incanto della sterrata fuori dal tempo finisce. Poco dopo sbuchiamo nel trambusto del traffico dell’Aurelia.

Civitella Cesi





Al bivo di Tarquinia proseguiamo verso l’entroterra sull’Aurelia bis. Di nuovo ci troviamo a percorrere curve disegnate col compasso e dolci pendenze. Approdiamo a Monte Romano, altra stazione intermedia sulla ferrovia che non c’è più, un piccolo centro raccolto intorno ad una piazza insolitamente ampia. All’uscita del paese prendiamo la provinciale per Barbarano Romano. Siamo in piena zona etrusca e le testimonianze sono sparse un po’ dappertutto sul terreno. Deviamo dalla provinciale per raggiungere Civitella Cesi, minuscolo abitato organizzato intorno al castello padronale, arroccato su un alto sperone tufaceo. Vi si respira un’atmosfera incredibilmente quieta, amena. Beviamo una bibita nell’unico esercizio del posto, un piccolo bar nella piazzetta che sovrasta il mare verde della compatta boscaglia sottostante. Poi seguiamo le indicazioni per S. Giovenale, interessante insediamento etrusco riportato alla luce negli anni 60 da una missione archeologica svedese e oggi assai trascurato.

Blera





La tappa successiva è Blera, altro paese-fortezza di chiara struttura medievale, sorto su una rupe che domina un paesaggio aspro e scosceso. Si raggiunge attraversando uno stretto ponte di ferro che scavalca ad altezza vertiginosa la Gola del Biedano. A Blera abbiamo modo di fare conoscenza con la robusta cucina locale, basata su piatti che esaltano i prodotti tipici di questa zona: olio, tartufo nero, funghi, selvaggina, carne proveniente dalla locale cooperativa di allevatori. Di fronte a un generoso piatto di pasta fatta in casa, con l’ausilio del genuino rosso della casa, facciamo i conti di quanto manca alla meta: due sole  fermate!

Strade celebri





Barbarano Romano è a una manciata di km e ricalca ambientazione e caratteristiche architettoniche della vicina Blera, aggrappato ad una roccia di origine lavica circondata da profonde gole percorse da corsi d’acqua. Il centro storico mostra i segni di recenti ristrutturazioni. Molte vecchie abitazioni, soprattutto quelle più panoramiche, sono state restaurate da nuovi e facoltosi proprietari. Con molto gusto, bisogna ammettere. S’intuisce come i borghi di quest’area, fino a qualche decennio fa marginale, stiano ripetendo le dinamiche immobiliari che hanno reso famose e ambite tante zone della Toscana o dell’Umbria. E non è difficile capire il motivo di questo successo, data la vicinanza con Roma e il bel contesto naturalistico e storico nel quale sono inseriti. Usciamo dal circuito virtuoso delle solitarie provinciali e saliamo sulla Cassia, che in pochi chilometri ci porta a Capranica, capolinea della corsa. Impossibile non ripensare allo stato pietoso in cui ci arrivammo sedici anni fa: inzaccherati di fango e pesti per le innumerevoli scivolate rimediate durante la traversata. Ma anche fieri di avercela fatta. Chiudiamo il cerchio della giornata, e di questo itinerario, con una bella galoppata su un paio delle più entusiasmanti strade dell’alto Lazio: la provinciale per Tolfa e, subito dopo, quella che scende fino a Santa Severa. Un susseguirsi di curve e tornanti e buon asfalto che le hanno rese celebri tra i motociclisti romani. Celebri e famigerate, come testimoniano alcuni cartelli che invitano alla prudenza. E come conferma anche l’immancabile smanettone di turno, che incrociamo in piena contromano dietro un tornante e riusciamo a evitare per un pelo. Arriviamo a Santa Severa in tempo per vedere il tramonto davanti al castello. Il giusto suggello a una giornata densa di emozioni e di ricordi.

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