La Grecia che piace ai motociclisti

Per molti la Grecia sono solo le isole Cicladi con le case color latte e la movida a portata di cala. Ma se amate paesaggi più fascinosi e selvaggi, strade tortuose, scogliere struggenti e spiagge da conquistare, allora andate nel Mani

La grecia che piace ai motociclisti

C’è chi sostiene che ogni viaggio in Grecia sia un ritorno. Il nostos, del resto, è il motivo centrale dell’Odissea e, in fondo ogni volta che torniamo in quei luoghi in cui è nata la nostra civiltà, ci sentiamo un po’ a casa. Il problema è che le prestigiose spoglie di questa civiltà sembrano essersi ridotte ad un pacchetto fra i tanti che agenzie di viaggio e tour operator offrono alle orde di vacanzieri. Partenone & Co. sembrano soccombere di fronte alle attrattive offerte da quel grande parco divertimenti rappresentato dall’arcipelago delle Cicladi. Bisogna ammettere che anche se uno riuscisse ad armarsi di buona volontà e, nel caldo agostano, resistere ad infilarsi costume e ciabatte per lanciarsi in una delle meravigliose cale che orlano i litorali dell’Ellade, comunque l’impresa di godere del patrimonio culturale che ci offre risulterebbe impegnativa. Perché la poesia dei luoghi è spesso tradita da un turismo di passaggio disordinato e caciarone e perché i siti su cui abbiamo tanto fantasticato negli anni di scuola si perdono in un paesaggio a volte selvaggio, a volte semplicemente trasandato. Insomma ritrovarne l’atmosfera originaria è difficile. L’incipit del nostro itinerario non si discosta dal classico tour cui sono diretti i vacanzieri che si dirigono in tutta fretta al Pireo per imbarcarsi per le isole. L’unico sgarro alla regola è forse Ioannina, il tranquillo capoluogo dell’Epiro che fu scelto dal tirannico pascià Alì durante la dominazione ottomana e che, spesso, viene trascurato, pur trovandosi sulla rotta di una delle attrazioni più importanti della Grecia continentale: le Meteore.

 

GLI EREMI SOSPESI

La strada che percorriamo per raggiungerle si anima in prossimità dei Monti del Pindo, una catena che divide l’Epiro dalla Tessaglia, la grande regione pianeggiante che si estende, a est, fino al Mar Egeo. Ed è proprio perché si ergono dalla pianura che fanno tanta impressione i pinnacoli di arenaria detti Meteore (“roccia sospesa”), in cima ai quali colonie di eremiti hanno costruito (non si è ben capito come) niente meno che dei monasteri. 24 in origine, dei quali ne sono rimasti 13, ma solo la metà di questi sono visitabili. Purtroppo le ore in cui questi luoghi sacri sono aperti al pubblico sono quelle in cui danno il peggio di sé: ore di coda sui gradini scavati nella roccia surriscaldata dal sole, turisti schiamazzanti che scattano foto-souvenir in ogni anfratto. Indubbiamente il luogo trasmette più fascino verso sera, quando la baraonda viene meno e la luce calda del tramonto rende lo spettacolo dei faraglioni di arenaria è ancora più suggestivo. Ci ributtiamo nella pianura puntando verso Trikala, considerata città natale di Asclepio, dio della medicina che, in realtà non vale una sosta, ma offre a chi volesse fare un’escursione l’accesso ai Monti del Pindo meridionali.

 

IL FASCINO DI DELFI, LE ROVINE ARROCCATE

Attraversiamo in fretta le ultime propaggini meridionali della Tessaglia, per inoltrarci nella cosiddetta Grecia Centrale, esattamente in direzione dei Monti Parnaso, che ospitano uno dei più vecchi parchi nazionali d’Europa, ma anche uno dei più importanti spot dell’antichità: Delfi, per secoli meta di pellegrini desiderosi di conoscere le divinazioni dell’oracolo. A differenza di molte aree archeologiche, il sito è abbarbicato sulla roccia, e ciò contribuisce a regalare al luogo un che di drammatico, specialmente con le luci del tramonto. Ci capita di visitare lo stadio mentre una troupe di cineasti inglesi vi sta girando un video. Un giovane indossa un vestito da gladiatore: forse serviva loro semplicemente un’arena, poco importa che non fosse romana. Comunque fosse è bastato quel spettacolare richiamo all’antichità a calarci nella Storia. E ci è bastato mettere un piede sulla pietra della Sibilla, per immaginarci sacerdoti intenti a sfornare profezie. Qui vale quanto detto per le Meteore: più suggestiva la visita quando le carovane di turisti devono ancora arrivare o se ne sono già andate.

L’ “ISOLA” DEL PELOPONNESO
Quello che ci attende dopo è il Peloponneso, un promontorio unito alla terraferma da un istmo di sei chilometri e, come il nome stesso richiama, la sensazione è quella di trovarsi in un’isola. Soprattutto per le bellissime spiagge che la cingono quasi per intero, ma anche per l’atmosfera di landa remota che si respira, determinata dal paesaggio in gran parte selvaggio. Decidiamo di abbandonare il “tour dell’antichità”, che ci spingerebbe verso Micene, Nauplia, e Olimpia e optiamo per darci, letteralmente, alla macchia. Sbarcati nel piccolo porto di Aigio, ci inerpichiamo subito per le pendici del Monte Chelmos, toccando la popolare località sciistica Kalavrita, dove sembra abbiano trovato ricetto durante la guerra d’indipendenza molti partigiani greci, anzi, sembra che questa abbia avuto inizio proprio qui. Aggiriamo il Monte Chelmos in direzione di Klitoria, quindi ci lanciamo in una veloce tappa di trasferimento verso Tripoli, che si fa avvincente nell’ultimo tratto, ovvero quando attraversiamo il Monte Menalo. Siamo nel bel mezzo dell’Arcadia, che i libri di storia ci hanno presentato come un luogo paradisiaco. La regione, in effetti, presenta una natura rigogliosa, antichi borghi e monasteri medioevali, castelli franchi e strade tortuose in prossimità delle montagne. Il suo capoluogo,Tripoli appunto, fu raso al suolo dai turchi per cui ha sembianze assolutamente moderne e offre ben poco da visitare. Procediamo verso sud puntando su Megalopoli e, poi, sul capoluogo della Messenia, Kalamata, anche questa non è sopravissuta alla foga distruttrice ottomana e pertanto si presenta anonima. La meta del nostro viaggio, però, viene dopo. Qualche chilometro più a sud, infatti, il paesaggio subisce una metamorfosi impressionante: la pianura sonnacchiosa e caotica che ci ha accompagnato per molti chilometri lascia il posto ad un “inferno di roccia”, un paesaggio lunare.

 

L’ “INFERNO” DEL MANI

Kardamili è l’ultimo porto sicuro e accogliente. Al di là ci sono scogliere e monti spogli che si gettano violentemente in mare, genti dure e diffidenti che hanno resistito a qualsiasi dominazione e anche alla placida convivenza. Di qui le tipiche costruzioni delle case-torre: simbolo del carattere ostico della popolazione, sempre pronta a chiudersi in se stessa ma anche a dividersi in faide. Siamo nel Mani, l’ultima propaggine del Peloponneso e la punta più meridionale della Grecia continentale. Una terra aspra, poco rassicurante ma che ha offerto rifugio a scrittori e artisti in cerca d’ispirazione. Come Patrick Leigh Fermor, un inglese che ha scelto questa regione difficile come sue patria adottiva, innamorato della Grecia al punto che, da prima della guerra, cominciò a percorrerla in lungo e in largo e in qualsiasi modo: in corriera, a cavallo,a dorso di mulo, a piedi, su vapori e caicchi interinsulari. Il risultato di questa esperienza è un libro che rappresenta una bibbia per chiunque voglia conoscere i segreti di questa terra. Un libro che volutamente si sofferma sui luoghi meno frequentati della Grecia (Mani, viaggi nel Peloponneso, Adelphi). O come il suo amico Bruce Chatwin, lo scrittore-nomade che forse qui ha trovato la tranquillità che non ha trovato nei suoi noti viaggi in giro per il mondo. Tanto che qui volle farsi cremare. Le sue ceneri si trovano a Kardamili, in una delle innumerevoli cappelle bizantine che si trovano disseminate sulle montagne. Ovunque regna sovrano il silenzio, un silenzio che forse non conosce nessun altro luogo della Grecia, in primis le isole dai villaggi color latte che ormai rappresentano il biglietto da visita del Paese. In un contrasto assurdo che ci induce a chiederci: dove ci sta portando il turismo? Sembra un paradosso, scrive Eric J. Leed, autore di un bellissimo libro, La mente del viaggiatore. Dall’Odissea al turismo di massa: i più sensibili interpreti del viaggio ne hanno decretato in qualche modo la sua morte. Anche noi stiamo dando il nostro contributo?

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