Joan Barreda, il futuro della Dakar?

Lo abbiamo intervistato mangiando le tagliatelle al cioccolato, in sua compagnia. Ha una guida spaventosa ed è il favorito nella missione di spezzare l'egemonia di Coma e Despres alla Dakar 2014. Vi mostriamo anche gli UomoMezzo dei favoriti

Joan barreda, il futuro della dakar?

2001. Cyril Despres, che arriva dalla periferia di Parigi, fa il meccanico e guida bene la moto da trial, viene ingaggiato come portatore d'acqua nel team BMW e termina sedicesimo la sua prima Dakar.

2002. Marc Coma, bravo endurista spagnolo, si iscrive alla Dakar con una Sotelo 650, un'enduro spagnola col motore della Suzuki V-Strom. Non va male, fa anche un settimo di tappa, ma rompe il cambio e si ritira.

I due ancora non sanno che segneranno un'epoca. Vivono all'ombra dei tre grandi – Meoni, Sainct e Roma – e sperano di avere altre possibilità.

Nel 2003, Despres si piazza al secondo posto della gara più famosa del mondo. Il mondo si domanda: e chi è questo?

Nel 2005, Despres vince per la prima volta e Coma è secondo. Da allora, questi due faranno categoria a parte. Vincono con la 660, con la 690, con la 450. Duellano tra loro e staccano il resto del mondo. Nessuno è in grado di reggere il loro ritmo. Nel frattempo, però, si detestano. Condividono il fatto di essere i migliori dakariani del mondo (cliccate qui per la gallery), ma non si possono vedere. Coma è spagnolo e sa che in MotoGP la sua nazionalità gli darebbe enormi vantaggi, visto che l'organizzazione è spagnola (Dorna); ma sa anche che la sua specialità è correre alla Dakar, che è un'invenzione francese gestita da francesi. Il suo bottino è di tre Dakar, contro le cinque del rivale francese. Ogni tanto, qualche pilota ha dato l'impressione di riuscire a salire sul loro treno, specialmente David Casteu e Francisco Lopez, ma è sempre mancato qualcosa per riuscirci.

 

I TRE PUNTI CRUCIALI DELLE MODERNE DAKAR

Il tempo, però, passa per tutti. Coma adesso ha 37 anni, Despres 39. Alla Dakar vuol dire essere saggi e pieni di esperienza, del resto Meoni riuscì a vincere a oltre 40 anni, ma significa anche dover combattere con le nuove generazioni. Come spiega molto bene Edo Mossi, organizzatore del Merzouga Rally, in un'intervista pubblicata sul numero di FUORIstrada che uscirà a gennaio, l'evoluzione della Dakar ha portato a tre cose:

1.Percorsi diversi: trasferimenti su asfalto e prove speciali su terreni enduristici, molto più tecnici e lenti rispetto alla Dakar africana;

2.Moto da 450 cc di derivazione enduro e cross, molto più leggere e agili rispetto alle bicilindriche che hanno fatto la storia di questa gara;

3.Piloti giovani, che interpretano questa maratona come una manche di cross, attaccando dal primo all'ultimo km di una speciale, senza tattica, senza risparmiarsi e guidando in maniera spettacolare, con salti e scrubbate sopra le dune.

Coma e Despres appartengono alla vecchia guardia e sono finiti nel mirino di questi crossisti da deserto. Sono due scuole di pensiero diverse che si sfidano, con il nuovo che vuole scalzare il vecchio, ma che ancora non c’è riuscito: nel 2013 Coma non c'era perché s'era rotto una spalla, ma Despres, con una sola vittoria di tappa, è riuscito comunque a tenersi dietro, ancora una volta, la muta di cani furiosi.

Come andrà quest’anno? La gara partirà il 5 gennaio da Rosario, in Argentina (il giorno dopo il tradizionale bagno di folla) e andrà verso nord, fino a entrare in Bolivia (due sole tappe, riservate alle moto); poi sarà una corsa nord-sud attraverso il Cile, fino a Valparaiso, con arrivo il 18 gennaio.

 

JOAN, IL FAVORITO

Joan Barreda, spagnolo, 30 anni, è il più forte di questa muta di cani. Arriva dal cross (ha passato diverso tempo a Pesaro, perché correva per TM), dall'enduro, dalle baja, è completo, aggressivo, velocissimo e spettacolare. È un convinto sostenitore che più tempo passi a correre nel deserto e più tutto ti diventa naturale, in antitesi con le idee di Despres, per il quale sembrerebbe che meno va in moto e più fresco arriva alla Dakar. Nell'autunno 2012, al compimento del 60millesimo km nel deserto, è diventato un campione: ha vinto il Faraoni, è arrivato secondo all'Oilibya in Marocco, ha vinto quattro tappe alla Dakar (ma è arrivato solo diciassettesimo, per colpa della fragilità della sua Speedbrain, velocissima quanto inaffidabile). Adesso è stato ingaggiato da Honda HRC, che punta a battere la formidabile KTM. Viene da pensare a Marc Marquez: un talento puro, con la moto migliore e la squadra più forte. No, dai, stiamo scherzando, non sappiamo ancora dire quale sarà la migliore moto e la migliore squadra. Ma abbiamo scambiato due chiacchiere con Barreda, un anno esatto dopo averlo intervistato alla vigilia della Dakar 2013. Eravamo in un ristorante di Busto Arsizio, vicino alla sede del Centro Medico della Mapei, dove Joan si era fatto visitare. E nel menù spiccavano le tagliatelle al cioccolato e al gorgonzola, che non conoscevo. Le ho ordinate e ho goduto: è un piatto che dà al cioccolato la sensazione di un piatto salato, pur mantendendo il sapore del cacao...

In seguito mi sono informato e ho scoperto che sono un ignorante (sai che novità!): il cacao è diffuso in molti piatti italiani, a base di tagliatelle, insieme a ricotta e arance, o pere e castelmagno, o melanzane fumé... Così, mentre elaboravo la prima domanda, è stato Joan il primo a rompere il ghiaccio: "Posso fotografare le tue tagliatelle? Non ho mai visto mettere il cacao sulla pasta". M'è piaciuto, come approccio, perché io ero in soggezione: quando ho Barreda di fronte non penso di stare parlando con un essere umano, ma con un alieno che va a 180 all'ora sulla terra. Con noi c'era il team manager Martino Bianchi, ex pr di Husqvarna, passato di recente a Honda HRC: in questi giorni, con la moto che va benissimo e dopo le recenti vittorie ai rally del Marocco e al Merzouga, ha il classico sorriso che va da un orecchio all'altro. L'intervista s'è svolta tutta in italiano, lingua che Barreda ha imparato quando viveva a Pesaro: "Ho imparato l'italiano non tanto dagli uomini della TM, quanto dalla fidanzata che avevo laggiù!".

 

All'epoca avevi detto "Io non sono certo all'altezza di quei due", parlando di Despres e Coma. Ma poi hai vinto quattro tappe. La pensi ancora così?

"Ho iniziato a cambiare idea già durante la Dakar 2013, quando ho vinto quattro tappe. Coma non c'era e Despres, forse privato dello stimolo di lottare con il suo eterno rivale, andava meno forte del solito, tant'è che non è mai riuscito a fare una differenza netta come negli anni precedenti. Anzi, a metà gara in testa c'era Pain, che nelle Dakar precedenti non era mai stato così avanti".

 

Adesso ti metti tra i favoriti?

"Sì, ho il ritmo giusto e una moto perfetta. Adesso sono in grado di vincere due tappe di fila".

 

Non ti basta vincerne una ogni tanto?

"Una tappa ogni tanto non ha nulla a che vedere con il vincerne due di fila, perché quando ti aggiudichi una tappa il giorno dopo ti fanno partire per primo e ti ritrovi a navigare sul serio, senza tracce da seguire e con una pressione enorme, perché tutti cercano di raggiungerti seguendo le tue tracce. Perciò, solo un grande campione riesce a ripetersi per due tappe di fila".

 

Perché, all’improvviso, tutte le moto ufficiali stanno dimagrendo? La Dakar è diventata più tecnica?

"Quella sudamericana lo è sempre stata”.

 

Ma a KTM era bastato mettere un motore 450 cross dentro la ciclistica della 690 per vincere le ultime tre edizioni. Adesso, quella moto viene giudicata troppo grossa e pesante per la moderna Dakar. Vuol dire che è diventata più tecnica anche rispetto alle prime edizioni sudamericane?

"Mah, forse sì, però non così tanto. Quello che è successo è che KTM ha fatto la sua prima 450 con poca spesa, sfruttando la ciclistica sovradimensionata del 690, perché non aveva ancora concorrenti così agguerriti. Un anno fa, invece, s’è visto che le Speedbrain e le Yamaha erano più veloci ed agili; ed era chiaro che Honda avrebbe migliorato la sua 450. E KTM s’è adeguata alla nuova situazione”.

 

Su questa Honda avete le bocche cucite, siamo riusciti a estorcervi solo che avete la testa bialbero e il cambio a sei marce. Come ti trovi?

"Adesso bene, ma all'inizio aveva il motore troppo scorbutico, ai bassi regimi era troppo brusca, prendeva di colpo, andava tenuta alta di giri. Adesso mi trovo davvero bene: è raccolta, compatta e copia perfettamente le asperità, non scarta neanche se prendi un pietrone. È il genere di moto che ti fa fare quello che vuoi".

 

Eppure la Speedbrain che hai usato un anno fa ti piaceva parecchio, inoltre era la più veloce.

"Sì, era un'eccellente moto, la più veloce di tutte, stabilissima. Fosse stata affidabile, sarebbe stata la moto da battere. Adesso hanno fatto tutti un salto in avanti, il limite è stato spostato a 60 CV a 180 km/h sul duro".

 

Ma come si fa ad andare a 180 km/h in fuoristrada?

"Ci arrivi con un allenamento costante su terreni veloci, dove sia possibile stare per tanto tempo alla velocità massima. Chi arriva dall'enduro, come Botturi o Aubert nel 2012, riesce a guidare senza problemi a 140 km/h, ma al di sopra di quelli ha paura, è insicuro. Dai 140 ai 180 è tutto un altro mondo. Quelli come me hanno acquisito la capacità di vedere tutto con calma, alla velocità massima. Riusciamo a vedere le cose come se fossero ferme, a reagire in maniera lucida agli ostacoli e ai problemi che insorgono a quell'andatura".

 

Ma non potete fare nulla contro un animale che vi attraversa la strada, vedi la tragica fine di Kurt Caselli, o l’incidente di Casteu di un anno fa.

"Sui terreni aperti riusciamo a capire se un animale si sta avvicinando, nei boschi invece no. Ma devi dare gas anche lì, devi darlo ovunque, se vuoi vincere”.

 

E in tutto questo riuscite a navigare?

"Sì, certo".

 

È inconcepibile.

"Ascolta, pensa a cosa fai quando telefoni in auto. Parli con uno, guardi la strada, agisci sui freni, cambi le marce, sposti il piede sui tre pedali. E fai tutte queste cose senza pensarci. Ecco, io vado a 180 all'ora, guardo la strada e leggo il road book con la stessa dimestichezza. Ovviamente non sto a leggere tutta la nota, ma identifico al volo, con una rapida occhiata, solo la macchia di colore che ho messo il pomeriggio precedente".

 

Pomeriggio? Alla Dakar vi danno il road book nel pomeriggio?

"Sì, perché?".

 

Perché i privatoni arrivano a mezzanotte...

"Sì, certo. Funziona così, alla Dakar: noi ufficiali arriviamo a fine tappa verso le 14. Doccia, massaggio, un boccone e alle 16 ci andiamo a prendere il road book. Per tre ore, fino alle 19, lo coloriamo. Come sai, ogni pilota usa colori e simboli per poter riconoscere, con un colpo d'occhio, che tipo di situazione, di bivio o di pericolo lo aspetta. Quindi, cena e briefing".

 

E i privatoni?

"Quelli che arrivano a mezzanotte si limitano a prendere il road book e basta, senza pennarelli e senza briefing. Come il nostro Matt Fish, che era quello che aiutava tutti, tanto da avere due pompe benzina attaccate in giro, pronte per essere montate al volo a chi le rompeva. Ma, a causa del suo ruolo, finì subito in fondo alla classifica e, da quel momento, c'è rimasto (111° classificato, ndr), per cui arrivava a fine tappa, prendeva il road book e andava a letto, senza colorare niente. Mi verrebbe da dire che i privati arrivano a mezzanotte perché, non avendo usato i pennarelli, si devono fermare a leggere il road book a ogni bivio (ride, ndr) ma in realtà sono lenti e basta. Quando li vedo passare, mi domando come facciano ad andare avanti in una gara simile".

 

Barreda vede passare i privati?

"Sì, nel 2013 se ti ricordi ho passato svariate tappe in attesa di Fish o dell'assistenza, con il motore rotto. Stavo lì, sotto il sole, in attesa, per ore e vedevo passare i privati. Non credevo a quello che vedevo. In certe tappe sabbiose vedevo privati cadere ogni venti metri, eppure poi la tappa la finivano... Ma come fanno?".

 

Anche loro si domandano come facciano quelli come te a volare sulle dune. Ma davvero fate tutta la Dakar al limite?

"Non proprio. In speciale tiro al 60-70% delle mie possibilità, mentre all'Oilibya vado al 95%".

 

Sei la punta della nuova generazione di piloti spettacolari e aggressivi, ma la Dakar la vincono sempre quei due là, Despres e Coma.

"Alla Dakar non conta solo andare fortissimo, ma devi avere il controllo su tutto".

 

Tutto tutto?

"Qualsiasi aspetto. Devi conoscere questa gara a fondo, con i suoi meccanismi e i suoi aspetti laterali, che vanno oltre la pista, il terreno, la navigazione e il dare gas".

 

Mi fai pensare a Miguel Indurain, il ciclista spagnolo che vinse cinque Tour de France di fila senza aggiudicarsi una sola tappa di montagna. Non staccava mai nessuno, volutamente. Stava con quelli in fuga e controllava la situazione in modo da arrivare al massimo secondo, mai primo, della serie: "A te la tappa, a me la maglia gialla". In questo modo, in parecchi gli erano grati e nel gruppo non aveva nemici. È un esempio di controllo come lo intendi tu?

"Anche".

 

Ma allora Despres ha sbagliato in pieno, nel 2012, quando s'è piantato nel fango insieme a Goncalves: s'è fatto aiutare da lui e poi è ripartito a cannone, senza rendere il favore. Mi immagino che, la prossima volta, Goncalves e tutti gli altri lo lasceranno marcire nel fango.

"Sì, è vero, in quell'occasione s’è inimicato il gruppo, ma poi la Dakar l'ha vinta lui e s'è ripetuto l'anno successivo. Vuoi un esempio di controllo? In piena tappa marathon del 2013, dove le assistenze non possono aiutare nessuno, aveva il motore prossimo al collasso e ha trovato un privato che gli ha ceduto il suo. Sicuramente in cambio di qualcosa, ma questo ti fa capire quanto sia disinvolto, Despres, nel gestire tutti gli aspetti di questa gara complicatissima".

 

Quindi vedi ancora “loro” come favoriti per la Dakar 2014?

"Certo! Guarda che Coma è più forte che mai. Viene da due anni senza vittorie ed è voglioso di riscatto. La KTM ha fatto una moto tutta nuova, potrebbe essere un'incognita, ma loro hanno dimostrato di sapere andare forte fin da subito con le moto nuove".

 

E Despres?

"E chi lo sa? Si nasconde per tutto l'anno, poi ricompare alla Dakar e la vince. Non so come faccia a non toccare la moto per così tanto tempo, come dice lui. Però intanto non capisci a che livello stia. Né quanto la sua Yamaha sia competitiva".

 

Goncalves ha appena vinto il Mondiale, battendo Coma. Fino a poco tempo fa cadeva e si perdeva spesso.

"Goncalves è un amico e un ottimo compagno di squadra. Non è migliorato nella guida, l'ha sempre avuta eccellente, è solo che con Speedbrain prima e Honda HRC poi ha avuto l'opportunità di allenarsi a tempo pieno e fare quello scatto di qualità che gli permette di guidare al limite, leggere il road book e non cadere. Ha preso il ritmo. Come stile di guida, lo considero il tramite tra i piloti funambolici di oggi e quelli più conservativi di ieri".

 

“Conservativo”, ovvero il pilota che non salta, che non esagera, che tiene un certo margine. Tutto il contrario del tuo compagno di squadra, Sunderland, ha appena vinto il Merzouga, uno dei rally più difficili da navigare.

"Sunderland è il futuro. A 24 anni vanta già una guida eccezionale e sta iniziando a navigare veramente bene. Però dubito che sarà protagonista alla Dakar, quest'anno. Finora ne ha corsa solo una, ritirandosi subito. Gli manca totalmente l'esperienza in tutte le cose collaterali, ad esempio me lo vedo vincere una o due tappe, ma non due di fila, per quella questione della pressione da gestire di cui parlavo prima".

 

Vediamo qualche altro favorito. Helder Rodrigues?

"Mmmmm, lui è della vecchia guardia, uno molto conservativo, costante, affidabile... Arriva in alto, ma non vince".

 

Francisco Lopez?

"Questo è pericoloso. Non molla mai e in Cile, a casa sua, si esalta".

 

Alessandro Botturi?

"Nel tecnico ha una grande guida, naviga bene, ma nel velocissimo gli manca ancora qualcosa. Non è uno di quelli che a 180 orari è tranquillo, come dicevo prima".

 

Jordi Viladoms?

"Ufficiale Gas Gas, troppe incognite".

 

Olivier Pain?

"Molto regolare, ottima tecnica enduristica, ma credo che la sua gara dell’anno scorso sia stata figlia di un percorso particolare”.

 

In che senso?

"Siamo partiti in Perù, trovando percorsi tecnici fin dalle prime tappe, quindi favorendo un tipo di dakariano diverso da quello visto in precedenza”.

 

Invece quest’anno si parte dall’Argentina.

"Sì, iniziando con pistoni velocissimi e poche difficoltà tecniche. Si formerà un gruppetto di piloti abituati alle alte andature, con distacchi minimi. Per attaccare bisognerà aspettare la Bolivia e il Cile”.

 

Adesso curate l'allenamento in maniera assidua, avete lo stesso fisico scolpito e resistente dei crossisti. Cosa stai facendo qui alla Mapei?

"Ho appena finito un esame di verifica che faccio ogni sei mesi, per vedere se il mio allenamento funziona. Come resistenza e soglia aerobica sono a posto, ma mi hanno detto che devo migliorare dal punto di vista della potenza".

 

Solo in seguito mi sono accorto che non abbiamo mai tirato in ballo David Casteu, che quest’anno correrà con una KTM. Abbiamo parlato di lui solo a riguardo della mucca che ha centrato nel 2013, quando era in testa alla gara. Eppure è uno dei miei preferiti, da quando, nel 2008, al Sardegna Rally Race, gli ho visto improvvisare una discesa in fuoripista in totale assenza di sentiero, ma con sassi grossi come panchine. Un fuoriclasse. Diverso da Barreda, anche come motivazione: è un quasi quarantenne che cerca da sempre la gara della vita, mentre Barreda ha davanti a sé almeno una decina di Dakar da protagonista. Non vediamo l’ora che cominci, questa Dakar: speriamo che nessuno si faccia male... Andate piano, se potete... 

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