Turismo, un "classico italiano": da Napoli a Gaeta

La Costiera amalfitana, il Golfo di Napoli, la Riviera di Ulisse rappresentano un continuum che regala alcune delle migliori cartoline offerte dal litorale tirrenico. Un Grand Tour straclassico che non smette di stupire, soprattutto se tocca borghi gioiello come Valogno (SA) e Sperlonga (LT)

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La Costiera Amalfitana, dal 1997 riconosciuta Patrimonio dell’Unesco

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A volte succede che cercando la meta mai fatta, il percorso nuovo, le strade sconosciute, ci si perda la bellezza semplice di infilarsi in un tour classico, lasciandosi stupire dalle sorprese che sa regalare. Da Napoli a Sperlonga abbiamo assaggiato il Falerno, vino di Giulio Cesare, Marziale e Catone; scoperto un paesino abbandonato e rinato grazie all’immaginazione e alla caparbietà di una famiglia alla ricerca di una cura per il figlio; goduto di curve annodate tra camini vulcanici e parchi naturali. E ci siamo lasciati coccolare da serate a base di cucina stellata nell’albergo più antico del Golfo.

'Mpruvvisata

Il nostro tour campano partirebbe da Napoli, città dalla storia e dall’anima incredibili, di quelle che ogni volta che ci torno penso "ma perché diavolo non l’ho fatto prima?!". Uso il condizionale perché in realtà partiamo dal rivenditore Triumph Officine Inglesi di Salerno, dove il gentilissimo titolare Alfonso Amatore ci aspetta con una Scrambler 1200 XC linda e scalpitante. Ecco, tutto questo viaggio ha un chiaro leitmotiv: l’improvvisazione, l’assenza di una vera pianificazione e la voglia di godersi la strada e le persone incontrate, prima di tutto.

Anche l’inizio è casuale: sapevo che sarei arrivato a Napoli seguendo la gara di regolarità di moto storiche Brescia-Napoli, la sempre pimpante Ilaria (mia compagna di avventura) mi aveva presentato Christian Vicidomini, che in Officine Inglesi ci lavora da 4 anni e da 6 è presidente del club Triumph Salerno (sempre di proprietà di Amatore) e così è nata l’idea di fargli una telefonata per sentire se aveva un paio di moto disponibili e, alla sua risposta affermativa, è partito il progetto di questo giro.

Partiamo da Officine Inglesi, quindi, non prima di aver azzannato una bella margherita con pomodorini freschi. Saremmo già in ritardo, ma come si fa a rifiutare? Christian ci dice che non è un granché, una pizza commerciale, eppure a noi due poveri veneti (Ilaria vive a Verona, io a Padova) sembra una specie di dono divino.

Dalla pizza circa 40 km lungo la SS18 ci portano direttamente a Pompei, un inizio che più classico non si può, insomma. Anche perché, nonostante tutti gli anni alle spalle di viaggi in lungo e in largo, né io né Ilaria abbiamo mai visitato questo sito pazzesco, uno stargate senza bisogno di presentazioni dove, ne siamo certi, troveremo l’ispirazione che cerchiamo per il focus del nostro tour (interi/ridotti 11/5,50 euro). La ricca città costiera divenne una colonia romana nell’80 a.C., per poi essere distrutta dal Vesuvio nel 79 d.C., la sua storia imperiale durò quindi poco più di un secolo, per poi essere fissata sotto la cenere vulcanica. Non c’è altro posto al mondo che ti permetta un’esperienza come questa: passeggiare lungo vie di 2.000 anni fa, visitando negozi, piazze del mercato, case private o anche un lupanare con tanto di affreschi erotici.

La sensazione di familiarità si fa ancora più forte nei punti in cui gli intonaci recano i segni dei graffiti incisi dalla gente comune; sparsi sui muri troviamo slogan di propaganda elettorale, annunci di spettacoli, promemoria, insegne di alberghi e osterie con relativi avvertimenti dell’oste, sfoghi personali, maldicenze su persone odiate, poetici messaggi amorosi o altri di carattere decisamente osceno e offensivo.

Leggere “Talia te fallant utinam mendacia copo tu vendes acuam et bibes ipse merum” ci riporta nella quotidianità di un luogo rimasto immortale e ci fa pensare a quanto Trip Advisor abbia inventato poco (suona più o meno così: “Magari tali inganni ti si ritorcessero contro, oste! Tu vendi acqua, ma bevi vino puro”). C’è un’altra scritta che ci incuriosisce, anche questa vicina a quella che evidentemente doveva essere stata una locanda. Tradotta è, più o meno: “Edone fa sapere: qui si beve per 1 asse, se ne paghi 2 berrai un vino migliore, con 4 avrai vino Falerno”. Ci si accende la classica lampadina di Archimede! Il Falerno, il non plus ultra delle tavole romane, vino di imperatori e papi, completamente scomparso a metà del 1800 dopo due millenni di gloria a causa della Fillossera, un parassita giunto dalle Americhe.

Abbiamo trovato l’obiettivo del nostro viaggio: dobbiamo assaggiare il vino di cui tutti i grandi narratori del passato decantarono le qualità, da Plinio a Cicerone, da Virgilio a Orazio, da Tito Livio a Vitruvio. Quando usciamo dall’enorme sito archeologico (quasi 44 ettari) è ormai sera e le nuvole stracciate dal rosa del crepuscolo si stagliano contro l’enorme Dedalo di Igor Mitoraj, statua che, assieme ad altre 30, doveva far parte di una mostra temporanea inaugurata nel 2016 ma che poi rimase qui, perfettamente inserita in questo contesto rarefatto nelle pieghe della storia.

Da Pompei passiamo per Torre del Greco, appena sotto al Vesuvio e, in poco meno di un’ora, siamo a Napoli. Nonostante il traffico decidiamo di passare davanti al Castel Dell’Ovo, per poi lambire Piazza del Plebiscito e raggiungere infine la nostra meta attraversando quello spaccato di popolarità e di mescolanza culturale che sono i Quartieri Spagnoli.

Quando arriviamo al Grand Hotel Parker’s, ormai è sera. Il garage dell’albergo è ricavato in una gigantesca cavità scavata nel tufo, primo assaggio della Napoli Sotterranea che visiteremo prima di tornare a casa. Il Parker’s non è un hotel usuale: il palazzo nobiliare sull’attuale corso Vittorio Emanuele fu costruito nel 1870 e, adibito a hotel solo pochi anni dopo, rimase aperto senza soluzione di continuità fino a oggi, diventando il più antico della città. Queste stanze hanno accolto Virginia Woolf, il pensoso Lenin, Oscar Wilde, il principe de Curtis e moltissimi altri. Tra gli affezionati ospiti dell’Hotel Tramontano (questo il suo nome originario), c’era anche il biologo marino George Bidder Parker che, nel 1899, disturbato dall’ufficiale giudiziario incaricato di sequestrare la struttura in seguito al fallimento della proprietà, disse soltanto: “a quanto ammonta il debito? Mettete tutto sul mio conto”, prima di richiudere scocciato la porta della suite.

Nel 1945 l’hotel cambiò ancora di mano e venne acquistato dall’Avvocato Avallone che lo riportò a nuovo splendore, rispettandone così tanto la storia da mantenere il nome Parker’s e da chiamare il ristorante George (una stella Michelin, ci abbiamo cenato ed è stata un’esperienza mistica) e il bar Bidder. Diciamoci la verità: non è un luogo nel quale normalmente penserei di alloggiare, non sono un amante dello sfarzo e mi spaventano i luoghi in cui temo di spendere una tombola. Il motivo per cui siamo arrivati qui è che il fulcro del nostro viaggio è quel filo rosso che annoda la storia di Napoli e della Campania legandola alla cultura classica dei Greci, dei Sanniti, dei Romani e dei Bizantini. Una storia che abbiamo iniziato a scoprire a Pompei e che ci ha incuriositi rispetto al Falerno, mitico vino dei Cesari nominato nei secoli come indicatore d’eccellenza assoluta. Vino doc con un areale di produzione minuscolo, abbiamo scoperto che l’attuale Falerno è stato riportato in vita 50 anni fa (con un lavoro enorme di studio dei testi antichi per ricostruirne l’identikit) proprio dalla passione visionaria di Francesco Paolo Avallone, padre di Salvatore e Maria Ida, gli attuali proprietari del Parker’s. Così ci siamo detti "andiamo lì!".

Una sosta interessata, insomma, ma anche una magnifica sorpresa: il lusso qui diventa, infatti, una testimonianza del saper vivere napoletano, mai affettato né stucchevole. Conosciamo Marco, eccezionale concierge proveniente dai Quartieri Spagnoli che, con un entusiasmo contagioso, ci presenta il collega Vincenzo del Rione Sanità e rimaniamo a chiacchierare fitto fitto con loro, coinvolti dalla loro passione per la città e per la voglia di farla conoscere. Scopriamo che il Parker’s propone una visita dei due quartieri simbolo della popolarità napoletana, affidando i clienti proprio ai vulcanici ragazzi che da lì provengono. In men che non si dica ci cambiamo e siamo fuori. Avete presente quella napoletanità di Totò, principe e straccione, nobile e popolare, orgoglioso e alla mano? Eccola qui, che si srotola davanti a noi in una passeggiata indimenticabile, in quella specie di suq pieno di immaginette sacre di Maradona, volti di madonna, cestini calati dai piani alti dei palazzi addossati gli uni sugli altri, bambini che giocano in strada e bancarelle ovunque. Decidiamo di lasciare il Cristo Velato e le altre attrazioni classiche della città per la prossima volta, non abbiamo bevuto un solo goccio di Falerno ma ci sentiamo già ubriachi e felici.

Se si vuole andare a caccia di curve nei dintorni di Napoli, la cosa più semplice è arrampicarsi fino ai 1.000 metri del Vesuvio, dove finisce la strada carrozzabile e inizia il sentiero del Gran Cono, di fronte alla biglietteria del Parco Nazionale del Vesuvio (interi/ridotti 10/8 euro). Gli 8 km che da Ercolano ci portano a 860 metri dal cratere sono godibilissimi, con curve e tornanti che si annodano nei boschi, intervallati dalle splendide statue della collezione Creator Vesevo, voluta da Jean Noel Schifano nel 2005 e realizzata coinvolgendo 10 diversi scultori internazionali.

Una volta in cima si può proseguire solo a piedi all’interno del parco, meglio prenotare in anticipo i biglietti. L’ingresso comprende anche la visita guidata gratuita lungo la metà del cratere, alla quale si può accedere da un cancello posto in cima. Da lì si apre un panorama mozzafiato che abbraccia la vasta distesa urbana, le isole che spuntano in mezzo al mare e i Monti Picentini, propaggine degli Appennini.

Considerate che dal parcheggio al cratere ci vuole una mezz'oretta di cammino. Se vi piace andare a cavallo potete invece contattare Naples Trips & Tours, che offre passeggiate di 3-4 ore nel parco al costo di 50 euro.

Nella terra di Ulisse

Il nostro tour prosegue alla volta del Lazio e di quel triangolo di bellezza formato da Formia, Gaeta e Sperlonga. Delle tre la meno gettonata, da un punto di vista turistico, è senza dubbio Formia, che paga ancora oggi il prezzo del terribile bombardamento alleato del '44. Gran parte del patrimonio storico-artistico andò distrutto e fu solo parzialmente recuperato nel dopoguerra. Oggi i punti di interesse sono soprattutto i resti dei tre borghi di Mola, Castellone e Maranola, nati dalla disgregazione dell’antica Formiae dopo la caduta dell’Impero romano e unificati di nuovo con l’Unità d’Italia. Zona di villeggiatura patrizia, Formia vanta anche varie ville romane, tra cui quella attribuita a Cicerone (a lui è riferita anche una tomba monumentale).

Proseguiamo lungo la costa verso Gaeta, ma la oltrepassiamo senza fermarci, per arrivare direttamente a Sperlonga. Quando ero piccolo mio nonno aveva una casa a Terracina, quindi per me la Riviera d’Ulisse e i nomi del Circeo e di Sperlonga hanno il sapore delle vacanze estive e delle gite di un bambino che si gode un mondo di coccole e attenzioni, che ascolta i racconti dei miti omerici e che sogna l’emozione di scoprire i resti dei Neanderthal in una grotta ancora sconosciuta.

Sperlonga ha il fascino discreto dei luoghi passati direttamente dalla povertà assoluta alla scoperta dell’eldorado del turismo, il suo sviluppo iniziò infatti solo dopo l’apertura della via Flacca tra Terracina e Gaeta del 1958, che sancì l’uscita da un isolamento secolare. In questo mi ha sempre ricordato un po’ Matera, pur essendo diversissima. A ogni modo una delle cose più belle da fare qui è perdersi a camminare, visitando le famose quattro torri medievali costruite per difendersi dalle incursioni saracene e lo splendido centro storico punteggiato di minuscole chiesette caratteristiche.

Le spiagge sono una più bella dell’altra e se evitate l’alta stagione (maggio e giugno, o settembre, i periodi migliori) potete goderne a pieno. Trovate anche un po' di tempo da dedicare al bel Museo archeologico, dove potrete ammirare l’enorme Polifemo rinvenuto nella Grotta della Villa di Tiberio. Da Sperlonga cominciamo a tornare indietro, ma deviando verso Itri, per goderci la strada che si infila nell’entroterra regalando continui ritagli di costa tra gli uliveti.

La strada costiera, va detto, non è un granché, arrivare a Gaeta dall’alto è quindi più bello che raggiungerla dalla litoranea. Una delle prime cose che si vedono è l’enorme pianta irregolare del castello Angioino-Aragonese, che sorveglia il promontorio da un millennio abbondante. Arriviamo al limitare della ZTL e molliamo le moto, Gaeta è conosciuta anche come “la città delle cento chiese” e, in effetti, gli edifici religiosi sono ovunque, soprattutto se si contano i tanti oggi sconsacrati. È il luogo perfetto per fermarsi almeno un paio di giorni a gustarsi i vicoli sonnacchiosi, le deliziose casette addossate una sull’altra, i balconcini pieni di piante, i panni stesi ovunque, i negozietti, le bancarelle.

Non è raro vedere signore attempate che vendono ancora i loro prodotti coltivati, sedute sulle ceste della frutta. E non si può lasciare la cittadina portuale senza aver assaggiato la tiella gaetana, la tipica torta salata nata dalla secolare tradizione, che permetteva a contadini e pescatori di avere un pasto completo facile da conservare.

Gaeta ha per noi anche un altro fulcro di interesse: a pochi minuti dall’antica Repubblica Marinara, anche se in provincia di Caserta, troviamo l’azienda Villa Matilde Avallone che, con circa 70 ettari di vigne concentrati nella zona di Sessa Aurunca, a ridosso del vulcano spento di Roccamonfina, costituisce l’80% della Doc del Falerno del Massico. Insomma, abbiamo davvero ritrovato il vino che si poteva bere a Pompei, a patto di avere 4 assi in borsa. Il Falerno è un vino che affonda le sue origini al tempo dello sbarco sulle coste casertane, almeno un migliaio di anni prima dell’epoca romana, delle primitive popolazioni greche che portarono con sé le loro tradizionali coltivazioni della vite, nell’ampia pianura che dal Mar Tirreno porta alle pendici del Monte Petrino e del Monte Massico.

Francesco Paolo Avallone, docente di Diritto Romano all’Università di Napoli, nei suoi studi sui testi classici trovava spessissimo rimandi a questo antico vino scomparso. Negli anni '50 iniziò un suo personalissimo programma di studi della letteratura romana per capire che caratteristiche avesse, dove venisse prodotto, da che uve, con quali tecniche di vinificazione. Un lavoro lento e meticoloso svolto assieme a un gruppo di amici, alcuni docenti della facoltà di Agraria dell’Università di Napoli. Ci vollero anni per realizzare quella che oggi chiameremmo una scheda ampelografica, basandosi quasi solo sulle descrizione dei testi storici, e il lavoro era ancora all’inizio.

Da lì partì la ricerca delle uve che corrispondessero il più possibile a quelle descritte e, alla fine, ne individuarono circa una quindicina, viti di Aglianico e Falanghina molto vecchie, antecedenti all’epidemia di fillossera, che iniziarono a moltiplicare per talea. Nel 1965, finalmente, il primo vigneto di Falerno dell’era moderna era realtà. E 24 anni dopo, nel 1989, arrivò il riconoscimento della Doc.

Salvatore ci ricorda sorridendo che "un vino non si fabbrica, si fa", sottintendendo quanto sia un prodotto profondamente legato al territorio, ai suoi abitanti e alla sua storia. Calpestare le vie acciottolate di Pompei e sorseggiare un bicchiere di Falerno del Massico affinato nelle anfore hanno un punto in comune: ci restituiscono il filo diretto di discendenza con i nostri antenati. Se siamo come siamo lo dobbiamo al cammino dei popoli nella storia, fino ai nostri genitori e a noi, è una frase anche banale se vogliamo, ma farla diventare un’esperienza tangibile è molto raro.

Salutata Villa Matilde indirizziamo le ruote della scramblerona in direzione di Sessa Aurunca, dando inizio al percorso di guida più piacevole di questo viaggio. Ci addentriamo nel Parco Regionale Area Vulcanica di Roccamonfina e Foce Garigliano, per gli amici "Parco di Roccamonfina", il fondo stradale è buono, anche se i bordi sono sempre un po’ sporchi; le curve si inseguono allegre mentre ci si stringono attorno i castagneti secolari che qui costituiscono la principale attività economica.

Rongolisi, Corigliano, Ponte, sono tutti borghetti piacevoli dove il tempo scorre placido con ritmi rurali, ma la nostra ultima sorpresa è proprio lì, dietro l’angolo. Seguendo i suggerimenti dell’Avvocato Avallone raggiungiamo infatti Valogno, una manciata di casette di origine medievale sul limitare del parco. Casette medievali coloratissime, interamente disegnate. L’impatto con questo ossimoro architettonico è stupendo, come stupendo è vedere quanto la realtà di paesini sull’orlo dell’oblio recuperati grazie alla creazione di murales d’autore, si stia diffondendo.

Il primo che vidi, qualche anno fa ormai, fu San Sperate in Sardegna, paese natale di Pinuccio Sciola e delle sue pietre sonore. Poi Civitacampomarano in Molise, resa un museo a cielo aperto dall’artista Alice Pasquini, Aielli in Abruzzo, Stigliano in Basilicata e molti altri tra i quali sicuramente spicca Valogno, che proprio non conoscevo. Qui la scintilla è giunta da Giovanni Casale e Dora Mesolella, giunti da Roma inseguendo un modo per far star meglio il figlio Pasquale, affetto da una rara forma di encefalite autoimmune. E insieme alla loro famiglia hanno portato una vera e propria esplosione di colore. Incontriamo Giovanni per caso, impossibile non notarlo con quella sua camicia rosa intenso e il papillon colorato, ennesimo incontro inaspettato di questo viaggio improvvisato. È ora di rientrare e di restituire le moto a Alfonso e Christian, manca solo un elemento per chiudere come si deve il nostro viaggio: un po’ di sane curve in Costiera Amalfitana. E soprattutto tutte le curve necessarie per raggiungerla, la Costiera, nello splendido tratto che da Sant’Egidio del Monte Albino porta ad Atrani.

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