25 March 2016

Dragster: motori esasperati e passione vera in una domenica atipica

Tra poco inizia l’Italian Dragster Cup. Siamo stati all’open-day che precede le gare, dove abbiamo incontrato alcuni amici e trovato spunti per qualche prova strana

Una domenica in pista… d’aeroporto

Preso come sono dall’organizzazione di The Bike Field (per le ultime novità cliccate qui), sto un po’ tralasciando tutte le belle special che ronzano nell’aria primaverile come api attratte dal nettare. L’occasione per lasciare la scrivania mi arriva in un soleggiato e ventoso weekend, quello del 19-20 marzo. All’aeroclub di Orio al Serio, a dieci minuti da casa, c’è un mercatino e mostra scambio; e sulla pista solitamente utilizzata da Piper e Cessna per decolli e atterraggi si esibiscono in un open day pre-campionato i partecipanti all’Italian Dragster Cup. Tra mezzi assurdi (guardate le foto…) e odore di miscela bruciata, incontro alcune vecchie conoscenze. La prima è Andrea Signoretto, pilota veneto che da oltre dieci anni è nel circuito dei dragster. Il suo siluro -non saprei come definirlo altrimenti- mi ha incuriosito da subito, quando l’ho visto al Motor Bike Expo. Un dragster totalmente autocostruito con telaio a tubi e motore bicilindrico in linea con gruppi termici da GP e aspirazione a valvola rotante. Un missile terra-terra da quasi 100 CV ideato e costruito da quel genio di Aurelio Taffurelli, che vedrete presto sulle pagine di Motociclismo (qui un’anteprima). Andrea è sereno, ma concentrato tra una prova e l’altra. “Per noi piloti -mi racconta in un attimo di pausa- è un’occasione importante questa: poter testare moto e assetti prima dell’inizio del campionato (la prima tappa è il 17 aprile a Rivanazzano, ndr) è un’ottima cosa”. Certo, perché dove vai a trovare un rettilineo chiuso al traffico e lungo abbastanza per accelerare e poi frenare? Ci vogliono almeno 400 metri dritti, senza tombini né incroci. “Anche se -aggiunge Andrea- qui a Orio l’asfalto non è il massimo. Troppo granuloso, offre poca aderenza…”. 

Scooter estremi

Tra i gazebo dei vari team aleggia profumo di costine alla griglia; l’ora di pranzo è vicina e i più si sono attrezzati con fornelli da campeggio. Qui all’aeroclub di Orio abbiamo provato due mezzi da accelerazione incredibili, l’anno scorso preparati da La Follia Elaborazioni. E proprio qui incontro Stefano Comi, mente geniale e un po’ pazza del team bergamasco, quest’anno non impegnato nelle gare. È sotto il gazebo di del pilota Luca Azzola, insieme al suo assistente Simone Meda e all’altro pilota Leandro Ivanez. In mezzo c’è un Malaguti F10, o almeno quello che ne rimane. Gareggia nella categoria 100 cc telai modificati; ha un cilindro con alesaggio e corsa di 50x44 mm, biella da 95 mm ricavata dal pieno e 86 cc di cubatura totale. Il motore ha carter pompa rivisto, valvola lamellare di una Yamaha 80 ospitata in un alloggiamento ricavato dal pieno. Succhia aria e miscela da un carburatore di 40 mm ed eroga circa 30 CV. Sarò sincero: non vedo attrattive nell’andare dritti a tutto gas e poi frenare, senza nemmeno fare una curva. Ma la meccanica esasperata e raffinata di certi dragster mi affascina enormemente.  

Una volta era tutto diverso

In Italia questo mondo è un po’ misconosciuto. Per anni è rimasto confinato nel Nord-Est e anche oggi gli accoliti di questa disciplina sono per la maggior parte veneti. Ricordo di aver assistito per la prima volta ad una gara di campionato una dozzina di anni fa a Rovigo, in un’area industriale. Si correva la domenica, sulle strade deserte e chiuse al traffico in mezzo ai capannoni, alla periferia della città. Da un lato mi piacque molto, perché aveva il sapore genuino di una passione verace. Dall’altro pensai che, così emarginati dai riflettori, questi piloti non avrebbero mai goduto delle luci della ribalta. Oggi si corre su piste di aeroporti, l’organizzazione è degna di questo nome e ci sono alcuni sponsor importanti. “Ma sono ancora pochi -mi dice Stefano Comi- e chi corre con i dragster lo fa col proprio portafoglio”. E prosegue: “In questo open-day mancano alcuni tra i piloti migliori, i più forti. Anche se il livello è generalmente buono, ci sono professionisti e ragazzi che vengono qui solo per divertirsi. Guarda i gazebo: tutti aperti. Fino a sei, sette anni fa, ci blindavamo al chiuso per non mostrare nulla agli avversari. Tempi diversi: il podio ce lo contendevamo in due o tre, sempre gli stessi. Per vincere si facevano le carognate peggiori: telai segati e motori rubati nel corso della notte. E sulla linea di partenza volavano insulti che neanche alla curva nord dello stadio. Una volta fuori però, andavamo a mangiarci la pizza tutti insieme. Oggi invece le gare sono edulcorate e i piloti nemmeno si conoscono tra loro”.
Rimango un po’ basito da questo racconto. Ma ci voglio credere. Lascio l’aeroclub salutando gli amici e torno a casa con addosso ancora l’odore di miscela bruciata e le orecchie che fischiano per i motori tirati al limitatore. Sono pazzi, ‘sti piloti…

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