Honda SevenFifty 2.0

La base è una moto tanto equilibrata quanto impersonale, ma con la cura di Fabbris diventa una special ricca di fascino e adatta anche alla guida sportiva. La componentistica e le lavorazioni artigianali sono al top; generoso il budget per realizzarla

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Me la ricordo bene, la Honda CB750F SevenFifty. Avevo 14 anni e al Salone di Milano del 1991 condivideva lo stand della Casa di Tokyo con la super novità CBR900RR Fireblade. Ma, anche se i riflettori erano tutti puntati sulla supersportiva, questa pacata naked di sapore vintage mi intrigava, proprio per via del suo look che ricordava gli anni Settanta. Erano gli anni in cui – se da un lato la ricerca delle prestazioni sfornava strapotenti carenate a ritmo forsennato – dall’altra si cominciava ad accarezzare l’idea nostalgica di moto nude, solide e concrete. In quella stessa edizione del Salone, ad esempio, Kawasaki presentava in anteprima la Zephir 1100, mentre di lì a breve sarebbero arrivate anche la Suzuki Bandit e la Yamaha XJR ad esplorare lo stesso terreno. Oggi, a trent’anni di distanza, la moda delle classiche è una tendenza consolidata e si guarda a quei modelli con rinnovato interesse. Nel mercato dell’usato si trovano a poche migliaia di euro ed è il momento giusto per acquistarle perché, varcando la soglia dei 20 anni, sono prossime a diventare delle classiche. Anche se, in tutta onestà, non avranno mai l’appeal e il peso storico di altre antenate, vere e proprie pietre miliari del mondo delle moto. Prendete ad esempio proprio la SevenFifty: pur accomunata dalla cilindrata e dalla base progettuale, non sarà mai un’icona come la CB750 Four. Proprio per questo si candida a perfetta base per realizzare una special, con quel suo motore raffreddato ad aria appagante per l’occhio come per il polso e quel telaio in tubi solido e facile da modificare.

Inizia così il progetto di Michele Fabbris per un cliente che desidera una classica di sapore vintage, ma da poter usare tutti i giorni e capace di rivaleggare con naked più moderne in tema di prestazioni ed efficacia di guida. Il suo lavoro dura quattro mesi e vale circa 25.000 euro. Troppo, dite voi? Aspettate di arrivare all’ultima riga, prima di giudicare. Nella prova della Honda CB750F SevenFifty, sul fascicolo 10/1992, Motociclismo commentava una moto con una “ottima guidabilità, comoda e versatile”, “poco impegnativa e tuttofare”, ma accusava anche un’estetica “fin troppo discreta”. Ecco allora che le sovrastrutture originali sono accantonate: rimane solo il serbatoio da 20 litri (bello lungo e stretto il giusto da stringere tra le gambe) riverniciato di un vivace giallo-oro che attinge a piene mani alla tradizione Honda. Fianchetti e codino finiscono nel bidone della plastica da riciclare, seguiti dalla sella, che è completamente ricostruita e accorciata. Il retrotreno rimane così sensualmente “nudo”, con il parafango in alluminio a filo ruota e il monolitico portatarga assicurato ad un braccio del forcellone. La seduta è ampia abbastanza per ospitare comodamente anche un pilota di statura medio-alta; assume però un look filante e perfettamente raccordato al telaietto, tagliato per non superare la proiezione del perno ruota posteriore. Le pedane rialzate e arretrate, insieme ai mezzi manubri non troppo spioventi completano un’ergonomia più aggressiva persino della CB di Eduard Bracame (l’Ed il polso del Joe Bar Team, ricordate?). Ma se il protagonista dei fumetti era più fanfarone che “manico” vero, con la SevenFifty 2.0 – così è ribattezzata questa special – ci si può togliere la soddisfazione di tenere dietro a qualche neoclassica appena uscita dal concessionario. Il motore non è stato stravolto, ma solo revisionato. Nel 1992, il settemmezzo raffreddato ad aria aveva erogato 74 CV all’albero, al nostro banco prova. Con cornetti liberi e scarico un po’ più aperto dell’originale potrebbe esprimerne qualcuno di più, ma quello che più conta è che il quattro in linea giapponese non ha perso nemmeno un grammo della coppia generosa e dell’elasticità che lo caratterizzano. Spinge da subito e con gran progressione. Non spaventa: ha i CV “giusti”, senza esagerare, ma talmente ben erogati da non voler chiedere niente di più. E che sound! Grintoso, pieno, avvolgente; ma non tanto assordante da attirare le imprecazioni dei passanti. La frizione, come annotato tre decenni fa, non è il top per modulabilità e così si riconferma oggi, ma fa il paio con un cambio perfetto per dolcezza e precisione negli innesti.

Dove migliora sensibilmente è nella ciclistica. Della SevenFifty di serie rimangono infatti solo le quote, mentre con le nuove sospensioni (Öhlins pluriregolabili) e i leggeri cerchi a raggi (Kineo tubeless) sono un valido sostegno nella guida sportiva. Durante il test si dimostrano valide persino in città, dove affrontano buche e pavé senza spaccare le braccia o indolenzire il fondoschiena. La maneggevolezza è qualcosa che mi lascia piacevolmente colpito. Nei primi metri, addirittura interdetto. Perché da una moto così datata non ce lo si aspetterebbe di curvare in un fazzoletto. Alla prima rotatoria non faccio a tempo a pensare di impostare la curva che lei è già entrata in piega, rapida come una saetta e solida come un treno nel tenere la traiettoria. L’ho sentita subito leggera tra le gambe, quando sono salito in sella, ma con la cura dimagrante di Fabbris e il baricentro spostato il più in basso possibile, non c’è nemmeno confronto con la 750 di serie. E che dire dei freni? Ed il polso, nelle sue celeberrime staccate al cardiopalma (o “frenate tardive” come le definisce lui) ci si divertirebbe un sacco a dosare al millimetro la tanta potenza disponibile, per sverniciare i compagni di avventura in ingresso di curva. E così farà il fortunato proprietario che l’ha commissionata. Mi si conceda un’ultimo pensiero. Nero, oro e argento: essenziale eppure d’effetto. La SevenFifty 2.0 calamita l’attenzione come solo una special sa fare, ma nel complesso è talmente ben realizzata da poter sembrare – anche solo per un istante – una moto di serie. Risiede qui, secondo me, l’abilità di un preparatore: costruire in modo puntuale e senza eccessi, armonico e mai chiassoso, utilizzando componenti di eccellenza non per appagare il look, ma per rendere la guida più efficace e gustosa. E con questa special, Fabbris ha fatto centro.

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