Honda CR750 Daytona

Il mistero...

La nascita


Ci sono moto che nascono, corrono, vincono e poi scompaiono. La Honda Daytona 750 fu una di queste. Vi raccontiamo la storia di una moto leggendaria e dell’alone di mistero che la circonda.

La 200 Miglia di Daytona del 1970 era un appuntamento al quale Honda non voleva mancare. La squadra era formata dagli inglesi Bill Smith, Ralph Bryans, Tommy Robb e dall’americano Dick Mann, arrivato a sostituire all’ultimo momento un altro inglese, Steve Murray. Il motivo di tale sostituzione fu il desiderio dell’importatore USA della casa dell’ala di far partecipare alla squadra un pilota statunitense. Obiettivo di Honda era un risultato di prestigio per pubblicizzare la nuova CB 750 commercializzata da pochi mesi. Come accade oggi con le Superbike, simili alle moto di serie solo nella forma della carenatura, anche quelle CR 750 avevano ben poco di serie. Erano diverse perfino tra loro, tanto che a seconda del tipo di preparazione le potenze erano diverse: una 96 CV, due 92 CV ed una 89 CV. Fin dalle prove le moto manifestarono problemi di maneggevolezza e di resistenza della catena di distribuzione.
Le prove tra l’altro videro Bryans violentemente disarcionato dalla moto, che andò in fiamme, per il cedimento del pneumatico posteriore. Fu il veterano Dick Mann a “metterci una pezza”: al termine delle prove in stile ‘superpole’ (un giro di lancio, uno cronometrato ed uno di rientro), ottenne il quarto tempo. Davanti a lui due Triumph ed una BSA. Buio totale per i suoi compagni di team, in fondo allo schieramento.

La prima gara



Bryans
, la cui moto andò semidistrutta, dovette partire con la moto di Smith che rimase perciò appiedato. La gara andò anche peggio: si ruppero le catene di distribuzione di Bryans e Robb rispettivamente al 4° e 12° giro, lasciando il solo Mann a difendere i colori della Casa giapponese. Impresa nella quale riescì alla grande, con tanta bravura ed una sostanziosa dose di fortuna. Partì benissimo rimanendo in testa per un giro ma poi venne superato in successione da Nixon su Triumph, Hailwood su BSA, Rayborn su Harley Davidson, Carruthers su Yamaha e Ron Grant su Suzuki. Uno dopo l’altro però si ritirarono tutti per guasti meccanici.
Dick Mann si ritrovò così primo e, controllando uno scatenato Romero su Triumph in rimonta dopo un errore alla prima curva, vinse quella 200 Miglia di Daytona. Sarebbero bastate poche centinaia di metri ancora per “rovinargli la festa”: subito dopo il traguardo anche la catena di distribuzione della CR750 (questo il nome ufficiale) di Mann si ruppe! Tale fu l’eco di quella vittoria che subito la moto venne ribattezzata ‘Daytona’ entrando a pieno titolo nella leggenda del motociclismo. Una fama forse immeritata, dato che nelle rare successive apparizioni in gara raccolse ben poco.

La leggenda



Perché tanto interesse attorno ad una moto tanto importante dal punto di vista commerciale quanto poco competitiva in gara? Le ragioni erano più d’una. Innanzitutto gli appassionati che, a torto, consideravano la CR 750 come la versione da corsa della CB 750 stradale. C’era poi il clamore suscitato da un ritorno alle corse della Honda che, dopo il ritiro ufficiale alla fine del 1967, alla prima uscita del ritorno si aggiudicò subito una gara importante come la 200 Miglia.

Perché tanto interesse attorno ad una moto tanto importante dal punto di vista commerciale quanto poco competitiva in gara? Le ragioni erano più d’una. Innanzitutto gli appassionati che, a torto, consideravano la CR 750 come la versione da corsa della CB 750 stradale. C’era poi il clamore suscitato da un ritorno alle corse della Honda che, dopo il ritiro ufficiale alla fine del 1967, alla prima uscita del ritorno si aggiudicò subito una gara importante come la 200 Miglia.

Ci mise del suo anche la RSC (Racing Service Corporation, antenata dell’odierna HRC) che nel 1971, ritirata dalle corse la CR 750 Daytona, mise in commercio un kit per motore e ciclistica in grado di far passare la CB 750 di serie da 67 CV all’albero a ben 90! Il successo del kit fu tale da far perdere il conto del numero di “cloni” di quella famosa CR Daytona. E delle moto originali di quella leggendaria vittoria cosa ne fu? Non se ne hanno più tracce.
Nemmeno alla Honda Collection Hall di Motegi ne è esposta una
. E pensare che quella fantastica collezione ospita tutte le moto da competizione delle Casa dell’ala.
Ci sono poi le leggende vere e proprie, alimentate da un passaparola che via via si autoalimenta, ma privo ovviamente di fondamento: alla fine degli anni Settanta, in Francia, ne sono comparse due con tanto di certificato di autenticità. In Belgio poi, secondo alcuni ne esiste un esemplare spedito nel 1972 in occasione di un salone e mai più restituito. Falsità che hanno solo contribuito a creare l’alone di mistero attorno a questo modello.

Morio Sumiya



Nakamura e Uchida sono i nomi dei due ingegneri a capo del team che fin dal 1969 lavorò alla realizzazione del progetto CR 750. Il collaudo e lo sviluppo della moto venne invece affidato a Morio Sumiya che, con la CR 750, percorse migliaia di chilometri vincendo anche per tre anni di seguito il campionato giapponese di velocità.

E’ di Sumiya la messa a punto delle 750 Racing (questo era inizialmente il nome della moto da competizione poi divenute CR 750) e del kit di elaborazione della RSC. Suoi furono i collaudi delle quattro moto che parteciparono alla 200 Miglia del 1970 e fu lui a seguire la ‘trasferta’ europea del 1970 della RSC per partecipare alla 1000 km di Le Mans, al Bol d’Or sul circuito di Montlhéry ed alla Race of the Year di Mallory Park. Per le durissime gare di endurance in terra francese le moto vennero rinforzate e depotenziate: catena di trasmissione più resistente e smontaggio di alcune parti speciali ritenute fragili.
I risultati però non arrivarono
. Le moto erano lente, a Le Mans si classificarono al settimo e dodicesimo posto e a Monthléry addirittura non finirono la gara, a causa di una caduta e di una rottura meccanica.
Alla “Race of the Year” di Mallory Park è lo stesso Sumiya a portare in gara la Daytona 750
. Profondo conoscitore della moto ma anche grande “manico”, conquista un ottimo quinto posto nonostante fosse la sua prima gara in Europa, su un tracciato difficile e contro i migliori piloti del mondiale. Finita la gara le CR 750 Daytona tornarono in Giappone e da allora non se ne sono avute più notizie.

L'arrivo dei 2T



La storia delle CR 750 Daytona si chiude… a Daytona. La 200 Miglia del 1973 è l’occasione del debutto per l’ultima evoluzione della moto ufficiale sviluppata da Sumiya. Nel 1971 e 1972 sono solo i privati a difendere i colori Honda, portando in gara raffinate special che però hanno scarso successo. Nel frattempo Suzuka era teatro del lavoro di sviluppo dell’ultima versione della 750 monoalbero da competizione.
Nessun dato ufficiale venne divulgato sul numero di esemplari prodotti e le caratteristiche tecniche. Per tutti era semplicemente la Daytona 750. Si differenziava però da quella del 1970 per svariati particolari di motore e ciclistica. Furono Sumiya e l’americano McLaughlin a portarla in gara, ma l’epoca delle 4 tempi volgeva ormai al termine.
Tutta l’attenzione era rivolta a Jarno Saarinen e la sua Yamaha 350 2 tempi. Dell’impresa del giapponese, sesto al traguardo, nessuno si accorse.
Per il ritorno di Honda in grande stile alle corse, nei primi anni Ottanta con la nascita dell’HRC (Honda Racing Corp.), mancava ancora un po’, ma già i tecnici reputavano che non ci potesse essere futuro agonistico per il monoalbero 4 cilindri di 750 cc. Allo studio c’era un nuovo 4 cilindri bialbero di 1000 cc. Era la base di quella che divenne l’invincibile RCB 1000, ma questa è una storia che vi racconteremo un altro giorno.

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