di Federico Aliverti - 13 gennaio 2019

I giovani e la moto: è ancora amore?

A quanto pare la moto non è più l'oggetto del desiderio dei 14enni. Si direbbe che lo smartphone sia l'unica passione dei giovani, se non fosse che il mercato delle 125 mostra ormai da qualche anno un'incoraggiante inversione di tendenza...
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I parcheggi davanti alle scuole oggi continuano a essere popolati di fantasmi, come uno scenario post-bellico. Moto e motorini, quando va bene, si contano sulle dita di una mano: che cosa è successo? Succede che per la prima volta dal Dopoguerra la moto non è più al centro degli interessi e delle passioni dei giovani. Negli ultimi sessant’anni tutte le generazioni si sono specchiate almeno una volta nel serbatoio di una moto. Quello in lamiera quando l’auto era inaccessibile. Quello in alluminio quando col benessere la moto diventa svago, status, libertà. Infine quello in plastica dello scooter per affrontare città sempre più congestionate. A quanto pare è di plastica anche l’erede (e il carnefice) del motorino. Per i giovanissimi lo smartphone è il mezzo di trasporto che percorre tutte le strade dell’evasione, dell’emancipazione, della curiosità, nel mondo vero e nel modo virtuale. Se però speriamo che senza motorino siano almeno più al sicuro ci sbagliamo.

Come siamo arrivati fin qui? Facciamo un rapido ripassino. La moto nasce come mezzo di trasporto a basso costo. Necessario, negli anni Cinquanta, al padre di famiglia per recarsi al cantiere o in fabbrica. Nelle città, uscite martoriate dalla guerra, la Lambretta e la Vespa comprate a cambiali sono l’icona della speranza nel futuro. Ben presto alle due ruote guarda, con sempre crescente desiderio, la fascia di età più giovane. Sono gli anni del Boom. Dall’America soffia un vento di libertà e di ribellione. Percuote i giovani con la musica Rock e irrompe al cinema - quello con un’unica sala puzzolente di fumo e i sedili scomodi - con l’immagine di Brando Il Selvaggio a cavalcioni su una Triumph Thunderbird. Cambia tutto. E cambia velocemente. La moto, oltre che essere il primo mezzo di trasporto proprio, diventa un simbolo dell’identità giovanile. Lì si coagulano libertà, passione, disobbedienza, erotismo. L’ora X scatta a quattordici anni. Col cinquantino si fa il primo passo fuori dalla prigione. È impellente questa voglia di libertà, di sottrarsi al controllo dei genitori. Al mondo degli adulti si invidia solo l’indipendenza e si ha fretta di conquistarla. In amore la moto è il terzo incomodo tra Lui e Lei: così il più delle volte la storia finisce e Mogol scrive un capolavoro. Nel ’75 il ventenne coi pantaloni a zampa e i capelli sugli occhi si dichiara a lei che ama un altro offrendo in cambio di un sì la cosa più cara che possiede: la Motocicletta 10 Hp… mi costa una vita… per niente la darei. La cosa straordinaria è che la moto in questi sessant’anni è cambiata radicalmente rimanendo tuttavia partner fissa di tutte le diverse gioventù. Geni come Claudio Castiglioni e Ivano Beggio lavoravano per l’orgoglio italiano. Aprilia e Cagiva erano le 125 dei nostri sogni al prezzo di cinque milioni di lire l’una. I parcheggi delle scuole erano stracolmi. Fuori da scuola, all’uscita, nell’ingorgo di moto e motorini, si faceva il programma del pomeriggio. Poi, “casco in testa ben allacciato e prudenza, sempre!” abbassavamo la visiera e via!
Mio figlio, prossimo ai 14 anni, non ha cominciato a lavorarmi ai fianchi e nemmeno ha cominciato il conto alla rovescia dei giorni che mancano per avere il motorino. Non si tratta del salutare dissenso dal genitore che gli ha fatto respirare moto fin dalla culla. È un fatto generazionale: anche quest’anno le richieste di patente sono calate dell’8,5%. Può aver contribuito l’obbligo del patentino per ciclomotori diventato legge nel 2004. Ma gli esami, in particolare a 14 anni, sono dissuasivi solo se non c’è una passione autentica. La verità tocca la cultura della sicurezza: i nostri genitori, cresciuti in moto senza casco, quando si è trattato dei propri figli, hanno vissuto con sollievo l’obbligatorietà e la diffusione delle prime rudimentali protezioni. Forse per questo non sono stati ansiosi quando assaporavamo, nel fiore dell’adolescenza, i primi scampoli di libertà. Riversavamo per strada ogni anno 700.000 cinquantini sfumacchianti capitanati da frotte di MBK Booster. Le strade erano più sgombre, avevamo in testa poco più di una “scodella” legata in qualche modo e il sogno ben saldo della Honda NSR 125. Oggi se non fosse per il Piaggio Liberty 4T i cinquantini sarebbero meno di 20.000 all’anno. Significa che più di mezzo milione di ragazzi sono stati inghiottiti in meno di vent’anni (anche) dalle rinnovate ansie dei loro genitori, persuasi, al pari dei figli, che al giorno d’oggi il telefonino sia una scelta irrinunciabile mentre la prima moto solo un’altra fonte di preoccupazione. Con poche centinaia di euro in fin dei conti si ottiene il duplice risultato di proteggere i figli dai rischi della strada e di spegnere il loro desiderio di autonomia. Peraltro molto più costoso.
Lo smartphone resta al primissimo posto nei desideri/necessità dei giovani. È successo che nella vita dei millenials, nati in un periodo di recessione culminato nella crisi del 2008, irrompe Internet e diventa compulsivo l’utilizzo della tecnologia e dei social per combattere fragilità e insicurezza. Che sentono non essere solo la loro, ma anche della famiglia, della società, dello Stato. La Rete è accogliente. È il mondo in una mano. Lì si ritrovano, si sentono liberi. Possono viaggiare con un clic. Possono essere se stessi ma anche inventarsi. In Rete si desidera piacere per non essere scartati. Chi ha inventato il like con il pollice in su o in giù è un genio del male: alimenta la voglia di affermarsi condividendo immagini, storie, racconti ma anche le frustrazioni. Questa generazione nasce abituata a condividere tutto. Anche l’automobile e lo scooter. Sparisce il senso del possesso a discapito del piacere. Tutto è in sharing, forse anche le emozioni. Lo sconforto che proviamo nel vedere i parcheggi delle scuole vuoti ha stanato una verità ben più preoccupante: sui nostri ragazzi iperconnessi soffia il vento della precarietà permanente, il più grande inceneritore di sogni. Ed è normale che il primo a cadere sia stato tutto quello che ha rappresentato la moto.
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