Fuego2ice: 32.000 km di viaggio da CapoHorn all’Alaska, in sella a una Beta 50. Report 1

Oscar per la migliore interpretazione: lo assegniamo a Simone Cannizzo, che meglio ha saputo entrare nel ruolo di viaggiatore e avventuriero. Ci ha raccontato il suo itinerario da Milano a Dakar fatto in sella ad uno scooter Honda SH 50, per quasi 6.000 km. E ora è già ripartito per un nuovo viaggio estremo che vi racconteremo qui, sul nostro sito internet: 32.000 km da CapoHorn all’Alaska, su una Beta 50. Ecco l’identikit del pilota, il video e il primo report dall’America

IDENTIKIT

 

MilanoIDENTIKIT Vi abbiamo parlato molte volte di grandi raid, di viaggi da sogno e di avventurieri, ma le imprese di Simone Cannizzo meritano una menzione speciale. Ve lo abbiamo presentato con la rubrica “Piccole moto, grandi viaggi” sul numero di Motociclismo di novembre 2011. Il suo vanto è proprio quello di riuscire a compiere grandi imprese con poche risorse: non è, infatti, il primo motociclista a percorrere migliaia di chilometri su asfalto, sterrati e deserti in giro per il mondo, ma è il primo a farlo in sella a cinquantini (in alcuni casi di recupero, per non dire ridotti in condizioni pietose!), per mesi e mesi, budget limitati, attrezzature tecniche e materiali ridotti all’osso.

Simone si era già distino per avere raggiunto Dakar (Senegal, Africa) partendo da Milano, in sella ad uno scooter Honda SH 50 che aveva alle spalle dieci anno del famoso “onorato servizio”. Per compiere quel tragitto, Cannizzo ha accumulato 5.844 km. Ora è di nuovo in viaggio. È partito a fine novembre e ha moltiplicato per oltre cinque volte i chilometri da percorrere: ne farà 32.000, partendo da CapoHorn, nell’estremo Sud dell’America, alla volta dell’Alaska, che si trova nell’estremo Nord. Da qui il nome di quest’avventura: Fuego2Ice; dalla Terra del Fuoco a quella del ghiaccio. Potete leggere come è andato cliccando il viaggio da Milano a Dakar, cliccando sul sommario “Il precedente” e potete anche leggere come sono andate le prime due settimane del raid americano sui due rispettivi sommari. Buon divertimento!

 

VIDEO PRIMA SETTIMANA

IL PRECEDENTE: MILANO-DAKAR IN SH 50

IL PRECEDENTE: MILANO-DAKAR IN SH 50Ce lo ha raccontato così: “La decisione di affrontare tutto il deserto del Sahara,passando il Marocco, la Mauritania, il Mali per terminare la corsa a Dakar è nata una sera a cena. Un amico, conoscendo i miei burrascosi trascorsi a due e quattro tempi, mi ha invitato a trovare un’automobile da sacrificare per partecipare al Dogon Challenge. [...] La sfida era ormai con tutta evidenza dispiegata sulla tavola, anche fisicamente: una cartina del Nord Africa aveva già sovrastato posate, piatti e bicchieri. La voglia di tornare nel deserto, dopo averlo attraversato a bordo di un affidabile bicilindrico giapponese, era tanta. Ma il tempo pochissimo ed i documenti da fare per le dogane molto più lenti, per esperienza, della mia capacità di concepire un tragitto. A meno di non utilizzare un mezzo che non necessiti di troppe carte a corredo. Come ad esempio un ciclomotore. È fatta. La rotta decisa, il mezzo anche; il prode SH 50 viene acquistato con un esborso di ben 50 euro da una ragazza che se ne privava, a malincuore, dichiarando che il piccolo monocilindrico non fosse ormai in grado di superare i 20 chilometri orari. I giorni successivi li ho passati sdraiato sotto il motorino in mezzo alla neve. Il cambio della marmitta ha risolto l’evidente mancanza di prestazioni regalandomi però un’influenza memorabile. Rendendomi conto che avrei avuto bisogno di un bauletto, ma non avendo le piastre adatte, mi sono rassegnato ad avvitarlo direttamente sulla plastica del povero ciclomotore con delle lunghe viti autofilettanti. Nonostante i maltrattamenti, l’SH ha svolto più che egregiamente il suo compito, macinando chilometri dopo chilometri (circa 6.000) senza battere ciglio ed attualmente sono certo che rende fiero il suo nuovo proprietario a Dakar. Anche quando il faro anteriore ha deciso che era il momento di dare forfait (ovviamente di notte, in curva e con un paio di camionisti mauritani in pericolosa rotta di collisione), dopo 13 ore di guida e circa 600 chilometri percorsi in quella stessa giornata, ero certo che la meta fosse alla mia portata. Spassosi gli incontri tra le dune. Ci sono i locali, incuriositi da questo strano mezzo con una tenda rotonda e rossa (quella che si apre in 2 secondi ma che ha un raggio piuttosto ingombrante, ndr) a fare da freno aerodinamico, come se ci fosse bisogno di limitare ulteriormente le risibili velocità. Ci sono i meccanici, che ti prestano chiavi inglesi spanate per prodigarti in magnifici ed unti “fai da te”, visto che loro quel mezzo non lo hanno mai visto prima. Ci sono altri turisti a due ruote, con mezzi nuovi, potenti, fiammanti, tute tecnologiche, guanti speciali, caschi leggerissimi, dotazioni elettroniche degne di un’astronave; ci rimangono malissimo quando scoprono che stai facendo medie migliori delle loro, visto che ogni giorno si trovano a superarti per l’ennesima volta. Alcuni sono infastiditi da quei guanti da giardinaggio del Brico, quella giacca in plastica che è un regalo della tua banca per aver aperto un nuovo conto corrente, quel casco dei grandi magazzini (ma il cui logo sconosciuto fa il verso ai loro, molto più blasonati). Ma, soprattutto, dalla tua dotazione tecnologica, che comprende un paio di spie poco convinte sul cruscotto, un tachimetro rotto ed un indicatore di benzina che scende per una tacca nei primi cento chilometri e brucia le altre sette nei trenta chilometri seguenti. Praticamente inutile. Devo rispolverare antichi riti da neomotociclista, come scuotere il motorino col tappo della benzina aperto avvicinando l’orecchio, come facevo col Ciao. E, da questo, trarre complesse valutazioni sulla quantità di prezioso liquido rimasto.

COME È NATO IL RAID AMERICANO

 COME È NATO IL RAID AMERICANO Racconta Simone Cannizzo: “La lampadina che ha illuminato la sfida che sto per compiere si è accesa in Azerbaijan, a Baku. Lì ho incontrato Andrea Torresan, partito da Treviso con un piccolo scooter Gilera, con la determinata intenzione di arrivarci fino in Australia. A sua volta, era rimasto incuriosito dalla mia Cinquecento, con cui ero partito da Milano avendo la stessa destinazione (http://www.500downunder.com/). Avevo già qualche esperienza di viaggio su due ruote in Sud America ed un forte desiderio di tornare a muovermi lentamente, perché a 50 chilometri orari hai tempo per goderti il panorama più che sentire l’ansia per la traiettoria della prossima curva. Tornato in Italia dopo sette mesi di viaggio e dopo aver raggiunto il mio obiettivo, ho iniziato a cercare qualcuno che potesse darmi una mano nel folle intento. Ed evidentemente in diversi devono essersi chiesti: “perché no?” Chi mi sta aiutando si sta occupando anche della parte noiosa, cioè i documenti, le spedizioni, i timbri e tutto quanto necessario per portare un piccolo monocilindrico nella Terra del Fuoco. Io sono impegnato in cose molto più complesse, come ad esempio assemblare un bagaglio che deve contenere quanto strettamente necessario per otto mesi oltre ad una macchina fotografica, alcuni obiettivi, una videocamera ed un computer portatile. Il tutto da dislocare in una borsa serbatoio da 18 litri ed un borsone resistente all’acqua da 22. Passerò la Terra del Fuoco, la Foresta Amazzonica, il deserto di Nazca per poi salire in Messico ed oltre, affrontando un classico Coast to Coast, finendo per tracciare una immensa diagonale attraverso il Canada, giungendo infine in Alaska. Tutto in sella ad un ciclomotore. Perché no?”

PRIMA SETTIMANA: 23-30 NOVEMBRE

PRIMA SETTIMANA: 23-30 NOVEMBRE Titolo dell’opera: Genesi di un viaggio epico. Capitolo primo: l’attesa. Questo non può essere che l’incipit per raccontare la mia prima settimana di “non viaggio”. La stasi completa, in attesa che alla dogana piacciano i miei documenti e le mie carte. Inganno il tempo incontrando altri viaggiatori, tra cui un intero plotone di motociclisti australi in raduno ad Ushuaia. Feste, musiche, vino e racconti di curve, sterrati, motori. Una bella sensazione, se non fosse che io non ho un grammo di polvere addosso, visto che non ho un mezzo per correre sulle strade ben poco asfaltate della Terra del Fuoco. Incontro i “Viajeros sin Dineros”, due ragazzi arrivati fino ad Ushuaia dalla Colombia che hanno assorbito mezzo continente di polvere, ormai tutt’uno con la loro pelle.

C’è  un mito locale che nel 1962 ha raggiunto il Giappone, partendo da qui, con una 125 di una marca che non sono riuscito a capire. Poi un’arzilla signora che si fregia di essere la motociclista più anziana del mondo: età e mezzo non ancora pervenuti, visto che se ne è andata in taxi.

Comitiva allegra e chiassosa, divisa in gruppi dai nomi altisonanti: dai “Guanachi in piega” ai “Pinguini Motorizzati”, passando per “I Motociclisti alla fine del mondo”. Quando dopo otto infiniti giorni di attesa finalmente le Beta escono dal container, non sto più nella pelle e vorrei partire subito. Impacchetto tutto come posso, lego il bagaglio scoordinato con cinghie ed elastici e metto la prima. Erano anni che non guidavo un due tempi, mi viene in mente il mio vecchio Fifty. E mi piace; adesso è ora di partire.

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