20 May 2013

Fotografia in moto: le attrezzature e le tecniche migliori

Abbinare la passione per la moto e quella per la fotografia (e magari farne un lavoro) significa rassegnarsi all’eterna ricerca del compromesso. Mario Ciaccia ci racconta la sua personale esperienza

Fotografia in moto

di Mario Ciaccia

 

I fotografi di moto si dividono tra quelli “da studio” e i “reporter”. La differenza sta nel fatto che i primi identificano una situazione ideale e la fotografano nelle migliori condizioni possibili, mentre i secondi fotografano al volo tutto il percorso. I primi puntano sulla massima qualità, i secondi sulla varietà delle situazioni. Queste scelte... di vita portano a utilizzare differenti attrezzature fotografiche. Il fotografo “da studio” usa le migliori attrezzature fotografiche che si trovano sul mercato e non ha problemi se queste sono grosse e ingombranti, perché l'agilità non è ciò che cerca. Al contrario, il “reporter” ricerca ossessivamente il migliore compromesso tra qualità e dimensioni contenute, tanto che le sue scelte tecniche, spesso, risultano interessanti anche per il mototurista che scatta per gusto personale e non per lavoro, ma che vuole ottenere belle immagini da un'attrezzatura poco ingombrante.

 

(Cliccate sui link sotto per leggere i capitoli del “racconto” di Mario Ciaccia sull’argomento fotografia in moto. Racconto dettagliato e serissimo, ma non può certo mancare la tipica ironia di Mario)

 

IL FOTOGRAFO “DA STUDIO”

IL FOTOGRAFO “DA STUDIO”

Intendiamoci, il vero fotografo da studio non va in giro a fotografare le moto. Ma si usa questa distinzione ironica per enfatizzare le differenze tra i due stili. Il fotografo di moto “da studio” usa, solitamente, due corpi reflex professionali e un kit di ottiche zoom molto luminose, con apertura massima del diaframma di f/2.8 (più questo numero è basso, più l'obiettivo è luminoso, cioè è in grado di fare entrare luce: il record è il f/0.7 di un'ottica Zeiss realizzata per la Nasa, che Stanely Kubrick utilizzò per le scene a lume di candela di “Barry Lyndon”) a tutte le focali; inoltre usa anche teleobiettivi molto potenti e luminosi, cavalletti, monopiede, due o tre flash comandati a distanza e la riflessa. Per corpo reflex professionale adatto alle foto d'azione s'intende una sorta di carroarmato pesante quasi un chilo e mezzo, robustissimo, resistente a urti, pioggia, gelo, polvere e sabbia, capace di fare almeno 10 scatti al secondo, di fotografare con poca luce con 100.000 o 200.000 Iso, di produrre immagini nitide, dettagliate, con una resa fedele dei colori e senza “rumore di fondo” fino a quasi 6.000 Iso e di scattare almeno 200.000 volte prima che l'otturatore vada in crisi. Questo tipo di fotocamera è prodotto solo da Canon e da Nikon. Due corpi servono sia per averne uno di scorta, sia per poter scattare, nello stesso momento o quasi, col teleobiettivo e col grandangolare, ottenendo due inquadrature completamente diverse senza doversi spostare.

 

Tipico esempio di attrezzatura da professionista “da studio” della Nikon: due reflex D4, tre zoom (14-24 mm f/2.8, 24-70 mm f/2.8, 70-200 mm f/2.8), un medio tele da ritratto (85 mm f/1.4), un tele potente da azione (ad esempio il 500 mm f/4.0, o il 300 mm f/2.8, o tanti altri) e tre flash SB-910. Tutto questo costa e pesa tantissimo. Siamo sui 14 kg, compreso il cavalletto... e sui 20.000 euro.  È chiaro che, a questi livelli, si arriva solo se si fotografa per mestiere; e difficilmente il fotografo di questo tipo ama fare i servizi di moto... a cavallo di una moto, perché preferisce spostarsi in auto. Sono moltissimi i servizi motociclistici (turismo, comparative, prove singole) in cui il fotografo effettua la trasferta in auto, fermandosi a scattare solo nei punti più spettacolari. Spesso, questo genere di fotografo può permettersi di aspettare che ci sia il bel tempo, prima di iniziare il servizio. Con questi criteri e con un'attrezzatura raffinata come quella appena descritta, avremo inquadrature perfette, di una qualità straordinaria: nitide, dettagliate, con sfocati bellissimi. Tant'è che solo a lui vengono commissionati cataloghi e pubblicità, mentre il “reporter” viene sfuggito come la peste. Il difetto è che quando le foto sono così studiate e patinate trasmettono poco senso del vissuto, anche perché le situazioni fotografate non sono tantissime, per cui c'è chi le apprezza e chi vorrebbe cose più ruspanti, ma “da dentro”. Come fa il cosiddetto “reporter”.

 

 

IL REPORTER

IL REPORTER

In questo caso, è un fotografo che cerca di avere un'attrezzatura ridotta all'osso, che gli permetta di muoversi agilmente all'interno dell'azione. Un classico stereotipo è il reporter del National Geographic, che si muove dentro la folla di Calcutta scattando al volo con una piccola Leica a telemetro e un'ottica fissa, ma luminosa. Ma può bastare una Leica per un servizio fotografico di motociclette? Sì, perché se sai fare le foto un servizio lo porti a casa anche con un telefonino. Intendiamoci, non stiamo parlando di fotografare la MotoGP, dove ti tengono a 200 m da una curva dove le moto passano a 200 km/orari. Lì hai bisogno di teleobiettivi potenti e luminosi, autofocus infallibili e 8/10 scatti al secondo. Stiamo parlando di viaggi dove la moto non è il fine, ma va contestualizzata nell'ambiente in cui si muove. Quindi, l'attrezzatura può anche non essere sofisticata, se permette una maggiore agilità. Ecco perché può risultare interessante per i mototuristi desiderosi di ottenere buone immagini con pochi ingombri.

 

 

UN SOLO CORPO, UNA SOLA OTTICA FISSA

UN SOLO CORPO, UNA SOLA OTTICA FISSA

Ho diversi amici che ci tengono a fare belle foto in moto e che hanno comprato, a tale uopo, una reflex con una/due ottiche. Ebbene, tutti, a parte un paio, dopo il primo mese d'euforia hanno smesso di portarsi la reflex in moto. La tengono a casa, non l'usano praticamente mai. Ma le foto che scattano con la compatta o col cellulare non li soddisfano, perché sanno cosa potrebbero fare con la reflex. Anche io ho patito questa insofferenza per le dimensioni fin da quando ho iniziato a scattare fotografie. Era il 1985 e mi regalarono una reflex a pellicola tutta meccanica, costruita a Dresda che, all'epoca, era in Germania dell'Est: una Praktica MTL3 con innesto a vite e tre ottiche. La sua era una filosofia molto comune fino agli anni 80: poiché le fotocamere con innesto a vite avevano lo stesso tipo di filetto, bastava avere un corpo semplice, robusto e meccanico per potervi  montare qualsiasi tipo di obiettivo, anche molto pregiato. Ricordo che, però, trovavo questa fotocamera pesante e lentissima al momento di cambiare obiettivo, ma me la feci durare anni, tanto che, quando me la rubarono, nel 1988, la sostituii al volo con una MTL5. Questo perché ci tenevo ad avere bei ricordi delle mie gite in moto, in bici e con gli sci d'alpinismo, quindi mi rassegnavo ad avere questo mattone nello zaino. Nel 1992 però, dovendo fare un lunghissimo viaggio in bici, oltre 2.000 km, per risparmiare peso decisi di portarmi la Praktica con una sola ottica fissa. Questa è una sfida che amano diversi fotografi: un solo corpo, una sola focale. E qual è la più “totale”? Io scelsi la 28 mm, perché è un grandangolo non esasperato. Puoi fotografare edifici e gruppi di persone anche in poco spazio, per i panorami va bene e inoltre, se ti avvicini, riesci a fare dei ritratti senza troppe deformazioni.

 

All'epoca non lo sapevo, ma sono diversi i professionisti che fanno scelte simili: un corpo leggero, una focale fissa e via, liberi e felici. In genere è quella da 35 mm, più che la 28, la focale preferita da questi reporter. La leggenda dice che Henry Cartier Bresson, uno dei più grandi reporter di tutti i tempi, usasse solo la 35 mm. O, per lo meno, che quella fosse la sua preferita. Beh, se riuscite a fare a meno di grandangoli spinti e teleobiettivi, o comunque se siete in grado di fare tutto con una sola focale, sappiate che oggi esistono delle fotocamere digitali compatte di altissima qualità, dotate degli stessi sensori delle reflex e di ottica a focale fissa non intercambiabile, equivalente a un range tra il 28 e il 40 mm, se paragonato alla vecchia pellicola 36x24 mm... Tra queste, la Fuji X100 è palesemente ispirata alla vecchia Leica a telemetro e a quei fotografi che facevano tutto con la sola ottica da 35 mm.

 

 

UN SOLO CORPO, UN SOLO ZOOM

UN SOLO CORPO, UN SOLO ZOOM

Alla fine degli anni 80 qualcuno ha inventato uno zoom dalla latitudine di focali estesissima, dal 28 al 200 mm. Questo per ovviare alla noiosissima pratica del cambio dell'obiettivo, che spesso fa perdere l'attimo: se monti questo zoom non perdi tempo, hai già su quello che serve! Di solito pesa sul mezzo chilo e ha due grossi difetti, cioè è poco luminoso e, alle focali più lunghe, la nitidezza è scarsa. Però è migliorato molto, col passare degli anni, perché c'è stato un notevole sviluppo da parte di tutte le Case, essendo un'ottica molto richiesta da chi viaggia, motociclisti compresi. Anzi, soprattutto dai motociclisti. Il primo che ho avuto in mano, un Vivitar del '90, era da buttare via. Le foto erano poco nitide a quasi tutte le focali. Dieci anni dopo, ho avuto un Sigma 28-200 che faceva foto decenti e pubblicabili anche alla focale più lunga, mentre il primo 28-300 mm, realizzato da Tamron, crollava proprio a 300 mm. Oggi uso un Sony 18-200 mm (per le digitali con sensore APS-C: equivale a un 27-300 mm se paragonato al vecchio formato a pellicola che usavamo tutti, quello col fotogramma 36x24 mm, definito gergalmente “formato Leica”) che funziona proprio bene. E conosco almeno due professionisti che usano i 18-200 mm di Canon e Nikon per i loro servizi. Va però detto che le riviste di moto, per poter mantenere prezzi competitivi, non stampano le foto con la cura di certi cataloghi, per cui spesso la differenza tra attrezzatura professionale e amatoriale non si nota, una volta che le foto vengono stampate sulle pagine della rivista. Anche perché certe volte capita, purtroppo, che la stampa non venga benissimo. Il caso estremo avvenne quando, oltre 10 anni fa, scrissi un articolo di fotografia per uno Speciale Turismo di Motociclismo.

 

Volevo mostrare la differenza tra il Tamron 28-300 mm, maneggevole ma dalla qualità scarsa, usato alla massima focale e il Canon 300 mm f/2.8, un teleobiettivo costosissimo ed enorme. Scattai due foto identiche, col cavalletto, a Moneglia vista da lontano e, guardando le diapositive con il lentino, le differenze erano abissali. La foto ottenuta col Tamron era poco nitida, persino sbiadita e faceva venire voglia di buttarla via. Come ho detto, si trattava del primo 28-300 mm della storia e si vedeva che i tempi erano ancora acerbi (l'attuale Tamron 18-270 mm per le digitali è molto migliore). Mentre quella ottenuta col 300 mm f/2.8 era bellissima, molto incisa, con colori brillanti. Ma quel numero venne stampato malissimo, al di sotto degli standard soliti di Motociclismo (ogni tanto capita) e le due foto risultarono molto simili... e molto brutte. Non ebbe praticamente senso pubblicarle e scrivere “Vedete che differenze notevoli?”.

 

 

OLYMPUS OM, IL SISTEMA IN MINIATURA

OLYMPUS OM, IL SISTEMA IN MINIATURA

Quel mio tentativo di immortalare un intero viaggio con il solo 28 mm mi fece venire la nausea. Non ero il tipo da sposare una sola focale, come non lo sono quasi tutti. Nel 1993 mi regalarono un kit composto da una reflex Olympus OM-2 SP e da tre ottiche a focale fissa, dotate del rapidissimo innesto a baionetta, che permette di mettere e togliere l'obiettivo in un secondo. All'epoca non lo sapevo, ma il sistema Olympus OM era considerato già di livello professionale, specie per l'enorme offerta di ottiche Zuiko di alta qualità, eppure era piccolissimo, miniaturizzato, quasi tascabile. Sarebbe perfetto per i motociclisti di oggi, che vorrebbero avere una fotocamera di qualità nel tascone della giacca, a portata di mano. Invece era appena iniziata la rivoluzione dell'autofocus, che portò a fotocamere molto più grosse e panciute di quelle precedenti. Oggi, siamo tutti figli di quella rivoluzione e consideriamo normale che una reflex sia così grossa... da deciderci a lasciarla a casa! Ma sono in tanti a rimpiangere la compattezza del sistema OM.

 

 

UN SISTEMA DA BICICLETTA... POCO DA BICI

UN SISTEMA DA BICICLETTA... POCO DA BICI

Nel 1993 iniziai a lavorare per la rivista Tutto Mountain Bike. Mi mandavano a seguire lo sport come giornalista ed ero sempre in compagnia di fotografi professionisti. Li vedevo che armeggiavano con due tipi di reflex professionali: la Nikon F4 o la Canon Eos 1. Erano grosse, pesanti e stancavano la mano che le reggeva, specie quando abbinate a ottiche “mostruose” come il 400 mm f/2.8. Era il solito discorso: si trattava di attrezzi che producevano foto meravigliose, ma che ti davano anche l’impostazione mentale a scattare solo nei pochi punti che si riuscivano a raggiungere con l’auto, mentre qua c'era da guadare fiumi, raggiungere il cuore delle foreste, o arrivare in cima alle montagne. Io facevo tali percorsi in bicicletta ma, quando arrivavo nei punti più spettacolari, il fotografo non c’era mai, perché con i suoi 15 kg di attrezzatura fotografica non ci arrivava. Cominciai a domandarmi se avesse senso avere attrezzature milionarie, se poi certi scatti non potevi o non volevi farli. Questa insofferenza mi portò alla decisione di diventare io il fotografo dei miei servizi, per immortalare tutti i posti che raggiungevo in bici. Ma il mio piccolo corredo Olympus non aveva l'autofocus, inoltre sotto gli zero gradi si bloccava, per cui mi rassegnai a comprare un sistema autofocus, che pagai, di seconda mano, oltre 6 milioni di lire.

 

E così mi misi a pedalare, su salite da oltre 2.000 m di dislivello totale, portando nello zaino due reflex Canon Eos 5 ed Eos 3, più un 14 mm, un 20-35 mm, un 28-70 mm f/2.8, un 80-200 mm f/2.8 e un flash: un sistema da 5 kg, ovvero un terzo rispetto a un corredo professionale. Era comunque tanto peso che gravava sulla schiena, se si considera che, pedalando in salita, questa fa male anche senza zaino! Ero giovane, ero forte, ero allenato, ma oggi mi domando se i continui mal di schiena che mi affliggono non potrebbero essere stati favoriti anche da quegli anni passati a pedalare per ore in salita con quel peso sulla groppa (ai 5 kg dell'attrezzatura andava aggiunto il peso di giacca in pile, completo antipioggia, camere d'aria, attrezzi). Oltretutto, per scattare ci mettevo troppo tempo: non era comodo levare quel grosso zaino tutte le volte. Era una soluzione adatta per lavorare (soffrendo), ma non per le gite di piacere.

 

 

LA LOMOGRAFIA

LA LOMOGRAFIA

Nel 1997 mi sono fidanzato con Paola Verani, che oggi si occupa di turismo su questo sito. Lei mi spiegò che la fotografia l'attirava, ma era pigra e non voleva superare lo scoglio dell'apprendimento della tecnica (come la maggior parte delle persone). E fu proprio in quel periodo che scoprimmo la Lomografia. Si tratta di una branca della fotografia a metà tra arte e moda fighetta. La leggenda dice che sia stata inventata da due studenti di Vienna che, a Praga, nel 1991, avevano scoperto delle piccolissime compatte russe, le Lomo LC, la cui fabbrica stava fallendo. Eppure si trattava di uno strumento di massa, venduto in milioni di esemplari in tutti i Paesi del blocco comunista e ispirato a una compatta giapponese. Misero in piedi un movimento europeo, per salvare la Lomo e farla conoscere anche in occidente, che si basava su una corrente artistica basata su scatti colti al volo, senza inquadrare, senza mettere a fuoco e usando pellicole scadute, per dare un effetto particolare al tutto. Come vedevi qualcosa che ti interessava, dovevi puntare la Lomo e sparare, senza pensare, senza controllare cosa stessi effettivamente inquadrando. La cosa era affascinante... e irritante al tempo stesso, perché aveva delle basi filosofiche interessanti (una sorta di impressionismo fotografico), ma attirava tanta gente che si spacciava per artista senza esserlo.

 

Esistevano anche degli eventi Lomo, dove gli invitati dovevano riempire muri con mosaici composti dalle loro foto, stampate piccole e in più copie. Scoprimmo che alcuni fotografi professionisti si divertivano un mondo a staccare dagli impegni di lavoro, per sfogarsi nel tempo libero con le lomografie, senza impegno, senza concentrazione: un vero schiaffo alle tensioni della ricerca della foto perfetta. Apparve così evidente che, se eri bravo, facevi belle foto pure con la Lomo, senza inquadrare. Uno di questi fotografi professionisti, Wolfango Spaccarelli, ci parlò così bene della lomografia che decidemmo di comprare due di queste compatte. Lui, addirittura, in vacanza lasciava a casa la reflex e girava con la sola Lomo e lo stesso faceva quando andava in bicicletta e in moto. La teneva nel taschino e, in un nanosecondo, la estraeva e la puntava contro le scarpe del vicino di semaforo, contro due che si baciavano, contro i piccioni sul marciapiede. Era una semplicissima compatta, tutta automatica ma abbastanza luminosa (32 mm f/2.8), che costava poco e durava ancora meno, perché la sua plastica tendeva a sbriciolarsi solo a guardarla. Ma fece appassionare Paola alla fotografia e me alle compatte: infatti mi stufai presto di giocare al lomografo, ma mi resi conto che avere nel taschino un apparecchio pronto a scattare era una cosa meravigliosa. Altro che zaino da cinque chili da togliere tutte le volte!

 

 

LE SUPER COMPATTE

LE SUPER COMPATTE

Ho sempre ignorato le compatte, perché “I veri fighi usano le reflex”. Invece, nulla vietava di fare delle compatte con ottiche di qualità. Ed esistevano. Scoprii che c'erano piccolissimi gioielli con ottiche Zeiss, Leica, Schneider e con impostazioni manuali di esposizione e messa a fuoco, come sulle reflex. Una sera, nella vetrina di un negozio di fotografia di Milano (uno dei tanti che ha chiuso i battenti per colpa dell'avvento del digitale e delle vendite online), vidi una minuscola Rollei 35, che stava nel palmo di una mano eppure aveva una pregiata ottica Zeiss Sonnar e l'impostazione manuale di tempo, diaframma e messa a fuoco. Un sogno, infatti era costosissima. Due giorni dopo, il postino mi portò a casa una fotocamera identica a quella e mi parve di sognare: com'era possibile? Fu una coincidenza assurda: arrivava da un lettore di Cassino, che provava un amore viscerale per la mountain-bike, si ritrovava d'accordo con lo spirito di Tutto Mountain Bike e, dato che aveva perso il padre e che questo collezionava Rollei 35, me ne aveva spedita una in regalo, sapendo che avevo la passione per la fotografia (ma non fu per quel regalo incredibile che diventò uno dei miei migliori amici). La 35 era uno strumento delizioso, potevo pedalare tenendolo in tasca e produceva immagini bellissime, ma aveva un po' troppi limiti per la fotografia d'azione. Questo mi rafforzò nella ricerca di una fotocamera tascabile di alta qualità.

 

Dopo lunghi ragionamenti comprai una Contax TVS, che aveva l'autofocus, l'automatismo a priorità di diaframma e uno zoom dichiarato 28-56 mm, effettivo 35-60. Limitatissimo, è vero. Ma questa fotocamera scattava foto da paura, bellissime, nitide, con colori molto fedeli. Infatti era una tascabile da oltre tre milioni di lire, che trovai usata a 1.200.000 lire. Era una follia, spendere così tanto per una compatta. Eppure c’era un mercato, certamente di nicchia, fatto da gioielli di questo tipo, tascabili, carissimi, con ottiche di qualità e comandi manuali, marchiati Leica, Minolta, Nikon, Konika, Ricoh, Minox, Contax, Rollei. Con quella Contax, in qualche occasione, sono riuscito a fare dei servizi lasciando a casa le reflex. La differenza era abissale: avevo questa scatoletta in tasca, nessun peso sulla schiena, in un secondo la estraevo e inquadravo... Questo è il sogno di tutti i motociclisti, del resto. Ma, ancora, nessuno sapeva che la pellicola sarebbe stata spazzata via dal digitale e che questo avrebbe portato a realizzare il sogno di avere pochi ingombri e qualità elevata.

 

 

IL SISTEMA PARADOSSALE

IL SISTEMA PARADOSSALE

A fine 1999 passai da Tutto Mountain Bike a Motociclismo. Scoprii che, in moto, portare l’attrezzatura fotografica era molto più facile. Su strada si poteva metterla in una borsa da serbatoio, in fuoristrada potevo usare un grosso marsupio (come quelli di Tamrac, Lowepro, Think Tank) e farlo ruotare dalla schiena alla pancia al momento di scattare, perdendo pochissimo tempo. In bici non ci riuscivo, a pedalare col marsupio. In moto, invece, è comodissimo; tanto più che, guidando seduto, appoggia sulla sella e non pesa sulle reni.

 

Ma poi, a un certo punto, mi convinsi che la vita non aveva senso se non mi fossi procurato un 300 mm f/2.8. E quando, a fine 2000, mi mandarono in Oman, al seguito di un Top Dream BMW, decisi che era l’occasione per acquistare quel mostro. Poiché costava troppo, in versione autofocus (oltre 4.000.000 di lire usato), feci la cavolata di comprarlo manual focus, a 2.500.000 di lire. Oltre che essere difficilissimo da usare (mettere a fuoco a mano con un supertele, seguendo un soggetto in movimento, è un delirio), mi obbligò ad acquistare un terzo corpo reflex (Canon T90) perché l’innesto non era compatibile con le Canon Eos. Dovetti, quindi, comprare uno zaino bello grosso, per contenere i tre corpi reflex, le cinque ottiche, il flash, il cavalletto e pure il monopiede. E a quel punto, già che c’ero, dentro lo zaino misi la Rolleiflex 6x6 biottica di mia madre, che faceva foto splendide, dato che aveva un obiettivo Zeiss Planar e un negativo da 60x60 mm, che permetteva forti ingrandimenti con grande nitidezza, anche se non era adatta alle foto d'azione. A questo punto, lo zaino pesava oltre 10 kg. Nella guida in fuoristrada dava fastidio. Per scattare, dovevo levarmelo tutte le volte, ma le fibbie si incastravano nei gradini formati dalle protezioni in plastica della giacca. Da diventare isterici! Tuttavia, poiché avevo previsto tutto questo, per cogliere l’attimo mi ero anche munito di un marsupio dentro cui tenevo la Olympus OM-2 con un 24 e un 135 mm; per colmare il buco tra le due focali usavo la compatta Contax TVS. In tutti, avevo sei fotocamere!

 

Alla fine andò così: la maggior parte delle foto le feci con la Olympus, perché era di immediato utilizzo e a un viaggio organizzato la gente non è a disposizione del fotografo, per cui sei costretto a scattare al volo per tutto il tempo; tra le foto fatte col 200 mm f/2.8 e il 300 mm f/2.8 non c’era questa differenza abissale da giustificare peso e ingombro incredibilmente superiori; e, per quanto riguarda la Rolleiflex, che produceva foto quadrate di altissima qualità, il grafico di Motociclismo me le segò tutte, sostenendo che le foto devono essere con base 3 e altezza 2 e non quadrate (legge sua personalissima: cosa vieta a una rivista di pubblicare immagini quadrate, rettangolari, panoramiche...?). Era tutto un paradosso. Sicché, decisi di liberarmi del trecentone e pure della biottica, anche se ci misi del tempo, visto che nel frattempo acquistai anche un 300 mm f/2.8 autofocus.

 

 

IL DIGITALE, TANTO SCETTICISMO

ARRIVA IL DIGITALE, TANTO SCETTICISMO

Nei primi anni del 2000, tutti i fotografi professionisti hanno dovuto fare i conti col digitale. Sulla carta, permetteva una cosa incredibile: il miracolo di scattare una foto ai Mondiali di mountain bike in Canada e di poterla inviare subito dopo, tramite l’ancora poco diffusa posta elettronica, a Milano. Chi lavorava in proprio ne era attratto perché sapeva che, a lungo termine, avrebbe risparmiato soldi, dato che non doveva più acquistare i rullini. Mentre chi era dipendente delle Case editrici era spinto da queste a passare al digitale, proprio per questo fatto di non dover più acquistare i rullini. C'erano servizi dove andavano via anche 60 rullini mentre, col digitale, questa spesa si limitava a quella della scheda di memoria. Però, inizialmente, i costi erano alti almeno quanto i limiti. La prima fotocamera digitale che ho mai preso in mano era un’orrida scatola di plastica grande come una radio, con ottica e mirino minuscoli e 0,3 Mp di risoluzione. Scattava foto bruttissime e minuscole. L’avevamo nella redazione di Tutto Mountain Bike e non ho mai capito a cosa servisse. Una reflex da 6 Mp era una cosa enorme, pesante oltre 2 kg, lentissima e costosa oltre ogni logica: 70.000.000 di lire. Ma poi i prezzi iniziarono a scendere. Quei settanta milioni di lire diventarono venticinque nel giro di pochi anni, poi scesero ancora.

 

Di colpo, da curiosità tecnologica diventò una certezza per il futuro. Poiché i prezzi erano altissimi, il primo tentativo di creare delle digitali a prezzi abbordabili passò attraverso la creazione di compatte piene di funzioni manuali. A me, che ero molto intrippato dalle compatte di qualità a pellicola, tale scoperta ha cambiato la vita. Queste compatte digitali, infatti, come focali e funzioni erano più vicine alle reflex di quanto non lo fossero le compatte a pellicola: erano ciò che avevo sempre sognato. Ma i tempi erano ancora acerbi. Nel 2000, una compatta di questo tipo aveva il sensore da 2 Mp, faceva un bruttissimo rumore di fondo già a 200 Iso, costava 3.000.000 di lire, si accendeva in 5 secondi, scattava con un ritardo di 2, faceva fuori le batterie in 50 scatti e usava costosissime schede di memoria da 256 Mb al massimo. Ma era l’inizio. In seguito, sono arrivate le reflex a prezzi abbordabili, ma le compatte si sono evolute in svariate direzioni. Inizialmente io, come tanti altri fotografi, disdegnavo il digitale, ma poi, appena l’ho provato, non ho potuto farne a meno. I primi colleghi che passarono al digitale lo fecero per non dover più comprare pellicole e per poter inviare in tempo reale le loro foto in tutto il mondo. Ma non lo amavano. Inizialmente, il feeling che questi attrezzi trasmettevano era lo stesso di un elettrodomestico. Quando maneggiavo la Rolleiflex di mia madre godevo come quando guidavo una Harley-Davidson, mentre se prendevo in mano una fotocamera digitale sembrava di andare in scooter. Poi, questi colleghi mi dissero una cosa che mi parve assurda: mentre con la pellicola ci si doveva limitare a far sviluppare le diapositive, col digitale era caldamente raccomandato scaricare le immagini nel computer per poi lavorarle e migliorarle con un programma chiamato Photoshop. Trovai la cosa assurda e deprimente, anche perché io non avevo dimestichezza con i computer.

 

Sto raccontando queste cose in prima persona, ma era l'approccio di tantissimi fotografi dell'epoca, compresi i motociclisti. All'epoca collaboravo per due riviste di fotografia e provai parecchie digitali: non mi piacevano. Non mi tentavano. Ma poi migliorarono tantissimo. Alla fine, nel 2004, cedetti. Per curiosità, comprai una piccola compatta Canon che andava decisamente meglio rispetto alle antenate di quattro anni prima. Era molto più veloce ad accendersi e a scattare, faceva fuori le pile dopo 400 scatti e le schede di memoria erano diventate popolari. Una da 2.000 Mp (2 giga) costava poco e ti faceva fare più di 1.000 foto. A quel punto, presaci la mano, non riuscii più a farne a meno. La cosa bellissima era poter controllare subito se l'immagine era venuta. Con la pellicola, tu non eri sicuro del risultato finché la foto non veniva sviluppata ed era quasi sempre troppo tardi per tornare a rifarla. Poi potevi fare ogni foto agli Iso che volevi, mentre con la pellicola eri obbligato a usare gli stessi Iso per ogni rullino. Però va detto che, con le compatte, questo vantaggio di fatto non lo si poteva sfruttare. A 200 Iso, il rumore di fondo (che prende l'aspetto di una grana molto brutta) era eccessivo, rovinava tutte le foto.

 

 

RIVOLUZIONE SOCIALE

UNA  RIVOLUZIONE SOCIALE

Il digitale era una cosa totalmente nuova ed è per questo che, all'inizio, la gente era scettica. Ma poi, quando ha preso, è esploso. Me ne sono accorto perché io, quando facevo i giri in fuoristrada con la moto da enduro, ero sempre l'unico a scattare foto. Che avessi le reflex o la compatta Contax, ero l'unico. Dopodiché, a gita finita, organizzavo la classica serata pizza-proiezione di diapositive. Mentre, a partire dal 2005, mi resi conto che tutti giravano con una compatta digitale nel taschino, pagata 200-300 euro. La sera si tornava a casa e si inviavano le foto via posta elettronica. La novità è stata totale! Il digitale ha provocato il crollo delle serate pizza-diapo, che per molti erano una purga mortale. Questa cosa di mostrare le foto agli amici via e-mail è stata una vera rivoluzione sociale, ma anche asociale... 

 

 

LE REFLEX DIGITALI

LE REFLEX DIGITALI

Una volta presa la mano con la mia compatta da 300 euro, non stavo più nella pelle e volevo digitalizzarmi al 100%. Non ce la facevo più a usare le reflex a pellicola, tanto più che quelle digitali erano diventate maneggevoli e non troppo care (erano scese sotto i 2.000 euro). Ma passare dal sistema a pellicola a quello digitale fu un bagno di sangue. Chiunque lo fece, come me (io ci arrivai nel 2005, in ritardo su tutti i colleghi, ma in anticipo rispetto alle pressioni della Casa editrice che, fino a quel momento, accettava ancora le foto a pellicola), scoprì che, oltre alla spesa per i due corpi, c'era anche quella per le ottiche: i grandangolari per la pellicola, infatti, non erano più tali perché dai 36x24 mm del formato Leica si era passati al 24x16 mm del formato APS-C delle reflex digitali, per cui un 14 mm inquadrava come un 21 mm sul formato Leica, un 20 mm diventava un 30 mm, ecc. Si dovevano, perciò, acquistare i nuovi grandangolari realizzati esplicitamente per il formato APS-C, come il 10-24 mm (che equivaleva a un 15-36 mm). Per i teleobiettivi sembrava che la cosa andasse meglio: il 200 mm diventava un 300 mm! Ma, dato che i sensori digitali lavorano bene solo con raggi perpendicolari, i vecchi tele per la pellicola (con i raggi che arrivano inclinati) diventavano dei cessi, come nel caso del mio antiquato Canon 80-200 mm f/2.8 che non produceva più le nitidissime immagini che amavo tanto. Dovetti cambiare pure quello... E lo stesso successe col flash, che sul digitale non funzionava. Insomma, per molti passare dalla pellicola al digitale comportò ripartire da zero.

Ma era un bagno di sangue che andava fatto. Oggi non conosco più nessuno che usi la pellicola. Le reflex hanno avuto un'evoluzione spaventosa, sono relativamente poco costose e hanno prestazioni impressionanti. 

 

 

IL TARLO SI INSINUA

IL TARLO SI INSINUA

Come dicevo all'inizio, molti amici hanno comprato una reflex digitale, negli ultimi anni. Inizialmente erano presi dall'acquisto, poi hanno smesso di portarsele in moto, a parte poche eccezioni. Ma, se usano la compatta, non sono contenti come quando scattano con la reflex, perché con queste ultime le immagini sono più belle. Questo per via delle diverse dimensioni del sensore.

 

Ai tempi della pellicola, c'era una legge chiara per tutti: più il negativo era grande, più grandi potevi fare le stampe senza perdere in dettaglio. Tutte le compatte e tutte le reflex adatte alle foto in azione usavano il cosiddetto formato Leica, il cui fotogramma era da 36x24 mm. Ma c'erano anche reflex da studio o da paesaggio, che usavano il cosiddetto medio formato 60x45, il 60x60, il 60x70, il 60x90 mm. Negativi molto grandi, per immagini bellissime, anche se erano attrezzi poco pratici da portare in giro. Le compatte avevano lo stesso formato delle reflex usate dai professionisti delle riviste di moto: a fare la differenza erano la luminosità delle ottiche, il numero delle lenti, il numero di scatti al secondo, la precisione dell'autofocus. Col digitale, la cosa s'è complicata. Le compatte non hanno il sensore grosso quanto quello delle reflex. Sono piccoli come unghie. Ma questo non impedisce di fare stampe di grandi dimensioni: dipende da quanti pixel ci sono nel sensore. Sono loro che ti permettono di stampare in grande. Se fai i pixel piccolissimi, ce ne stanno di più. La mia prima compatta digitale aveva 4 Mp e se le mie foto venivano stampate su una doppia pagina di Motociclismo la resa non era buona. Oltre un certo ingrandimento, infatti, i contorni iniziavano a diventare seghettati, perché si iniziava a vedere la forma quadrata dei pixel. Con la mia reflex Eos 20D, che aveva 8 Mp, le doppie venivano benissimo. Oggi, le compatte hanno sempre sensori piccolissimi, ma contengono tranquillamente 12 Mp, 16 Mp, persino 20 Mp. Ci si possono fare ingrandimenti enormi, più grandi di quelli permessi dalla Eos 20D. Ma allora perché le reflex hanno sensori più grandi? Perché anche le dimensioni del pixel sono importanti. C'è del paradosso in tutto questo: più pixel hai e più ingrandimenti puoi fare, ma più il pixel è piccolo e meno la foto viene bella. Guadagni in possibilità di ingrandire prima di perdere dettaglio, ma perdi in altre cose. Innanzitutto, il famigerato rumore di fondo aumenta al diminuire della dimensione del pixel. A 100 Iso, la resa è uguale per tutte. A 800, no. A 3.200, con le compatte è difficile non buttare via le foto!

 

Poi, a parità di numero di pixel, più il sensore è grande e più la foto darà la sensazione della tridimensionalità, perché, a parità di ottica, diminuisce la profondità di campo, ovvero la capacità di avere oggetti a fuoco davanti e dietro ciò che è stato messo a fuoco. Avere tutto a fuoco sembrerebbe un pregio, ma rende l'immagine piatta. Sembrano concetti sofisticati, ma saltano davanti agli occhi se si scatta la stessa foto con una compatta o con una reflex. Nel 2009 attraversai tutta la Sardegna, da sud a nord, in fuoristrada, con una monocilindrica e coi bagagli ridotti all'osso: tenda piccola, pochi vestiti e niente reflex. Avevo una compatta Canon da 12 Mp, con focali che andavano dal 24 al 200 mm se paragonate al formato Leica. La risoluzione mi permetteva di pubblicare le immagini su Motociclismo FUORIstrada anche sulla doppia pagina. La fotocamera stava nella tasca sul petto, la estraevo in mezzo secondo. Credevo di essere felice. Il mio compagno di viaggio aveva, invece, una reflex digitale Canon, che usava con molta lentezza, prima togliendo lo zaino, poi aprendolo, quindi montando l'ottica sul corpo macchina. Aspettarlo era una rottura di palle. Stessa marca della mia, focali equivalenti dal 16 al 400 mm. Io tornai a casa, visionai le mie immagini sullo schermo del computer e ne fui contento. Poi guardai le foto del mio compagno e ci rimasi male. Sapevo benissimo che la reflex era superiore, avevo già fatto spesso questo tipo di confronto. Ma, in questa occasione, ci furono tantissime foto identiche, nel senso che scattavamo uno accanto all'altro, allo stesso soggetto, con le stesse condizioni di luce e, spesso, con le stesse focali. La differenza era abissale. Le mie immagini erano buone e pubblicabili, ma le sue erano nettamente più tridimensionali. Ecco, questo è il tipo di disagio di cui soffrono molti motociclisti: si rendono conto che le immagini ottenute con le reflex sono superiori a quelle delle compatte o dei cellulari, ma non sopportano il peso, l'ingombro e il trick track del cambio ottiche delle reflex. Non nascondo che ho passato anni a sognare un sistema reflex digitale grande quanto il vecchio Olympus OM con ottiche Zuiko.

 

 

CORPI PICCOLI, SENSORI GRANDI

CORPI PICCOLI, SENSORI GRANDI

La soluzione era quella di miniaturizzare le fotocamere con sensore APS-C. La prima a provarci è stata Olympus, proprio lei, che con la E-300 del 2004 ha presentato una reflex con mirino di tipo Porro, che non sporgeva dal corpo: era stato possibile montarlo usando uno specchio che si muoveva lateralmente. La fotocamera era, in effetti, la più piccola tra le reflex digitali, ma tra dimensioni sue e delle ottiche era comunque molto più grande di una compatta, non c’era neanche da fare il paragone! Allora c'è chi ha presentato delle compatte, quindi con ottica fissa e non intercambiabile, ma con sensore APS-C, come la Sigma DP-1 del 2006. In pratica, la tieni in tasca come una compatta, ma le foto sono da reflex. Questo filone è stato ripreso da Leica, Fuji, Sony e Nikon, ma è rimasto di nicchia per quel discorso che dicevamo all'inizio: pochi sopportano il fatto di fare tutte le foto di un viaggio con una sola focale.

 

La rivoluzione è arrivata nel 2008, quando Panasonic ha presentato quella che sembrava una reflex ma che, di fatto, essendo priva di specchio, non lo era. Togliere lo specchio fa sì che la fotocamera divenga molto più piccola, inoltre anche le ottiche diventano più corte e strette. Era la prima mirrorless, un nuovo filone che tenta di mediare tra le dimensioni mini delle compatte e la qualità delle immagini ottenibili con le reflex, delle quali hanno anche la versatilità, dato che le ottiche sono intercambiabili. Dopo Panasonic, hanno preso quella via Olympus, Sony, Samsung, Pentax, Fuji, Ricoh, Nikon e Canon, ciascuno con una propria ricetta. Olympus è stata la prima a eliminare il mirino, cosa che ha ridotto ancora di più le dimensioni: accoppiata a uno zoom retrattile, la mirrorless è esattamente ciò che molti motociclisti sognavano da anni, la compatta tascabile con la qualità di una reflex. Canon è arrivata tardissimo e con poca offerta (un corpo e due ottiche), segno che non è convinta della cosa, tanto che, ultimamente, ha presentato una reflex vera e propria, ma piccolissima, la Eos 100D. I fotografi, di fronte alle mirrorless, sono divisi. In Usa e Giappone sono molto amate. In Italia ci sono più scettici che entusiasti. Molti non le trovano così piccole da sostituirsi alle compatte e trovano più prestigioso avere una reflex al collo (anche se poi la lasciano a casa). Altri, come il sottoscritto, sono entusiasti. Io ci vedo la risposta al mio desiderio di avere un sistema come l'Olympus OM, con corpi e ottiche piccolissimi. Oltretutto, la stessa Olympus ha in catalogo una mirrorless ispirata direttamente alle vecchie OM a pellicola: la OM-D (che è più plasticosa di quelle, ma fa ben 9 scatti al secondo ed è anche dotata di guarnizioni per poter essere utilizzata quando piove). Ho comprato una Sony Nex e ogni tanto, mentre la uso per lavoro, ricevo commenti scettici: pensano che io stia facendo un servizio professionale con una compatta. Invece, la qualità delle immagini che ottengo è a livello della mia attuale Canon Eos 40D, che però è nettamente superiore in termini di tenuta alla pioggia e alla polvere (elemento di valutazione importantissimo: molte volte non si può rimandare il servizio, se piove devi fare le foto lo stesso, devi arrivare ad amare la pioggia per potercela fare e le fotocamere non devono piantarti in asso).

 

Le mirrorless hanno molti limiti, alcuni dei quali dovuti al fatto di essere ancora troppo nuove. Quelle prive di mirino permettono di inquadrare solamente col display posteriore: e inquadrare in pieno sole non è facile come con il mirino. L'assenza dello specchio fa sì che, al posto del sistema a rilevamento di fase, venga usato quello a rilevamento di contrasto, che lavora male quando deve “agganciare” un soggetto in movimento, oppure quando la luce è scarsa. Le mirrorless di ultima generazione, però, hanno un sistema a fase inserito direttamente nel sensore, che dovrebbe rendere tali fotocamere precise quanto le reflex. Uso il condizionale, perché ancora devo provarne qualcuna. Per me, le mirrorless sono il migliore compromesso tra qualità, versatilità e ingombro. Ma l'effetto “foto di cui si è contenti finché non vedi i risultati ottenuti con sistemi migliori” si sta verificando anche con le mirrorless e, in generale, con le reflex APS-C. Perché le reflex full frame, cioè con sensore da 36x24 mm, stanno iniziando a diffondersi: e la loro qualità delle immagini è superiore a quella delle APS-C in termini di rumore di fondo agli alti Iso, incisione, estensione tonale e gamma dinamica. Il giorno in cui farò la traversata della Sardegna insieme a un amico con la full frame sarà un'altra occasione di crisi?

 

 

 

QUALI FOTOCAMERE PER ANDARE IN GIRO IN MOTO?

QUALI FOTOCAMERE PER ANDARE IN GIRO IN MOTO?

Concludendo: qual è il migliore sistema fotografico per il mototurista che scatta immagini per puro piacere? La risposta sarebbe “tutti”, perché è possibile andare in giro anche con grosse reflex e diversi obiettivi. Ma, come già detto, statisticamente chi ha una reflex tende a lasciarla a casa, perché la trova troppo grossa. Allora, ecco una serie di filoni fotografici che non ingombrano troppo. La terminologia inglese dilaga!

  • ROUGH: sono delle compatte tascabili progettate per resistere a una vita di stenti. Impermeabili, resistenti alle bufere di sabbia e di neve, possono cadere da quasi due metri di altezza, o venire calpestate, senza danneggiarsi. Quasi ogni Casa la produce, ma sono tutte uguali, nel senso che hanno sensori piccoli e funzioni solo automatiche, pertanto frustrano il fotografo ambizioso. Come ottiche, le più frequenti sono le equivalenti al 28-140 mm del vecchio formato Leica. Sarebbe bello avere una rough “impegnata”, ma ancora non esiste. Vanno bene come fotocamere di emergenza per situazioni estreme. Il loro utilizzo ideale? Alla Dakar. La tieni in tasca, non dà alcun fastidio, resiste alle condizioni durissime di quella corsa e la usi nei rari momenti di pausa durante i trasferimenti. Pare che persino Cyril Despres, cinque volte vincitore della Dakar, affronti tutte le tappe con una compatta in tasca!
  • TRAVEL: compatte tascabili dotate di zoom estremamente ampio, tipo 24-500 mm (sempre se paragonato al formato Leica). Impagabile la loro comodità: passi dal grandangolo al tele potente con un cosino che sta sempre in tasca. Ovviamente, non si può pretendere che la qualità delle foto sia paragonabile a quella delle reflex, ma di base non sono comunque  da buttare via. L’importante è che con voi non ci sia un amico con la reflex!
  • BRIDGE: le chiamano così perché fanno da ponte tra le compatte e le reflex. Hanno i sensori piccoli delle compatte, ma corpi che, esteticamente, ricordano le reflex (con mirino elettronico) e zoom dalla latitudine allucinante: ad esempio, la Canon SH50 HS ha l’equivalente di un 24-1200 mm! Mentre la Panasonic DMC-FZ200 ha l’equivalente di un 24-600 mm con apertura costante f/2.8 (nel formato delle reflex, un 600 mm f/2.8 sarebbe immenso e carissimo) e fa ben 12 scatti al secondo. Un sogno? Eh, in realtà un compromesso. Queste fotocamere non sono tascabili, quindi vanno messe dentro un marsupio di dimensioni contenute (che non dà alcun fastidio guidando). Ma sono un estremo compromesso: ai difetti del sensore piccolo si aggiungono quelli di un’ottica che tenta di essere sia grandangolare sia tele potentissimo e che, quindi, non può offrire una grande qualità. Inoltre, nonostante la presenza degli stabilizzatori, mantenere la mano ferma e inquadrare con precisione con un tele così potente è assai difficile.
  • ENTHUSIAST: fotocamere compatte studiate per offrire il massimo della qualità pur in presenza di sensori piccoli. Intanto, tali sensori sono leggermente più grandi; poi vengono usate ottiche di pregio, guarda caso con poca estensione tra grandangolare e teleobiettivo (es. 24-90 mm), proprio per mantenere una qualità il più elevata possibile. Hanno tutte le funzioni manuali che si trovano sulle reflex, oltre a quelle automatiche. Non sono competitive con queste ultime in termini di tridimensionalità e rumore di fondo agli alti Iso, ma sono già a un ottimo livello.
  • ENTHUSIAST CON SENSORE GRANDE: stesso concetto, ma con sensore APS-C (o addirittura full frame, come nel caso della Sony RX-1). Stessa qualità ottica delle reflex, ma stanno in tasca: in cambio, ti chiedono di adattarti a usare una sola focale (tra i 28 e i 40 mm equivalenti). Solo due di loro usano lo zoom: la Canon G1 X (28-112 mm) e la Sony RX100 (25-100 mm), ma al prezzo di due sensori più piccoli dell’APS-C (24x16 mm): la G1 X usa un 19x14 mm e la Sony RX100 un 13x9 mm.
  • MIRRORLESS: si possono definire come delle reflex-non reflex (perché hanno perso lo specchio), o come delle compatte con sensore APS-C e ottiche intercambiabili. Diverse Case le producono, ci sono anche modelli di alta gamma ma, secondo noi, hanno senso solo se raggiungono dimensioni minime nella somma corpo + obiettivo. Ad esempio, quando Sony ha presentato la Nex5 il corpo era davvero minuscolo (pesava poco più di due etti), ma il 18-200 mm era grande quanto quello di una reflex: che senso ha? Almeno, adesso ha presentato un 16-50 mm retrattile che rende la fotocamera grande come una compatta. Pentax ha presentato una mirrorless con lo stesso innesto ottiche delle reflex: se sei un “pentaxiano” risparmi sulle ottiche, ma questo comporta pesi e dimensioni non troppo lontani dalle reflex. Nikon ha un sistema veramente piccolo e maneggevole, ma con sensore da 13x9 mm al posto del 24x16 mm delle sue reflex. E, difatti, le prestazioni agli alti Iso delle sue mirrorless lasciano a desiderare. Olympus usa un sensore più piccolo dell’APS-C (17x13 mm) ma tra lei e Panasonic, che ha lo stesso innesto, c’è una notevole scelta di ottiche piccolissime e anche molto luminose. Per me, il sistema migliore per andare in moto è il mirrorless, ma è ancora acerbo: vorrei più ottiche dedicate e corpi tropicalizzati. Se poi avessero pure il sensore full frame...
  • REFLEX PICCOLE CON ZOOM TUTTOFARE: lo zoom tuttofare è il classico 18-200 mm (che sulle reflex APS-C equivale al 28-300 mm del vecchio formato Leica), col quale si possono ottenere inquadrature diversissime senza cambiare ottica. Ci sono fotocamere dalle dimensioni relativente contenute, come la Pentax K30, che sono a prova di pioggia. Visto che le mirrorless hanno sdoganato lo zoom retrattile (ne esistono già sei, di quattro Case diverse), viene da pensare che una reflex minuscola come la Canon Eos 100D con un 18-200 mm retrattile (che attualmente non esiste) potrebbe competere con le mirrorless, a livello dimensioni. E stare in un piccolo marsupio. Allora sarà proprio difficile avere voglia di lasciare a casa la reflex!

 

 

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