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10 foto per 10 storie (parte 2)

I vecchi scatti ci riportano alla mente ognuno una storia. Alcune meritano di essere raccontate. Ecco la seconda metà delle dieci che ho selezionato frugando nel mio archivio

10 foto per 10 storie (parte 2)

Continuiamo con la carrellata dei ricordi. Dopo la prima parte, in cui avevo parlato di velocità, panico e… Ape, ora tocca a sabbia, gomme bucate e motel.

 

Di traverso e a spinta (foto 6)

Quel giorno, mi sono divertito un sacco. Almeno fino ad una certa ora. Insomma, abbiamo tra le mani la Yamaha Vmax e la Triumph Rocket III, e l’unica cosa che dobbiamo fare è trovare un posto adeguato e fare qualche foto il più possibile spettacolare. Un programma niente male. Decidiamo di puntare verso Consonno, un posto abbandonato in provincia di Lecco, molto pittoresco. All’epoca non era ancora inaccessibile, oggi è tutto transennato e non si può raggiungere. Ad ogni modo, trovarlo non è facile, oggi come ieri. Di fatti, girovaghiamo per un po’ in mezzo ai boschi. Cartelli mica tanti, anzi, nessuno. Alla fine lo troviamo. È perfetto, per quello che abbiamo in mente. Atmosfera post-nuclerare. Cielo cupo. Strutture arrugginite. E un bel piazzale dove scatenare i 200 CV della Yamaha e i 23 kgm della Triumph. Io e il mio compagno di trasferta iniziamo a sondare il terreno. E scopriamo di riuscire a fare dei bei traversi in accelerazione: col freddo che fa (è pieno inverno), le gomme non attaccano più di tanto. Per la nostra gioia e per quella del fotografo, che ci sprona. Dai! Un’altra! Ancora! Bellissima, vai così! Aspetta, ne faccio una dall’interno! Ora dall’esterno! Ora da davanti! Ora da dietro! Noi non ci annoiamo di certo e, anzi, ci mettiamo del nostro. Aspetta, te la rifaccio, questa non è venuta bene! Un’altra, la faccio meglio! Ridendo e… intraversando, si fa sera. O meglio, alle quattro di pomeriggio la luce inizia a farsi scarsa. Il nostro fotografo è soddisfatto, e dopo averci salutati,  inforca il suo scooter e se ne va. Noi rimaniamo ancora qualche minuto. Non capita spesso di trovare un posto così perfetto per fare le tamarrate. Ecco il fatidico momento. Il mio socio se ne esce con: faccio l’ultimo traverso e andiamo. Ok! Rispondo. WHAAAAAAA… No, non è caduto. Ma dopo un attimo vediamo la Triumph accucciarsi all’indietro, accompagnata da un pfffffffff appena percettibile. Gomma bucata. Ci guardiamo. E ora che cavolo facciamo? Nel frattempo si è fatto buio. Riprendiamo la via del rientro al minimo, in prima, con la Rocket che scarta, scivola ed è pressoché inguidabile. Al primo bivio non abbiamo idea di dove andare. Prendiamo una direzione a caso. E così al secondo. Siamo in mezzo a un bosco scuro e silenzioso, che pare infinito a 6 km/h. È sorprendente come il buio ti faccia sentire sperduto anche a se ti trovi a pochi km da una metropoli. Dopo un’oretta ci fermiamo, definitivamente persi. Decidiamo di tornare indietro. Dobbiamo raggiungere un paese e un gommista prima che chiuda, altrimenti siamo fregati. Chissà come, dopo due ore di strazio in mezzo agli alberi, intravediamo delle luci. E, incredibile a dirsi, sono quelle di un gommista. È ancora aperto. Sono le 19.20. Un’ora e mezza dopo, siamo a casa.

 

O cado, o ti centro (foto 7)

La pista di Alés non l’avevamo mai vista. Si trova a 3-400 km dal confine italiano, in Francia, un po’ spostata nell’entroterra. Decidiamo di dedicarle un articolo, e già che ci siamo, cogliamo l’occasione per provare anche una moto da corsa su base Suzuki SV 650. Partiamo alla sua volta in tre: io, fotografo e un secondo tester (un mio caro amico). Il viaggio è una mazzata, 800 km di furgone, ma per sera siamo arrivati. Una bella dormita, e il mattino dopo siamo in pista. Ci dedichiamo ognuno al proprio lavoro: chi si informa sulla struttura, chi inizia a raccogliere immagini delle curve, chi prende le misure alla moto. Durante il giorno io e il mio socio (che guida una Triumph Daytona) giriamo “a distanza”, per non rovinare le foto. A pomeriggio inoltrato, con entrambi i servizi realizzati, facciamo anche qualche giro insieme. Ovviamente scatta la sfida. Ci studiamo. Ci innervosiamo. Io mi sento pronto per il sorpasso. Mi piazzo all’interno. Mi preparo per la staccatona. Vedo accendersi lo stop della Triumph, attendo un istante e strizzo la leva destra. Che va a vuoto! Sono rimasto senza freni! Sto filando dritto verso il mio inconsapevole socio, che ha inclinato la moto per inserirsi. Mi preparo all’impatto. È a cinque… tre… un metro. Trattengo il fiato, irrigidisco le braccia. Lo sfioro! L’ho sfiorato! Incredibile. Solo che ora sto entrando nella via di fuga a velocità warp. Salto nel ghiaione come fossi su un hovercraft, sorvolando la superficie. Poi le ruote cominciano a scavare e la moto a rallentare. Mi fermo a un paio di metri dalle gomme, con la ghiaia che arriva ai mozzi delle ruote. Scendo, guardo verso l’avantreno. Manca una pinza! Alla faccia, ecco perché non frenava. Giro intorno alla moto. La gomma posteriore mi colpisce. È ricoperta d’olio! Olio che arriva dal motore, a giudicare dalle tracce su monoammortizzatore e forcellone. Possibile che nello stesso istante si sia staccata una pinza e il bicilindrico abbia iniziato a sputazzare lubrificante? Per forza, altrimenti sarei volato alla curva precedente. Che era un veloce “destra” da 130-140 all’ora. Sai che c’è? È andata bene così.

 

Io qui non ci dormo (foto 8)

La prima volta che ho scoperto le Alpi francesi, è stato per un servizio su tre moto sportive turistiche. Non conoscendo la zona, avevo pianificato l’itinerario in maniera leggermente imprecisa - più verosimilmente, avevo cannato completamente qualunque tipo di valutazione su distanze e orari. Forse la causa principale era il furgone che avevo al seguito, guidato dal fotografo, che sulle stradine di montagna, per forza di cose, era lento da morire. Oltre che difficilissimo da parcheggiare, e così ogni volta che volevamo fare uno scatto bisognava trovare un posto per lasciarlo, tornare fino al punto designato e via. Totale, ci troviamo ad attaccare il versante nord del Col de la Bonette a pomeriggio inoltrato (fate caso a quanto è lunga l’ombra della moto in foto. Il colle lo si intravede sullo sfondo, brullo e scuro). In teoria avremmo dovuto dormire a Nizza, che in moto dista due-tre ore. Ma nelle nostre condizioni, dovendo anche portare a casa il servizio, era lontana come un miraggio. Incoscientemente, continuiamo a fare foto e a prendercela comoda, convinti di trovare un albergo lungo la strada, prima di Nizza. Al tramonto siamo in cima alla montagna, e ci godiamo uno spettacolo memorabile. Che nel giro di poco diventa un lontano ricordo, sostituito da un’odissea di tornanti, affrontati a passo di lumaca. A sera inoltrata arriviamo a Saint-Ètienne-de-Tinée. Sembra una città fantasma. È tutto buio, e di alberghi neanche l’ombra. Oltretutto iniziamo a essere nervosi, io ho freddo e non ne posso più di andare a 20-30 all’ora, il fotografo si è già fatto un migliaio di curve col furgone e non ne vuole più sapere. Ma siamo costretti a continuare. Ore dopo, verso le tre del mattino, incontriamo un motel. L’aspetto esteriore è pessimo. Ma le nostre facce sono ancora peggio. Abbiamo bisogno di dormire, siamo in giro dalle 7 del mattino precedente. Chiediamo una stanza, la cui chiave ci viene consegnata dal tizio alla guardiola-reception con’espressione tipo: buon divertimento, bricconcelli. Siamo troppo stanchi per intuire che tipo di posto sia. La camera è un osceno buco di cemento che versa in uno stato pietoso, in qualche modo celato dalla scarsa illuminazione. Ci sediamo sui letti. Guardiamo i cuscini. Capelli. Peli. Macchie. Senza una parola, usciamo dalla camera e ci rimettiamo in marcia. Alle 4 arriviamo al nostro albergo a Nizza.

 

La sabbia mi fa un baffo (foto 9)

La prima volta che sono stato in Africa è stato in occasione di un giro organizzato da Yamaha per farci provare la Ténéré 660. Si partiva da Milano, ci si trovava a Genova, si traghettava fino a Tunisi e da lì si procedeva verso sud, toccando alcune tra le più famose e accessibili mete della Tunisia: Matmata, Douz, Tozeur, Nefta, Ksar Ghilane, il chott El-Jerid. Il direttore aveva deciso di mandare me non perché fossi esperto di moto da fuoristrada, tutt’altro, ma proprio per il motivo opposto: il giro si sarebbe svolto perlopiù su strade asfaltate e piste di terra battuta, che avrei potuto affrontare facilmente. Infatti procede tutto per il meglio. I giorni scorrono meravigliosi e ricchi di ricordi memorabili. Fino al momento in cui, nel bel mezzo del niente, la nostra guida accosta l’Unimog a bordo strada e se ne esce con la seguente proposta: vi va di andare a vedere il set di guerre stellari? C’è una pista che parte qua vicino, e di solito è battuta. Io penso: devo dirgli di no. Non sono in grado. Infatti, con decisione, rispondo: certo! Poco dopo ci infiliamo in questa pista. All’inizio, in effetti, è battuta e bellissima: serpeggia in mezzo al deserto perdendosi in lontanza. Dopo poco, però, inizia a esser interrotta da lingue di sabbia, prima non molto estese, poi lunghe diverse decine di metri. L’Unimog le supera senza neanche accorgersene. Io mi fermo e le guardo dubbioso. Non sembrano pericolose. Probabilmente, se vado piano, le posso superare senza problemi. Prendo la prima a 20 all’ora. Sento la ruota anteriore affondare, lo sterzo mi si gira tra le mani e mi ritrovo sdraiato a faccia in giù nella sabbia. Ma che cazz… Con un bello sforzo sollevo la Ténéré, ci risalgo e provo a ripartire. Pianissimo. La ruota anteriore continua a scavare profondi solchi nella sabbia e a muoversi in modo completamente scoordinato rispetto alla direzione della moto, rischiando di farmi cadere ad ogni centimetro. Dopo 7 metri, sono di nuovo per terra. Per fortuna il camion si è accorto della mia assenza ed è tornato indietro. La guida mi chiede se è tutto ok, io rispondo che non ho idea di come guidare sulla sabbia. Lui sgrana gli occhi. Avremo almeno una ventina di chilometri così, per arrivare, mi dice. E non possiamo metterci tanto, perché dobbiamo avere luce al ritorno. Mi sento male. Sono quasi tentato di chiedergli di tornare indietro. Ma lui cerca di farmi coraggio. Guarda che è semplice, mi dice: devi dare gas, tenere tutto il peso indietro e lasciare galleggiare la ruota anteriore sulla sabbia! Se chiudi il gas sei fregato!

… eh, vabbè. Detto così è facile ma farlo… Ci provo. Sollevo la moto, ci risalgo parto, accelero al massimo e mi butto tutto all’indietro. Effettivamente, con la prima al limitatore, la mia bella gommina anteriore non affonda e riesce a indirizzare la moto. Figo! Supero la prima lingua. Arrivo baldanzoso a quella successiva. Rallento, mi butto indietro, e ci salto sopra con la prima al limitatore. RA-TA-TA-TA-TA-TA-TA-TA. Via anche la seconda lingua. L’Unimog mi affianca, al lato della pista, e intravedo la guida che mi incita. Mi sento Meoni. Per la miseria, come vado. Che padronanza. Che stile. Che pilotSBRADABAM! Faccia in giù. Sabbia in bocca. Un po’ troppa sicurezza, forse. Ma ormai ho capito l’antifona. Non mi ferma più nulla (che non sia più impegnativo di 15 centimetri di sabbia molle, intendo). Qualche tempo dopo arriviamo al set. Scendo dalla moto con fare eroico. Mi tolgo il casco. Mi asciugo il sudore dalla fronte. Chiedo acqua. Guardo la moto con occhi esperti. Tutto intorno, è bellissimo. Ripartiamo dopo poco. Sulla via del ritorno, il sole si nasconde dietro le dune, colorando la sabbia con una tinta di indescrivibile calore. In quel momento, capisco perché ci si innamora del deserto.

 

Dimmi il nome e ti dirò chi sei (foto 10)

Esclusiva: Moto Morini ci faceva provare in anteprima mondiale una moto ancora in fase prototipale, che sarebbe diventata un modello in produzione di lì a qualche tempo. Si trattava di una bella motardona sulla base della Granpasso, con una ciclistica orientata all’uso stradale. Quando la vediamo per la prima volta, siamo davanti agli storici stabilimenti della Casa a Casalecchio di Reno. Preceduta dallo scoppiettante rumore del suo grosso bicilindrico, esce da una saracinesca guidata dal responsabile del progetto, col quale ci soffermiamo a chiacchierare della moto, delle caratteristiche, delle tempistiche. Ci dice subito una cosa curiosa: la moto è quasi definitiva tranne che per il nome, che non è ancora stato deciso. Ancora qualche bla bla bla e, di lì a poco, iniziamo il nostro giro sulle belle strade ricche di curve dell’appennino bolognese. La moto mi piace un sacco. È precisa, potente, gustosa. Davvero bella, per andare a caccia di pieghe. Muscolosa, ben frenata, con un bell’assetto. La guido per un centinaio di chilometri, dopodiché torno in azienda tutto bello soddisfatto. Gli faccio i complimenti per la moto, loro ringraziano, sorridono, e continuo dicendo che dalle mie parti, nel milanese, una moto così la definiamo un gran ferro. Gran ferro? mi chiedono. Sì. Un gran bel ferro. Qualche secondo di silenzio, poi ci salutiamo e mi metto in macchina per tornare in redazione. Il giorno dopo il mio direttore, tutto carico, mi chiede com’è andata la questione del nome. Cado dalle nuvole. Cosa intendi? gli dico. Ma sì, dai, il nome! Mi hanno detto che sei stato tu a suggerirglielo! La chiameranno Granferro! L’avrebbero chiamata così. Avrei avuto l’onore di aver battezzato una moto.

Peccato che quel modello non venne mai prodotto.

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