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10 foto per 10 storie (parte 1)

I vecchi scatti ci riportano alla mente ognuno una storia. Alcune meritano di essere raccontate. Ecco le prime cinque di dieci che ho selezionato frugando nel mio archivio.

10 foto per 10 storie (parte 1)

Mentre il periodo più brutto del mese corrisponde agli ultimi giorni disponibili per “lavorare” il giornale, ovvero terminare gli articoli, rileggerli, evitare le sfuriate del Direttore e via dicendo, quello più bello è la manciata di ore appena successiva alla “chiusura” del numero in lavorazione. Il relax sostituisce l’ansia, le vene pulsanti scompaiono dalle tempie del capo e i canini tornano a nascondersi all’interno della bocca, e ci si può permettere di cazzegg… di riordinare le idee per un attimo, giusto il tempo di riprendere il fiato prima di rituffarsi nel solito, complicato tentativo di fare tutto, fare tutto bene e fare tutto bene in tempo. Proprio in uno di questi momenti sono andato a curiosare in una cartella sul desktop che non aprivo da un po’, una cartella dal nome semplice: “foto mie”. Fino a qualche mese fa ci ficcavo dentro gli scatti migliori di ogni servizio, ora purtroppo ho perso l’abitudine. In un certo senso, meglio così. Se avessi continuato ad aprirla, difficilmente mi sarebbe venuto voglia di tornare a curiosarci.

Dentro c’erano centinaia di foto. Io di qui, io di là, io di su, io di giù. Ho aperto il programma per visualizzarle e ho iniziato a scorrerle. Per la maggior parte sono passate veloci. Un’occhiata, un sorriso e via con quella successiva. Altre le ho guardate a lungo. Troppo belli, i ricordi legati a quegli istanti congelati. E così, perché no? Ho deciso di raccontarveli (cliccate sui link per vedere le foto, che comunque trovate tutte anche qui).

 

Andavo a 300 all’ora (foto 1)

C’era da provare la Kawa ZZR1400, un missilone da 210 CV. Dico a Fede Aliverti che con quella moto vorrei andare in qualche posto in cui posso tirarla fino a 300 all’ora. Mi era venuto in mente di partire dalla redazione, fare un bel giro in Trentino Alto-Adige, raggiungere la Germania, e lanciarmi come una palla di cannone sulla prima autobahn senza limiti. Nell’articolo, avrei raccontato tutto questo. Ok, mi fa lui. Quindi, organizzo.

Qualche giorno dopo io e il fotografo ci incontriamo dalle parti di Verona, e iniziamo il nostro giro. Più ci avviciniamo al confine e più il freddo si fa intenso. Becchiamo pure una nevicata. Inizia a venirmi qualche dubbio sulla riuscita del servizio. Cacchio, e se in Germania c’è un metro di neve? A Vipiteno, dove ci fermiamo a dormire, la temperatura è sotto zero. Il mattino dopo, lo è ancora di più. Inizio a preoccuparmi seriamente. Già l’idea di spararmi a 300 non è che profumi di sicurezza. Farlo con l’asfalto congelato… Ma andiamo avanti.

Nel primo pomeriggio, la Germania ci appare come una enorme pianura srotolata ai piedi delle Alpi. Ai lati della strada c’è ancora neve, ma più scendiamo e più la temperatura si fa mite. L’autostrada in direzione Monaco inizia poco dopo un paesino, con un lungo, ampio curvone a tre corsie. C’è il sole. E c’è il cartello che indica la fine del limite di velocità. Decido di aumentare un po’ l’andatura, sperando che poi ci sia un rettilineo abbastanza lungo per raggiungere la velocità massima. Infilo la testa sotto il cupolino, guardo avanti e do gas. La Kawa accelera, accelera, accelera, poi smette di spingere. Ancora non vedo la fine del curvone. Cosa succede ora? mi chiedo preoccupato. Lancio un’occhiata alla strumentazione. Sono a 300, ed è intervenuto il limitatore elettronico di velocità. Completamente riparato dall’aria, su questo siluro che fila impassibile, come se fosse a 100 all’ora, li ho raggiunti in un attimo, i 300, senza nemmeno accorgermene. Missione compiuta (e qui c’è il video!).

Ed è stata decisamente più facile del previsto.

 

E il fotografo dov’è? (foto 2)

Avevo vinto una di quelle prove da brivido: sarei salito in sella alla Aprilia RSV4 SBK dell’allora campione del mondo Max Biaggi. Motociclismo era l’unica testata al Mondo invitata. Aprilia ci aveva ritagliato un po’ di spazio all’interno di una delle loro giornate di test. In redazione, mi metto subito all’opera. Chiamo uno dei nostri fotografi, esperto di foto in pista. “C’è da andare a Valencia, facciamo il servizio sulla RSV4 di Biaggi”. Non può, è impegnato. Ne chiamo un altro altrettanto bravo. Non può, è malato. Un altro. Non può. Non può nessuno! Mi viene in mente di chiedere ai colleghi di Fuoristrada, che mi consigliano un loro uomo molto bravo. Solo che non è esperto di scatti in pista. Amen, andrà bene lo stesso. Così, qualche giorno dopo, io e fotografo siamo a Valencia, nel box della squadra ufficiale di Noale. Lui mi chiede in quale curva posizionarsi, io gli rispondo vagamente, un po’ perché non conosco bene il tracciato, un po’ perché ho di fronte agli occhi una RSV4 da SBK e la cosa mi confonde non poco. Lo vedo allontanarsi in direzione della pista, e mi concentro sulle parole dei tecnici della squadra che mi spiegano il funzionamento dei mille pulsanti presenti sulla moto. Poco dopo, è il mio momento. Ho a disposizione due giri “cronometrati” più quello di lancio e di rientro. Nonostante l’adrenalina mi ritrovo a pensare: speriamo che le foto vengano bene. Esco, e per tutto il primo giro cerco di individuare il fotografo. Non lo vedo. Dove cavolo si è messo? Tempo 5 minuti dovrò rientrare al box, porca miseria! Secondo giro. Di lui neanche l’ombra. Forse è nascosto dietro qualche barriera, mi dico… Terzo giro, ancora nulla. Panico. Prova in esclusiva della Aprilia SBK senza foto. Mi immagino già il direttore armato di katana che mi fa a pezzi. Ma con la coda dell’occhio mi è parso di vedere qualcuno correre in mezzo ad una via di fuga… speriamo. Ultimo giro. Eccolo! Vedo l’obiettivo seguirmi in curva e penso: finalmente posso godermi la moto. Almeno per le 4 curve che mi rimangono. Più tardi mi incontro col fotografo. È tutto rosso in faccia, e lucido di sudore. “Cos’è successo?”, gli chiedo. Mi spiega di essere entrato in pista, e di aver accuratamente scelto un posto vicino ad una curva. Sentiva il rumore del motore, ma la moto non passava mai. A un certo punto ha realizzato con orrore: quello davanti a lui non era il circuito, ma la strada interna sulla quale si muovono gli addetti ai vari servizi! Per fortuna, ha fatto in tempo a correre verso la vera pista, e a scattare alcune foto. Disastro sfiorato!

 

Fuga dal campo (foto 3)

Io e fotografo siamo in giro per la periferia di Milano con una TM 125 2T da supermotard, alla ricerca di qualche ambientazione per il servizio. Visto che pieghe ne abbiamo già fatte a volontà, decidiamo di fare un paio di foto sullo sterrato, e così ci infiliamo nella prima stradina non asfaltata che troviamo. Raggiunto il posto che piace al mio uomo, ci mettiamo d’accordo sul da farsi: vedi dove c’è la cunetta? Ecco, vieni verso di me, ti scatto lì. Passa un po’ allegro. Ok, rispondo. Inizio a seguire questa solitaria stradina in cerca di uno slargo per fare inversione, ma è molto stretta e non riesco. Proseguo. Dopo qualche tempo, avrò fatto un km in mezzo alla campagna, la strada piega a 90° dietro un gruppo di alberi. Lì ci sarà spazio, mi dico. Faccio la curvetta bello allegro e…

… e mi trovo al centro di un campo di zingari. Una ventina di roulotte, bimbi, cani, uomini, donne, rifiuti di ogni genere. Porc… Sbaglierò, ma ho l’impressione che alcuni di loro mi guardino come se avessero una gran voglia di fare un giro con la mia moto, e non molta voglia di chiedermi il permesso. Faccio per andarmene. Mi si spegne la moto. Non ho l’avviamento elettrico. Cerco la folle. Un gruppetto di ragazzi mi urla qualcosa in una lingua che non conosco. Potrebbe significare “Hai bisogno una mano, babbuz?”, certo, ma anche “Mi sa che torni a piedi”. Con nessunissima voglia di scoprirlo, riesco a riaccendere la moto. Parto sgommando. Faccio la stradina a tutta birra, immaginando di essere inseguito da un camper guidato da Sébastien Loeb in versione gitana, e sulla cunetta decollo, quasi cappottandomi. Poco dopo mi raggiunge il fotografo. La foto è venuta bene, dice. Ma potevi andare anche più piano!

Poi gli spiego.

 

L’ape con l’ape (foto 4)

Non avevo mai guidato un Ape Piaggio. Ma non vedevo l’ora di farlo. Così, lo chiedo all’ufficio stampa della Casa di Pontedera. Inaspettatamente la risposta è positiva, e qualche giorno dopo il mio Ape è parcheggiato davanti al Centro Prove. È stupendo. Versione Cross, la più cattiva, con roll bar, radio e quant’altro. La sera stessa lo prendo per andarmene a casa. Ma sono talmente felice di averlo tra le mani che a casa non ci vado. Giro senza meta, godendomi la stranissima sensazione di essere al chiuso, con soli 50 cc a portarmi in giro. Cerco, senza successo, di superare i 40 km/h. Creo ingorghi nel traffico dell’ora di punta. Al semaforo guardo con aria di sfida i ragazzini col Booster. In due parole, sono felice. Ed ecco la Grande Idea. Vuoi vedere che i miei amici si sono incontrati per l’aperitivo? Li chiamo. Sono là. Arrivo! Dopo un lasso di tempo incredibilmente lungo (non avete idea di quanto vada PIANO l’Ape: ho capito perché in montagna sono tutti elaborati!) arrivo. Scorgo i miei amici. Come speravo, sono seduti all’aperto. Passo davanti a loro suonando il clacson, faccio la rotonda davanti al bar su due ruote, rischiando il cappottone, e infine, fiero come non mai, parcheggio il mio mezzo di fianco alle loro moto. I loro sguardi, posati alternatamente su di me e sull’Ape, mi riempiono d’orgoglio. È invidia, quella che leggo nei loro occhi. E infatti, puntuale, arriva la domanda: mi fai fare un giro, vero?

 

Per un pelo! (foto 5)

Nel 2010 abbiamo organizzato la comparativa delle supersportive ad Alcaniz, in Spagna, al Motorland Aragon. Avevamo fatto le cose in grande, come sempre. Pista opzionata in esclusiva per tre giorni, un’ottantina di persone coinvolte tra meccanici delle Case, gommisti, tester, fotografi e cameraman, e chi più ne ha più metta. Peccato che la fortuna si era girata dall’altre parte, in quei giorni. E su di noi aveva messo gli occhi la sua socia, quella che inizia con “sf” e finisce con “a”. In sostanza, nevica. Nevica, sì. È tutto pronto, box allestiti, moto sotto termocoperte, piloti intutati, meccanici coi cacciaviti in mano. Per niente. Il primo giorno lo passiamo così: guardandoci negli occhi, e poi guardando fuori dal box, verso il cielo. Che continua a scaricarci addosso bei fiocchi natalizi. Il giorno successivo, stessa scena. Lunghe ore a far nulla - a parte prendere freddo - confidando in una schiarita. Che non arriva. Il terzo e ultimo giorno le previsioni promettono cielo sereno, così all’alba ci facciamo trovare in pista per fare le foto “ambientate”, quelle con le moto schierate. È un’operazione lunga. Il problema è che molti di noi (per fortuna non il nostro tester di riferimento) non conoscono la pista, quindi dobbiamo iniziare a girare al più presto. Ce la facciamo. Un po’ al limite ma ce la facciamo. Abbiamo giusto il tempo di familiarizzare con la pista, fare le foto dinamiche e rilevare i tempi. Un istante prima di iniziare a girare, Fede Aliverti si raccomanda. “Ragazzi, abbiamo i secondi contati. Una sola caduta e siamo nei guai.” Nessun problema, penso tra me e me. Starò attento. Niente cavolate.

Entro in pista. Che meraviglia. Si sale, si scende, curvoni veloci, traiettorie difficili. A un certo punto mi trovo di fronte a un rettilineo colossale, lunghissimo, largo, assolato. Il tamarro che c’è in me prende il sopravvento: un colpo di gas e la KTM RC8 che guido punta il cielo con la ruota anteriore. Wow. Seconda. Terza. Spettac...

WHAM. Una ventata di vento improvvisa mi prende in pieno di lato, inclinando la moto in modo pericolosissimo. Chiudo il gas, ma nel momento in cui atterro la Kappa è tutta storta, col muso che guarda l’esterno della pista. Lo sterzo prende sotto, sento il fischio della gomma anteriore che striscia sull’asfalto. È un istante che dura un’ora. L’ho distrutta dopo 2,5 km, penso. Fede mi attaccherà con una corda alla Ducati e mi trascinerà per tutta la pista. Oppure mi fracasso e basta. Non so come, e ripeto, non ho idea di quale fortuito fenomeno fisico intervenga, l’anteriore riprende aderenza, sbalzandomi dalla sella. Atterro sul serbatoio a gambe aperte, ricevendo l’equivalente di un calcio alle parti basse. Mi si mozza il fiato. Ma sono in piedi.

E nessuno si è accorto di nulla.

 

(PRESTO LA SECONDA PARTE)

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