Ex Jugoslavia in moto, così vicina, così lontanissima...

Vergognosi per la nostra ignoranza in tema di guerre nella ex-Jugoslavia, nel 2001 e 2002 abbiamo fatto quattro viaggi in zona, per cercare di capire. Ma mica abbiamo capito tanto...

Ex jugoslavia in moto, così vicina, così lontanissima...

È venuto a trovarci Adnan Maglajilic, un bosniaco di 25 anni che di recente ha percorso, in cinque mesi, 25.000 km per toccare tutte le capitali europee (ha saltato solo Nicosia, perché non gli hanno permesso di entrare a Cipro). Abbiamo mangiato in sua compagnia ed è stato inevitabile parlare della guerra della ex-Jugoslavia, che lui ha vissuto da bambino insieme alla sua famiglia, per poi emigrare a Cuneo nel 1999 perché... il dopoguerra si è rivelato peggiore della guerra. Ne abbiamo parlato perché tanto io quanto Paola Verani siamo rimasti sconvolti da quanto è successo dall'altra parte dell'Adriatico e da quanto poco se ne sappia.

 

LA GUERRA, UNA COSA ASTRATTA

Come tutti gli italiani nati negli anni Sessanta, tanto io quanto Paola Verani abbiamo genitori che hanno vissuto la Seconda Guerra Mondiale in prima persona. Mio padre era figlio di un fascista convinto per cui, quando mio nonno morì sotto un bombardamento e il regime di Mussolini venne rovesciato, la sua famiglia se la passò malissimo. Mia madre viveva a Bologna con i genitori ma, quando l'Italia tradì il patto con la Germania e i tedeschi invasero l'Italia, restare in città diventò pericoloso e così loro si trasferirono dai parenti abruzzesi, a Martinsicuro. Fu una buona idea, perché qui la sicurezza era totale. Ma sono ironico: infatti, dapprima arrivarono i tedeschi e si misero a sequestrare gli animali, così mia nonna nascose l'asino in una buca e disse ai bambini di fare chiasso, per coprire i ragli della bestia; poi arrivarono gli alleati e la prima cosa che fecero fu bombardare il ponte sul fiume Tronto, per tagliare la ritirata dei tedeschi. Gli effetti collaterali costarono cari a diversi poveretti che si trovavano nelle vicinanze del ponte. Una ragazza, colpita alla testa mentra lavorava nel suo campo, venne lasciata dal fidanzato, perché le schegge l'avevano fatta diventare cieca. Poi, gli alleati fecero il trionfale ingresso in paese a bordo di grossi camion militari, ma uno di essi prese una curva larga e stese uno zio di mia madre, che se ne stava tranquillo sul marciapiede, uccidendolo sul colpo.

Io queste storie le sento da quanto sono piccolo, ma le ho sempre vissute come racconti astratti, né più ne meno come i film western. Non so spiegare bene quando si passa dall'indifferenza verso gli eventi della Storia alla partecipazione. Forse è qualcosa che ti si smuove dentro e che ti fa stare male come se quelle cose stessero succedendo a te? Forse.

 

EX JUGOSLAVIA, 1990

Ho provato la stessa indifferenza verso gli eventi astratti quando, in Jugoslavia, s'è scatenata una guerra durata, sostanzialmente, dal 1990 al 1995, con una ripresa dal 1998 al 1999. Io la vivevo come un film western. Non mi arrivava. E non arrivava a nessuno dei miei amici o conoscenti: per noi italiani, era un fatto astratto, una guerra civile scatenata tra persone "che non sono capaci di vivere insieme" (la frase più usata in quegli anni). La spiegazione più diffusa era: "Tito è morto. Tito riusciva a far convivere pacificamente cattolici, ortodossi e musulmani. Adesso che Tito non c'è, s'è scatenata la guerra: tutti contro tutti". Non m'interessava capire cosa stesse succedendo... e non lo capivo proprio. Ad esempio, inizialmente si parlava di Slovenia e Croazia, poi sembrò che fosse finita, invece dal 1992 in poi si iniziò a parlare ossessivamente di Sarajevo, e dei miei conoscenti andavano in barca a vela in Croazia. "Ma non c'è la guerra in Croazia?". "No, è in Bosnia – rispondevano – la Croazia è a posto". "Ma non hanno appena buttato giù il ponte di Mostar?". "Sì, Mostar è in Bosnia". "Ma no, è in Croazia". Poi arrivò il Kossovo, con i bombardamenti della Nato su Belgrado. Non ci capivo niente e non volevo capirci. "Non possono stare insieme".

 

APRIRE GLI OCCHI

Nella primavera del 2001, Motociclismo inviò me e un collega a Dubrovnik, per un servizio di turismo. Partimmo in moto da Milano, con due moto da parco stampa: una  Suzuki DR-Z400S e una Kawasaki KLR650 e andammo direttamente ad Ancona, per prendere la nave. Dopo una notte in mare, sbarcammo a Spalato.

All'epoca io possedevo una Suzuki DR350S, che avevo acquistato usata 7 anni prima ed era esausta. La DR-Z400S era uscita da un anno. Inutile dire quanto io fossi attratto dalla Suzuki, che vedevo come naturale evoluzione della mia. E mi piaceva tanto, ma tanto!

Sulla nave iniziai ad aprire gli occhi. Ovunque mi girassi, vedevo ragazze bellissime. Alte, magre, sexy. Ragazze sulla ventina d'anni, con parlata palesemente dell'Est Europa. Pensai: queste meraviglie erano adolescenti, durante la guerra. L'avranno vissuta? Saranno fuggite? Avranno viste cose orribili... eppure la vita va avanti? Fu questo concetto a darmi la sveglia. Avevo davanti agli occhi delle persone molto belle, da collegare al concetto "la vita è una cosa meravigliosa", ma era probabile che queste bellezze avessero visto da vicino gli orrori della guerra, una cosa che non riuscivo a percepire come reale. Fino ad allora. Di colpo, sentii che dovevo capire cosa si provava ad andare in un posto dove c'era stata una guerra recente. Un evento che tira fuori il peggio e il meglio dagli uomini. Che porta distruzioni, dolore, umiliazioni, orrori, violenze e la totale perdita della speranza. Ma poi se ne va... e in quei posti torna la vita. Perché l'uomo si adatta a tutto, anche a ritrovare la voglia di vivere dopo avere vissuto la morte da vicino. Sentii che sarebbe stato giusto, per noi italiani, andare nei luoghi dove la guerra aveva fatto i danni peggiori, per dare una speranza a chi viveva lì: non vi abbiamo dimenticato, non vi sfuggiamo come la peste, che la vita torni a pulsare e la speranza a tornare. Lo so, sono frasi da Famiglia Cristiana. Ma non so come dirle altrimenti.

 

CAPIRCI QUALCOSA

Così mi aggirai per Dubrovnik, che è una delle più belle località di mare dell'Adriatico. I segni della guerra sembravano impercettibili, ma la città era stata pesantemente bombardata dal mare e le sue bellissime case del centro storico avevano, alla fine del conflitto, quasi tutte il tetto sfondato. In quanto patrimonio artistico da tutelare, alla fine della guerra la città era stata ricostruita e i segni in realtà si vedevano: i tetti non erano più rossi in maniera uniforme, ma rossi e rosa. Il rosa aveva preso il posto dei cotti originali, costosi e ormai introvabili.

Avevo la guida della Lonely Planet e lessi la storia della Croazia: mi colpì la storia di Vukovar che, secondo tale guida, era stata cancellata dalla faccia della terra dalla distruzione seguita all'assedio. Tornai da Dubrovnik in subbuglio e trasmisi questa inquietudine a Paola Verani, compagna di avventure a Motociclismo e nella vita. Comprammo diversi libri per cercare di capire cosa fosse successo e scoprimmo che erano stati tutti scritti intorno al 2000. Come se ci fossero voluti anni per mettere a fuoco veramente le vicende di una guerra molto complessa... e anche poco civile, a ben guardare.

Alla fine, i libri che consigliamo a chi vorrebbe capirci qualcosa sono "La guerra dei dieci anni" a cura di Alessandro Marzo Magno (Il saggiatore), "Maschere per un massacro" di Paolo Rumiz (Feltrinelli) e "Sarajevo!" a cura di Piero Del Giudice (Nicolodi). Ma, chiaramente, anche dopo averli letti mi sono rimaste molte cose poco chiare. Ciò che più mi sconvolgeva erano le foto di Vukovar alla fine dell'assedio: in tre mesi erano riusciti a riempire le vie con uno strato alto mezzo metro di macerie.

 

UN GRAN PASTONE

Di sicuro, ho capito che quella terra è sempre stata oggetto di contesa e di pressioni tra popolazioni profondamente diverse (italiani, austro-ungarici, russi, turchi, ecc.), appartenenti a tre diverse religioni: i cattolici da nord e nord ovest, gli ortodossi da est, i musulmani da sud. La Jugoslavia era così divisa tra la Slovenia e la Croazia cattoliche, la Serbia, la Macedonia e il Montenegro ortodossi, la Bosnia e il Kossovo musulmani. Ma, in realtà, all'interno di ciascun confine, eccezion fatta forse per la Slovenia, c'era un complicato miscuglio di appartenenti alle tre religioni, sotto forma di enclavi, di matrimoni misti, di città dove erano tutti mischiati. Tale pastone era aumentato sotto Tito, il quale aveva tentato di integrare tutti con tutti spostando persone e favorendo i matrimoni misti. Alla fine, in tutta la Jugoslavia gli abitanti si somigliavano fisicamente e parlavano la stessa lingua, ma ciascuno manteneva con fierezza la propria identità religiosa. La guerra si è scatenata quando, alla morte di Tito, è stato levato il tappo al vaso di Pandora. Ciascuna repubblica voleva diventare indipendente. Slovenia e Croazia, ad esempio, erano le più ricche e volevano sganciarsi da quel treno, per non “mantenere” le repubbliche povere. La Serbia era povera, ma era la più influente a livello politico e militare. Questa cosa non l'ho ben capita, in pratica l'esercito era composto quasi tutto da serbi, specie ai piani alti. Non so, è come se la Lombardia volesse diventare indipendente, per cui l'esercito, prevalentemente laziale e anche molto influente a livello politico, prendesse la decisione di attaccarla.

La Slovenia ottenne l'indipendenza, nel 1990, con una guerra durata una settimana, che fece pochi morti. La Serbia mandò l'esercito, ma era poco convinta. Il macello successe in Croazia, sempre nel 1990, perché c'erano due enclavi serbe molto potenti, le Krajne – quelle di Knin e di Vukovar – i cui abitanti non volevano diventare croati, volevano restare jugoslavi, o venire inglobati dalla Serbia. E allora questa mandò l'esercito, per annettersi le Krajne. Alla fine, nel 1992, la Croazia ottenne l'indipendenza, ma perse le enclavi serbe e i croati al loro interno vennero esplusi, o massacrati. Qui ci sono altre due cose che non ho capito bene: il presidente croato, Tudjman, era di destra, ma in un Paese di sinistra; e, nonostante la rivalità con la Serbia, pare che si stesse comunque accordando con il presidente serbo, Milosevic, per spartirsi la Bosnia.

 

BOSNIA, LA FASE PEGGIORE

Nel 1992, mentre la Croazia si leccava le ferite, la Serbia attaccò la Bosnia e mise sotto assedio Sarajevo, la capitale. Però qua capirci mi si è rivelato ancora più difficile. Sarajevo era una città grande e aperta, abitata da un crogiuolo di etnie che andavano d'accordo. Ma la Serbia godeva dell'appoggio dei serbi di Bosnia, che intendevano annientare Sarajevo e far fuori tutti i bosniaci e tutti i croati, ma anche tutti i serbi che professavano l'amicizia tra le tre etnie. A tal uopo, mise sotto assedio anche le altre città bosniache ed elesse la stazione sciistica di Pale come nuova capitale. Mostar aveva il quartiere musulmano diviso da quello croato, ma entrambe le etnie si difesero bene e la Serbia mollò la presa.

Paolo Rumiz, nel suo "Maschere per un massacro", spiega che non era solo una guerra di serbi che volevano dominare. Il conflitto era anche alimentato dalla voglia del ceto contadino di eliminare quello colto e questo spiega perché di Vukovar venne assediato e distrutto solo il centro storico; e perché al giorno d'oggi gli intellettuali dell'ex Jugoslavia piangono la rovina della cultura e il dominio dei bifolchi.

Fatto sta che, da fuori, l'Europa non capiva bene cosa stesse succedendo, anche perché la Germania appoggiava la Croazia, la Russia aiutava la Serbia e Gran Bretagna e Francia non sapevano cosa fare, perché non volevano favorire né la Germania, né la Russia. Quanto alla Bosnia, il fatto che fosse musulmana fece sì che in Europa nessuno simpatizzasse per lei. Non si era capito che era una repubblica innocente che aveva subito un attacco: altro che guerra civile! Anche perché i generali serbi, in divisa, andavano dai giornalisti a fare la parte dei salvatori della pace (trovavano molto comodo far fare i lavori sporchi a paramilitari e a bande formate da ultras del calcio), mentre i bosniaci non avevano divise e sembravano dei terroristi. L'Onu prese delle decisioni folli. Impose l'embargo delle armi, ma la Russia riforniva la Serbia, mentre la Bosnia, disperata, ricorse agli integralisti islamici, visto che in Europa nessuno l'aiutava. E diversi tra tali integralisti si stabilirono a Sarajevo anche alla fine della guerra. L'altra decisione pazzesca dell'Onu fu quella di dare, di diritto, i vari paesi e città agli abitanti dell'etnia predominante, cosa che diede il via a una caccia all'uomo spietata. Se in un paesino c'erano più bosniaci che serbi, bastava fare una strage di bosniaci per far passare in vantaggio i serbi. A quel punto, anche i bosniaci diventarono cattivi.

Nel frattempo, la Croazia si era svegliata e si stava dando da fare per accaparrarsi la sua fetta di Bosnia. A Mostar, la parte croata mise sotto assedio quella musulmana e fu in quell'occasione che il famoso ponte crollò. Ricordo che il telegiornale mostrò le immagini del ponte che veniva bombardato.

Tutta la Bosnia diventò un grande macello. Tre etnie una contro l'altra. Campi di concentramento messi su da ciascuna di loro ai danni delle altre due. Moschee distrutte e con le pietre portate in località nascoste. Chiese cattoliche bombardate. Un'intera città, Srebrenica, messa sotto assedio, con genocidio musulmano finale. In tutto questo, la costa croata era tranquilla ed era tornata a riempirsi di turisti, ecco perché quei miei conoscenti ci venivano in barca a vela senza alcun timore.

A quel punto, la Nato intervenì con la forza, bombardando le zone più calde e il conflitto si sedò, nel 1995. Sarajevo uscì dal più lungo assedio della storia: tre anni, più lungo anche di quello di Leningrado. Metà Bosnia era finita sotto alla Serbia e si chiamava Sprska (ovvero "serba"), l'altra metà si chiamò Bosnia Erzegovina e vide la convivenza forzata di croati e bosniaci. Fu a questo punto, sempre nel '95, che la Croazia decise di riprendersi le Krajne con l'operazione Oluja ("Tempesta"), dove le parti si invertirono e questa volta furono i serbi a fuggire dalle enclavi croate. Pare che i fragori dei bombardamenti nelle campagne di Knin si sentissero anche sulle isole, dalle quali i turisti cercavano di fuggire in massa.

Per tre anni i conflitti si sono placati, poi sono ripresi quando i serbi e gli albanesi si sono contesi il Kossovo, dal 1998 al 1999: la cosa s'è risolta con i bombardamenti della Nato su Belgrado, capitale della Serbia.

 

VIAGGI NELL'EX YUGOSLAVIA

Ecco, dopo avere letto quanto sopra (e averlo capito in maniera molto imprecisa e lacunosa, come avrete capito), io e Paola siamo partiti per la ex Jugoslavia. Abbiamo sfruttato le canoniche tre settimane di ferie ed abbiamo inforcato una Honda CB500 e una Varadero 1000. Abbiamo iniziato dalla Slovenia, una nazione accogliente, pulita, ordinata e verde come l'Austria, ma con gente più espansiva. Lubiana era bellissima, con palazzi eleganti, ragazze simili a top model e due tipi che rubavano le auto sotto gli occhi di tutti. Poi abbiamo puntato Zagabria ma, giunti a Otocec, sempre in Slovenia, siamo rimasti ipnotizzati dal castello che sorgeva su un'isola del fiume Krka. Una visione paradisiaca, con questo edificio che sorgeva su un'isoletta e un pratino all'inglese ai suoi piedi, dove si trovava un campeggio. Abbiamo montato la tenda in riva al fiume, quindi ci abbiamo nuotato. Nel fiume, non nella tenda. Eccezionale, uno dei più bei posti dove io abbia mai campeggiato.

 

CROAZIA

Era impressionante pensare a quanto fosse idilliaco questo posto rispetto a ciò che ci aspettava pochi km più a est, oltre il confine croato. La sensazione fu quella di passare dall'Europa a una specie di terzo mondo. Già Zagabria era molto più povera, zozza, incasinata e "scrostata" di Lubiana (nel senso che parecchie case cadevano a pezzi) ma il nostro principale interesse era andare nei luoghi dove il conflitto era stato più cruento. Ci sentivamo morbosi nell'andare lì con le reflex al collo, ma lo facevamo per vedere e documentare com'era un posto dopo la guerra. Ci serviva. Avevamo capito che non era una cosa astratta, ma un pericolo reale, che si sarebbe potuto scatenare anche da noi e volevamo vedere che segni aveva lasciato. Volevamo esorcizzare, forse. Volevamo vedere la gente vivere dove c'era stato quel disastro, per pensare che un evento simile non dovesse significare per forza la fine della vita, della felicità, della democrazia e della fiducia nell'avvenire. Così finimmo in posti come Nova Gradiška, Pakrak e il Monte Papuk, dove i serbi avevano infierito con estrema ferocia. E fu uno shock. Non avevamo mai visto edifici sventrati da bombe. C'erano villaggi fantasma, con le case crollate, o senza tetto, o senza intere pareti. Il peggio fu quando ci fermammo in un paese minuscolo sul Monte Papuk, con tutte le case distrutte... ma un bar aperto. Dentro il bar c'erano persone con espressioni stravolte, vestiti tutti sporchi e piedi nudi. Ci guardavano con apatia. Trasmettevano sofferenza pura. In nessun'altra zona della ex Jugoslavia abbiamo visto tanto degrado, sembravano ancora in guerra, ma il conflitto era finito da dieci anni.

Ammettiamo che spesso ci sentivamo strani, a viaggiare in queste zone. Qui avevano vissuto ogni genere di violenza e non avrebbero avuto scrupoli a rivolgerla verso di noi. Si poteva andare dal furto delle moto a ben di peggio; e nessuno ci sarebbe venuto a cercare per un bel pezzo. Gli amici non capirono quale fosse la nostra molla per andare a fare le vacanze qui. Se ne fregavano completamente di cosa fosse successo in Croazia e Bosnia e non capivano perché ci interessassero così tanto quelle vicende. Per loro, erano cose astratte come film western, di cui era meglio non parlare. Ma è giusto mettere la testa nella sabbia e ignorare i conflitti vicino a noi? Una volta tornati in Italia, scoprii scritte razziste sui muri di una comunità nordafricana in Lomellina e sentii il bisogno di scrivere a Paolo Rumiz, per chiedergli se anche da noi ci potessero essere gli estremi per un tracollo sociale come quello che era esploso di là dal mare. Rumiz sembrò interessato al tema e si dimostrò incuriosito dalla Lomellina, ma poi non rispose più alle mie e-mail.

 

VUKOVAR, DOV'E' IL CENTRO?

Giungemmo a Vukovar, una delle città più massacrate. Era una città elegante e dalla vivace vita culturale sulle rive del Danubio, che era stata assediata per tre mesi con sadico accanimento, finché i pochi abitanti superstiti non si erano arresi e 1.700 tra loro erano stati uccisi, donne, anziani e bambini compresi. Le atrocità vennero compiute non tanto dall'esercito federale, quanto dalle milizie della tigre Arcan, un delinquente idolatrato dai tifosi della Stella Rossa, grande protagonista (in negativo) anche in Bosnia. Dalla campagna arrivammo alla periferia, composta da condomini brutti ma intatti, quindi attraversammo una serie di campi incolti con delle cascine diroccate, comparvero altri condomini e poi fu di nuovo campagna. Avevamo mancato il centro, non lo avevamo trovato. Tornammo ai campi incolti e scoprimmo che quelle che sembravano cascine diroccate in realtà erano i resti degli eleganti palazzi della città vecchia, quasi completamente devastata. A Vukovar si vedeva, in maniera evidente, ciò che Rumiz ha espresso nel suo "Maschere per un massacro": la periferia era stata risparmiata, mentre il centro, dove convivevano croati e serbi illuminati, era stato quasi annientato. Non era solo una guerra di serbi contro croati, ma anche di campagna contro città, una guerra contro la cultura e l'apertura mentale. Vukovar è stata la prima città europea messa sotto assedio e rasa al suolo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Successe nel 1991, ma non ricordo che se ne parlasse in Italia. Al massimo, si parlava di Dubrovnik, bombardata nello stesso periodo. Ma Vukovar venne ignorata e non poté fare altro che affrontare la sua truculenta fine. Tuttavia, fu proprio a Vukovar che abbiamo avuto la risposta alla nostra domanda: ci può essere vita dopo la guerra? I serbi l'avevano distrutta per rifarla barocca, dicevano. Ma, dopo la conquista, furono troppo impegnati a invadere la Bosnia per pensare a rifare Vukovar. Poi, nel 1995, la Croazia si riprese la città con la forza, ma non aveva i fondi per ricostruirla. Nel 2001, quando la visitammo, avevano ripristinato l'energia elettrica, la maggior parte dei palazzi era completamente svuotato all'interno (ci crescevano gli alberi!) eppure qualche casa la stavano rimettendo a posto... e c'erano dei bar. L'idea che ci siamo fatti è che, dopo la guerra, la prima cosa a rinascere siano i bar! In Croazia servivano solo per bere alcoolici, o tè rosso. Niente cibo, neanche toast o brioche. Un prete ci salutò cortese e la ragazza che lavorava in un bar ci disse che era contenta di rivedere dei turisti. Poi, per strada, incontrammo un'altra ragazza, insieme a un signore anziano. La ragazza era molto agitata, ci fermò e ci parlò in inglese, era emozionata, era contenta anche lei di vedere degli stranieri e ci chiese come mai fossimo lì. Ma era difficile spiegarlo in inglese. Tuttavia, nella gioia e nella eccitazione di questa fanciulla si capiva il dramma di chi si sente abbandonato dal resto della popolazione mondiale. Sei giovane, hai le tue sacrosante speranze, ma cresci in una città distrutta, vedi sempre le stesse persone e sai che il resto del mondo va ad un'altra velocità e, soprattutto, non sa che esisti.

 

SERBIA

Vukovar è in riva al Danubio. Dalla città esce la strada per la Serbia, che è sull'altra sponda. Ma non c'era un solo cartello stradale che indicasse quella nazione. Croazia e Serbia confinano e si ignorano.

Andare in Serbia non fu un'idea geniale. I bombardamenti Nato si erano conclusi solo due anni prima e vi aveva partacipato anche l'Italia. Milosevic, il leader serbo, possedeva i principali media e faceva trasmettere loro false trasmissioni in cui i serbi erano vittime innocenti di aggressioni straniere. Aveva fatto lo stesso per fomentare le guerre contro le repubbliche vicine, facendo mandare in onda servizi dove si parlava di croati e bosniaci che aggredivano serbi innocenti. Fece intendere che stavano per essere invasi e che occorreva difendersi. Interi villaggi serbi insorsero contro quelli dove dominavano le altre due etnie, scatenando il conflitto. Insomma, aggirarsi per la Serbia con due moto targate Italia fu un errore. Già in dogana ci trattarono male. Il nostro passaporto venne trattato alla stregua di un'interrogazione andata male. Cambiammo i nostri marchi tedeschi in cambio di dinari serbi. Una volta in Serbia restammo di stucco: se la Croazia sembrava il Terzo Mondo rispetto alla Slovenia, qua il tracollo era ancora maggiore. Le strade erano delle cementate a lastroni su cui le moto rimbalzavano. C'erano poche auto e tanti carretti tirati da asini. L'autostrada tra Novi Sad e Belgrado era una cementata a due corsie e il casello era una roulotte. Belgrado aveva una periferia degradatissima e un centro invaso da branchi di cani randagi. Mendicanti ovunque. Palazzi bombardati dalla Nato e non riparati. Autobus rugginosi e tutti ammaccati. Noi spiccavamo come funghi atomici. Il casello costava 10 dinari serbi, equivalenti a 9 centesimi di euro, ma gli stranieri dovevano pagare 10 marchi tedeschi, equivalenti a 10 euro. Noi ci restammo di sasso: dovevamo pagare 100 volte quello che pagavano i locali? Ammazza, quanto erano graditi gli stranieri a Belgrado! Spiegammo che avevamo appena cambiato i marchi tedeschi in dogana, ma fu inutile. La donna dentro la roulotte ci disse che non potevamo entrare in autostrada e ci indicò di tornare indietro. Nell'auto dietro di noi c'erano dei ciccioni che iniziarono a insultarci e che tentarono di spingerci via con il muso dell'auto. Aiuto! A Belgrado, se scattavamo foto la gente ci chiedeva chi eravamo e cosa volevamo. E da un'auto ci suonarono insultandoci.

Io vidi una mendicante che somigliava incredibilmente a mia madre. Sembrava una donna dignitosa, che la crisi aveva ridotto a chiedere le elemosina. Non guardava in faccia i passanti cercando di impietosirli. Stava seduta con gli occhi socchiusi, tirando sera, suppongo sperando di morire presto. Vedendo in lei mia madre, ero turbato e pensai di darle 800 dinari, equivalenti a 7 euro, o meglio 13.500 lire, ma feci confusione e gliene diedi 8.000. 70 euro, nella Belgrado disastrata di 12 anni fa, era una cifra pazzesca, per un mendicante. La tipa aprì gli occhi, fece una faccia allucinata e si mise a guardare quegli 8.000 dinari come se le fossero caduti dal cielo. Vedendo la sua faccia, capii il mio errore ma mi sentii una cacca ad andare da lei a dirle "mi dispiace, è un errore, me ne ridia 7.200", per cui ce ne andammo. Solo che, a quel punto, avevamo finito i soldi, sicché tentammo di cambiare le lire. Apriti cielo. O ci cacciavano indignati, o ci dicevano che non le accettavano. Stava diventando un guaio, quando nell'ennesima banca una ragazza bella come una fotomodella ci rise in faccia, prese poche lire con senso di schifo, quindi ci diede i dinari, ma appallottolandoli tipo carta straccia e lanciandoceli con disprezzo. Ovviamente, c'erano anche cose buone a Belgrado. Gli anziani che ballavano tutti insieme ai giardini pubblici, o i localini ricavati da tram. C'era una via piena di locali e murales. La sensazione era che fosse una città dalla vivace situazione culturale, ma in decadenza. La cosa che più mi colpiva erano i branchi di cani randagi. In un ristorante, il proprietario ci parlò in italiano e ci disse che lui andava a sciare a Madonna di Campiglio.

 

BOSNIA SPRSKA

A Belgrado non eravamo graditi, così puntammo a Sarajevo, che si trova in Bosnia-Erzegovina. Ma, per arrivarci, dovevamo attraversare la Bosnia Sprska, ovvero quella parte di Bosnia che la Serbia si era accaparrata massacrando croati e bosniaci. Lo consideravamo pericoloso, ma volevamo comunque andare a Srebrenica. Questa era una città abitata in prevalenza da musulmani, che venne assediata dal generale serbo Mladic e difesa da un contingente olandese facente parte dell'Onu. Quando i serbi attaccarono, gli olandesi scapparono e 8.000 musulmani vennero uccisi. Sapevamo che i serbi s'erano insediati e adesso vivevano nelle case delle persone che erano state uccise, per cui cosa ci andavamo a fare? Ma mi immaginai di venire ucciso a casa mia e mi sarebbe dispiaciuto sapere che il posto dove ero stato ucciso ingiustamente teneva lontani i turisti, spaventati dalla sinistra fama di quel luogo. Sicché, entrammo in questa Bosnia dove i cartelli stradali erano solo in cirillico. Non avevamo il Gps. A ogni bivio, estraevamo la mappa e cercavamo di capire dove andare.

Srebrenica era decadente e malmessa, ma non distrutta. Andammo in un bar a prendere un tè. Dentro c'erano ragazzi e ragazze che ci fissavano e non parlavano. Nessuno ci disse nulla. All'uscita, un signore anziano si fermò a guardare la mia Varadero e a commentarla in tono amichevole.

In serata, arrivammo in un paese piccolo piccolo, con albergo e banca. Non c'era modo di capirsi, ma il gestore era simpatico. Ci fece mettere le moto in una stanza sul retro dell'esercizio. Per cena non ci fu modo di capire cosa dicesse il menù. Indicammo un piatto a caso. Ci arrivò la cotoletta di agnello più buona che io abbia mai mangiato. Ma, anche in questo caso, avevamo finito i dinari e ci toccò cercare una banca che accettasse le lire. La trovammo. All'interno c'era una spaventosa puzza di piedi. Due donne mangiavano il burek, che è una sacca di pasta sfoglia piena di carne, formaggio e spinaci. Le due erano stupite della mia richiesta, come se offrire lire in cambio di dinari fosse un'offesa alla morale comune.

Cercando Sarajevo, ci perdemmo – normale, c'erano solo scritte in cirillico – e chiedemmo aiuto a dei soldati americani che stavano pattugliando una strada di campagna. Erano giovani. Si annoiavano a morte. Non sapevano dov'erano e non importava neanche. Ed erano attratti dalla Varadero, mentre la CB500 di Paola, una moto divertentissima nel misto, non la vedevano neanche

 

SARAJEVO

La capitale della Bosnia-Erzegovina rivelò uno spirito completamente diverso da quanto visto finora. Era uscita, da appena sei anni, da un assedio durato tre. Era ancora distrutta in molte sue parti. Ma la gente ci piaceva molto, aveva pazienza, risolveva i problemi. Si respirava l'atmosfera di un posto che aveva sofferto così tanto da diventare saggio e comprensivo di fronte a cose che, a questo punto, apparivano risibili.  In seguito andammo verso la costa e ci fermammo a Mostar, che era conciata male e trasmetteva lo sbigottimento di un posto che era stato talmente devastato che non si sa se sarebbe tornato a posto (ma mai quanto Vukovar). Sembrava che solo Sarajevo riuscisse ad avere quest'atmosfera magica, a rilassare chi la visitava, a non far sentire i turisti come dei cacciatori di souvenir di guerra. Al tramonto, le colline intorno alla città di accesero di luci. Erano le stesse colline da cui i cecchini filo-serbi avevano sparato, per tre anni, contro i cittadini inermi. Adesso, invece, infondevano serenità. E Paola disse: "Sembra un presepe". Già, un presepe. La mia fantasia iniziò a galoppare. Presepe, Natale, freddo, neve. Come sarebbe stato venire qui a Capodanno in moto?

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