Eicma, amore e odio: il mio rapporto controverso con il Salone

Mario Ciaccia ci va da 32 anni e ha sempre considerato il Salone di Milano una festa, finché andarci per lavoro non gli ha fatto andare via un po' di poesia. Ma anche per altri motivi: ecco un racconto semiserio e del tutto personale sui suoi Saloni

Eicma, amore e odio: il mio rapporto controverso con il salone

Ci sono storie d’amore che finiscono male. Praticamente tutte, quindi anche la mia con l’Eicma.

Non ne perdo una dal 1981. All’epoca avevo quindici anni e la vissi come se fosse stato Natale, me la ricordo ancora adesso. Poi è sempre stato Natale, Natale, Natale, finché non lo è stato più. Perché? Beh, il motivo principale è che un conto è andarci da appassionato puro e un conto da addetto ai lavori, cioè da giornalista che scrive per una rivista specializzata. La vivo con molti doveri e pochi piaceri, ma non è solo perché è diventata un lavoro. Il Salone di Milano ha subito un’evoluzione che non mi piace, ecco, l’ho detto. E non è tutta colpa sua (nella gallery una serie di immagini che spiegano tutto, insieme alle parole).

 

NON CI SONO MOTO CHE MI PIACCIONO!

Ad esempio, a me piacciono le moto da on-off e non mi piacciono le moto-mazinga. Negli ultimi anni le prime non ci sono più, le seconde traboccano. Quando vedo ‘ste moto con 40.000 superfici sfaccettate, fari simili a occhi d’insetto e un elenco di funzioni elettroniche peggio di un PC, mi viene voglia di eleggere la Bianchi 350 militare come moto dell’anno. Poi, mi salvo la vita restando in piedi in un panic-stop sul bagnato con l’ABS e sono il primo a elogiare l’elettronica moderna. Ma lo sapete tutti che cuore e cervello si detestano.

 

NON CI SONO LE SORPRESE!

Poi, a me piace un sacco avere le sorprese: non sopporto che mi raccontino le trame dei film, mi piace aprire i doni sotto l’albero di Natale senza avere aspettative e adoro andare all’Eicma e scoprire novità pazzesche, inaspettate. Ma queste non ci sono più. Da moltissimi anni si sa già tutto prima, maledizione. E, col lavoro che faccio, è anche facile sapere le cose prima degli altri. Posso tapparmi le orecchie, chiudere gli occhi e urlare PaPaPaPaPaPaPa, ma tanto poi mi passano la bozza da correggere con l’ennesima novità mazinga ultraelettronica che vedremo all'Eicma.

 

CI SONO TROPPE RAGAZZE!

Altre cose che non mi piacciono: le ragazze (gallery 2012, vol.1). Non sono omosessuale, tutt’altro: sono arrapato, come tutti i maschi, perché la Natura ci ha fregato. Siamo afflitti da un sistema riproduttivo che ci fa venire voglia di accoppiarci tutti i giorni, quando tanto non c’è fretta: ci vogliono nove mesi per far nascere una creatura, che ce ne facciamo di tutta questa libidine? Ma il marketing sa che noi maschi non capiamo più niente di fronte a una bella fanciulla, per cui ci invade tutto l’Eicma di donne-pantera sdraiate sulle moto (gallery 2012, vol.2). Quelle donne bellissime ci dicono questo: “Maschi, sappiamo benissimo che noi con le moto non c’azzecchiamo una cippa, ma così seminude vi facciamo uscire di testa. Sfruttiamo la vosta babalonaggine per farvi avvicinare a questa moto”. Io mi scoccio a essere conscio di questa mia debolezza e, tuttavia, non posso fare a meno di sbirciare tette e chiappe, per cui mi sento umiliato e dico: basta ultragnocche al Salone (gallery 2012, vol.3)! Fatemi vedere le moto e basta, senza queste distrazioni che fanno leva sulla parte più animalesca di me. E tengo pure famiglia, per Iddio!

Un altro grosso difetto di questa devastante presenza femminile è che il 90% delle persone che visita l’Eicma non sono motociclisti, ma arrapati che vengono solo per le ragazze (gallery 2012, vol 4). Milioni di maschi che impediscono di camminare in linea retta e che innalzano la temperatura dell’Eicma oltre i 50 gradi centigradi, come al Rally del Marocco. Ma a Milano, in novembre!

Una volta, il mio collega Marco Gualdani ha visto una di queste ragazze che stava seduta su un quad ed era talmente bella che ha vinto la sua ritrosia verso i quad ed è andato ad abbordarla. Per me, andare ad abbordare le ragazze del Salone è veramente una perdita di tempo, fai solo figure di cacca. Infatti... Lei s’è innamorata di lui e hanno appena avuto un figlio.

 

1981, L’ELDORADO DELLE DUAL SPORT

Nell’estate del 1981 avevo solo 15 anni ma venni mandato a studiare in Inghilterra, dove spopolavano le 80 cc codice, una categoria sconosciuta da noi. Erano tutti ottantini a due tempi declinati nella versione sport-strada ed enduro on-off. Poiché, essendo codice, avevano la velocità massima limitata a 80 km/h, avere una sportiva stradale non ti faceva essere molto più lesto che con l’enduro, il quale però poteva andare sulle mulattiere e sulle spiagge dei fiumi. Non c’era storia, le enduro erano meglio! La passione per le dual sport, così, mi è nata grazie a un limite di velocità. A quel punto, il tuo cervello ti rende sensibile a tutto ciò che è dual, finché non leggi una prova della rivista Tuttomoto che dice questo: “I francesi, che la sanno lunga, con la Honda XL500S girano il mondo”. L’articolo spiegava che, con 35 CV all’albero, che sembrano pochi, in realtà potevi macinare km su qualsiasi terreno, facendo i viaggi della vita. Subito dopo, scoprii la rivista Motociclismo e i suoi devastanti articoli sulle sterrate delle Alpi Occidentali, per cui, quando andai al mio primo Salone di Milano, ero carico come una bestia. Speravo di vedere tante moto di quel tipo. Mi ricordo della cosa come se fosse ieri.

Sabato mattina andai a scuola – il liceo scientifico Vittorio Veneto di Milano – e tutti i maschi della classe erano agitatissimi, perché subito dopo le lezioni saremmo andati al Salone. Sì, per un pomeriggio soltanto, lo so. A 15 anni eravamo tutti pronti per le 125, ma io avevo in testa anche i pomponi da 500 cc tipo la XL e la XT. Ci sarebbe stato qualcosa di nuovo? Alle 13, la campanella suonò, liberando un’orda di ragazzi brufolosi che non vedeva l’ora di sedersi sulle moto e portarsi a casa i tappi del serbatoio come cimelio e reliquia. Andammo a piedi alla fiera, che era poco distante e mangiammo le pizzette ai baracchini. E poi entrammo... e c’era Lei, la divina Yamaha XT550, una moto da non credersi per quanto era potente, leggera e bella. Adesso 36 CV alla ruota per 136 kg fanno ridere, ma all’epoca era la monocilindrica più avanzata. C’era anche la Honda XL500R, ma la bocciai perché era troppo estrema: “Ha pure il Pro-Link, è troppo complicata, praticamente con questa ci puoi fare solo cross”. Non capivo niente, si vede, ma andava benissimo così. E quelle due moto mi piacciono ancora adesso!

 

1983, IL BOOM DELLE 125

Al Salone di due anni dopo (si alternava con Colonia, maledizione!) capii una cosa: che esistevano i filoni e che le Case, quando esponevano qualcosa, sapevano già cosa avrebbero presentato anche le altre. Adesso appare banale questa affermazione, mentre a 17 anni non mi era così chiaro che la gente dicesse: “Il mercato va verso le 125 evolute, quindi facciamo una 125 più evoluta delle altre”. Quando intuii ciò e vidi che razza di 125 mi stavo trovando davanti, capii che ogni marchio più o meno blasonato avrebbe partecipato a questa competizione per la 125 più bella. Passavo da Honda a Cagiva ad Aprilia a Fantic sapendo che ci sarebbe stata senz’altro una novità in quel senso e mi batteva il cuore. Ma tutto passò in secondo piano quando vidi la Gilera RV125. Una 125 dalle prestazioni folli (20 CV all’albero!) e con chicche inaudite come la ruota anteriore da 16”, la forcella con l'antidive, i comandi al manubrio che si illuminavano di notte. Era comoda, spaziosa, bellissima. Noi 17enni coi brufoli e i baffetti unti ci guardavamo tra noi e dicevamo: “Sarà mica un prototipo? Non ci credo che metteranno in vendita una meraviglia futurista simile”.

 

POVERA GILERA

Un amaro destino delle moto che ci tolgono il sonno al Salone è che ben presto verranno surclassate dalle novità degli anni successivi. La misero in vendita, ma era solo l’inizio di un tale boom delle 125 che, due anni dopo, i CV erano diventati 25 e non ci stupivamo neanche più. E si sarebbe saliti fino ai 34 delle varie Cagiva Mito, Aprilia Futura e Gilera SP02, ma nulla mi lasciò a bocca aperta come quella RV125 del 1983.

Tuttavia, si doveva quagliare. Basta sbavare sulle moto, era giunto il momento di comprarle. Nel marzo del 1984 ero deciso, ma la Gilera RV125 costava, se non erro, sui tre milioni di lire, mentre io in tasca avevo solo 350.000 lire. Allora ripiegai sull'usato. Presi la Gilera Arcore, che ho già citato una settimana fa. Era del 1979, quindi aveva solo cinque anni, ma era stata presentata nel 1971, quindi aveva la tecnologia di 13 anni prima. Nel frattempo, dal liceo scientifico ero passato a un artistico privato nel centro di Milano, pieno di odiosi paninari che guidavano le Zündapp KS e che consideravano la mia Gilera una vergogna indicibile. Ma l'abito non fa il monaco: mentre loro andavano con gli Zündapp a fare gli scemi in San Babila, io mi allenavo per l'Elefantentreffen, andando d'inverno sul Bernina. Nel 1986 ero così avvezzo a viaggiare col maltempo che trovai naturale che ci andassero tutti. Mio fratello aveva compiuto 17 anni e s'era preso una Honda XL125, ma al gruppetto si stava per aggregare un suo compagno di classe che aveva deciso di prendere una 125 usata. E quale 125 usata era facile trovare nel 1986? Ma la Gilera RV125, ovvio! All'epoca te la tiravano dietro, perché nel frattempo erano uscite le KK/KZ, capaci di oltre 25 CV e di prestazioni elevatissime. Inoltre, una delle due aveva il serbatoio sotto al motore, una soluzione copiata dalla Honda NSR500 da gran premio di due anni prima.

Ricordo che, quando l'amico si presentò sotto casa nostra con la RV125, io ero comunque ammirato dalle forme della moto e dalla sua tecnologia e dissi a me stesso: “Devo fare un fioretto: promettere che toccherò con le pedane alla prima curva”. Una proposta idiota e pericolosissima, senza senso. Montai in sella e piegai più che potevo, alla prima curva, in sella a una moto che non conoscevo. Toccai quasi subito, con la pancia dello scarico, che aveva l'espansione piazzata in basso. E restai in piedi.

 

UNA GITA DEMENZIALE

Ma solo una settimana dopo mettemmo in piedi un bel giretto che, di cadute, ne provocò tre: il Passo Bernina. Era ancora ottobre, ma sapevamo che aveva nevicato e, siccome eravamo già rincoglioniti per l'Elefantentreffen, ma non potevamo andarci per questioni di soldi e permessi dei genitori, ecco che pensammo che la trans-Bernina sarebbe stato un bel surrogato di Treffen. L'idea fu completamente cretina, perché il pilota della RV125 non solo non aveva esperienza, ma era anche impedito. Lui frenava come in bicicletta, ovvero tirando la leva destra (freno anteriore) e quella sinistra (che però azionava la frizione). Immaginate che figata, una moto che entra in una curva stretta frenata solo davanti e privata del freno motore, per via della leva della frizione tirata. E immaginate questa cosa sotto la pioggia... Inutile dire che al Bernina, con lui, non ci arrivammo. La prima caduta avvenne a Monza e la seconda a Lecco. Entrambe furono causate dal suo modo suicida di frenare, in curva e sul bagnato. Lui sapeva benissimo come si frenava, in teoria; ma i panic-stop gli venivano facili e, in quelle situazioni, agisci d'istinto. Così, quando in Valtellina vide che l'auto davanti a noi stava frenando per svoltare a sinistra, gli venne un tale panico all'idea di toccare i freni e sdraiarsi di nuovo... che non frenò e centrò in pieno mio fratello, tamponandolo e spingendolo fuori strada. Il bello è che in nessuna di queste tre cadute vennero riportati danni letali sia al pilota sia alla moto, per cui si andava avanti a oltranza. Quando arrivammo all'Aprica, punto di arrivo della prima tappa, la mitica Gilera RV125 non era più la star che avevo ammirato due anni prima al Salone. Era tutta scassata e sporca, col cupolino crepato che stava su per miracolo, il serbatoio ammaccato, graffi ovunque, ghiaia in ogni anfratto e le fiancatine spezzate. La moto aveva le sovrastrutture in plastica e non era bello vederle tutte spaccate, sembrava quasi una moto finta che fosse stata smascherata, mentre la mia Gilera Arcore era tutta de fero e non si rompeva mai. Rinunciammo a salire sul Bernina.

 

SEDERSI SULLE MOTO

Ci sono cose tipiche del salone. Tipo sedersi sulle moto. Si fa la coda, per sedersi lì sopra. Nel 1981, al mio primo Salone, questa cosa fu una droga. Non possedevo moto, né potevo guidarle per via dei 15 anni. Sedersi sopra di esse mi dava i brividi. Ricordo soprattutto la Benelli 900 Sei, che mi affascinava, ma ci rimasi male quando tirai la leva della frizione, perché era durissima. Tra i miei amici c'era già chi denigrava le italiane ed esaltava le giapponesi ed uno di loro mi disse: “Senti quanto è dura. Immagina che goduria dev'essere tenerla in mano in mezzo al traffico”. Io sognavo di possedere e guidare una moto, ma non m'era mai venuto in mente che, se stai sfilando in mezzo a una fila di auto ferme, dovrai usare parecchio la frizione.

La moto su cui mi sono seduto e che mi ha impressionato più di tutti è stata la Cagiva Elefant 900 preparata per la Dakar e in vendita ai privati. Credo che fosse il Salone del 1993. Il fatto che la moto fosse in vendita me la fece assimilare come una mia moto papabile – bastava avere i soldi, non occorreva essere così bravo da meritarsi un posto nella squadra ufficiale, come accadeva fino al '93 – e fu questo a sconvolgermi, perché era altissima e larghissima. Mi venne il panico all'idea di dover maneggiare quel bisonte sulla sabbia. Ma era anche una postura esaltante, stavi là in cima e dominavi il mondo.

 

LE MOTO MORINI

Ho sempre avuto un debole per le Moto Morini, tant'è che in passato ho posseduto una Tre e Mezzo Sport e una Kanguro 350 (e non ho mai sentito nessuno chiamarle “Moto Morini”, a parte nduccio: tutti dicevano Morini). E se al Salone del 1981 la mia moto preferita, quella che avrei voluto usare nella vita vera, fu la Yamaha XT550, in realtà quella che mi fece battere il cuore più di tutte fu la Morini 500 Turbo. Quel V2 a vista, quella carena così impertinente, quelle linee dritte dal serbatoio al codino mi lasciarono senza fiato. Non vidi l'ora di avere ventun anni e di comprarla. Ancora adesso, se la guardo mi emoziono (per la cronaca, la moto non venne mai messa in produzione e oggi non so quanta gente se ne ricordi).

Invece ricordo il mio sdegno quando, al Salone del 1987, venne esposta la Morini Dart. Cagiva aveva appena comprato la Moto Morini, per cui, in fretta e furia, cacciò il mio amato V2 dentro il vestito tutto carenato della Cagiva Freccia. Non nego che esteticamente fosse bellissima, ma a voi piacerebbe una Honda VFR col motore della Harley Davidson Sportster 1200? Le signore di una certa età non sono ridicole se si vestono da Hallo Kitty? Ma lo sdegno verso Cagiva andò oltre questa imbarazzante operazione commerciale perché, al momento dell'acquisizione, la Morini stava per presentare la sua “Maxi Camel” da 720 cc, ma il progetto finì nel cestino perché, tanto, c'era già la Elefant. Quanti rospi ha dovuto ingoiare l’ingegner Lambertini...

Cagiva mi fece arrabbiare anche nel 1997, quando presentò la Grand Canyon che prese il posto proprio della Elefant. Era chiaramente più stradale. Stessa rabbia nei confronti dell'Aprilia Pegaso, di 8 anni prima, versione stradale e più anonima della bellissima Tuareg Wind.

 

TORNARE SEMPRE NELLO STESSO POSTO

Un altro grande classico dell'Eicma è che se ti innamori di una delle moto esposte poi fai di tutto per ripassarci davanti. Lo feci, in maniera ossessiva, al Salone del 1991, quando Suzuki espose la DR350S, già in vendita da qualche mese. Era tutto tranne che una moto di sogno, ma aveva tutte le caratteristiche che desideravo (il migliore compromesso mai realizzato fino ad allora per riunire in una stessa moto uno scooter, un'enduro racing e una moto da viaggio a largo raggio). Negli ultimi anni, come spiegavo all'inizio, mi capita davvero poche volte di rimanere colpito, perché raramente ci sono moto che mi piacciono.

Una di queste, nel 2002, è stata la Ducati Multistrada 1000. Si sapeva che Ducati avrebbe presentato un'enduro stradale e io mi illusi sul ritorno della Elefant, ma è evidente che in Ducati non concepiscono l'esistenza dei fondi naturali. A confronto con la Multistrada, la Grand Canyon era una moto da cross, quindi, se già disprezzavo la Cagiva, cosa avrei dovuto pensare della Multi? Invece, me ne invaghii. Aveva una linea stranissima (la maggior parte della gente, quando la vedeva, diceva cose del tipo “Ma che roba è”, “Che brutto quel faro che si spezza in due”, “Mamma mia che codino”), eppure mi attirava come una calamita. Aveva qualcosa che mi stregava, così mi resi conto che, ovunque andassi, i miei passi mi riportavano sempre allo stand Ducati. Allora chiesi un depliant e mi diedero un “quasi libro” che sapeva poco di marketing e tantissimo di passione. Ti spiegavano che questa moto era nata sul Passo della Futa, perché è una strada che presenta tutti i tipi di asfalto: dai curvoni lisci a largo raggio, tipo pista, a quelli stretti con fondo sconnesso. E, secondo Ducati, una vera moto doveva essere in grado di farsi guidare per bene su tutto il tracciato della Futa. Ti spiegavano che una vera moto da millepassi doveva avere più coppia che potenza e un bel motore raffreddato ad aria, semplice ma personale. Come non innamorarsi di una moto così? All'epoca, io lavoravo già per Motociclismo ed ebbi la fortuna di partecipare a una comparativa su strada dove c'era anche questa moto, che andò persino meglio di quello che mi aspettassi. Faceva le curve da sola, era una favola. E Ducati si inventò la Centopassi, una maratona di tre giorni attraverso le Alpi, che esaltava le doti di questa bicilindrica. Dopo tutto questo, immaginate come mi sia sentito di fronte alla Multistrada 1200, al Salone del 2009...

 

IL BIENNIO DELLE DUAL SPORT

Nel 2006 e nel 2007 è sembrato che le mie amate dual sport tornassero in auge. Per due saloni sono tornato a ripassare ossessivamente per gli stand di BMW, KTM e Yamaha, ad ammirare la HP2, la F 800 GS, la 950 Super Enduro, la 690 Enduro, la WR250R e la Ténéré 660. Ma poi basta, ciao, finito. L'Eicma del 2007 ha coinciso anche con la presentazione di una delle mie moto da strada preferite, la Moto Guzzi V7, per cui lo ricordo come l'ultimo salone che mi abbia gratificato come quelli degli anni Ottanta. Nei Saloni successivi non sono più riuscito a emozionarmi. La più grossa delusione, la beffa maggiore è stata quando Motociclismo ha messo in copertina una vera moto da sogno (per quelli come me, si intende!), ovvero l'Aprilia Tuareg 750, annunciata per l'Eicma 2010. Ma sappiamo com'è andata: la nuova dirigenza ha buttato quello e altri progetti nella spazzatura, facendoci sognare solo con la RSV4, una delle sportive migliori della Storia.

 

E ADESSO?

E adesso cosa posso sognare di trovare all'Eicma? Tra cinque giorni sarò lì. Inutile nascondere che le mie aspettative sono prettamente fuoristradistiche, anzi, fuoristuristiche. E so già che andranno deluse.

Allora, la prima cosa che spero è che ci sia qualcosa di inaspettato, di cui nessuno abbia già parlato. Non importa che sia da fuoristrada, purché esista. Qualcosa di originale e sorprendente come la Horex a 6 cilindri a V, ma meno barocca. O come la Motus 1600, della quale mi piace l'incipit esistenziale: due appassionati viaggiatori che volevano una moto che non esisteva... Allora se la sono fatta.

Mi piacerebbe che Honda presentasse qualche nuova moto col suo cambio a doppia frizione: non so quale modello, quello che mi importa è che abbia la stessa personalità della Yamaha MT-09, la prima giapponese capace di emozionarmi come una moto italiana. Perché le Honda vanno benissimo, ma sono fredde come elettrodomestici. Ah, ovviamente mi piacerebbe credere alla solita bufala dell'Africa Twin, ma sono dieci anni che ogni tanto salta fuori... E, come tanti, io spero che la bellissima CB1100R venga messa in produzione. La sorella nuda va benissimo, ma non vanta la stessa personalità estetica.

Spero in una Yamaha TDM col motore della MT-09. Ancora meglio, mi piacerebbe una Ténéré con quel motore.

Mi piacerebbe una dual sport KTM col motore della 390 Duke: un'enduro a 360° versatile come la mia vecchia Suzuki DR350S, ma più divertente.

Spero che la chiacchierata Ducati Scrambler sia semplice e piacevole come la prima Multistrada e che Guzzi presenti una V7 Scrambler con ABS.

Uh, e se Beta prendesse coraggio e industrializzasse la Berghem da enduro/moto alpinisimo? Quello sarebbe un treno da non perdere.

Credo che lo stand dove passerò di continuo sarà quello della rinata Matchless.

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