Dakar 2014, rileggerla alla luce di Barreda

Non è un'intervista a Barreda, ma una rilettura della corsa in base a quello che lui ci ha detto pochi giorni prima del via

Dakar 2014, rileggerla alla luce di barreda

Mi ero divertito molto a intervistare Joan Barreda, alla vigilia della Dakar. Perché lui è simpatico, perché aveva detto cose molto interessanti... e perché è sempre bello tornare a rileggere questi servizi dopo la gara, per vedere dove le cose sono andate come pensava lui e dove no.

 

JOAN BARREDA, IL FUTURO DELLA DAKAR?

Questo era il titolo dell'intervista (leggete qui). Adesso sappiamo che Barreda è stato il più veloce di tutti a livello di passo e di tappe vinte (cinque: qui tutti i report), ma anche che è caduto parecchie volte, alcune in maniera disastrosa, per cui alla fine ha concluso solamente al settimo posto, soprattutto per colpa dei guasti riportati dalla sua moto cadendo (durante una delle prime tappe ha pure centrato un animale: era uno degli argomenti di cui abbiamo parlato a dicembre). Quindi è sì un pilota spettacolare a livello da stracciarsi le vesti (vederlo guidare è veramente una goduria), ma non ha ancora la mentalità giusta. Attaccare in tutte le tappe, guidando al limite, evidentemente non va bene, rischi troppo e non vai lontano. Cosa che del resto si era capita fin dai tempi di Ciro De Petri. Dopo la pubblicazione dell'intervista, c'era chi aveva trovato un po' spocchioso Joan quando affermava di poter viaggiare a 180 km/h in sterrato senza paura e con tale tranquillità da potersi permettere di leggere il road-book. A parlarci di persona, ascoltando il tono con cui diceva queste cose, non era affatto spocchioso, ma onesto e realista: lui passa buona parte dell'anno a correre nel deserto e la cosa gli sta diventando familiare come camminare. Poiché naviga bene, verrebbe da pensare che gli basterebbe chiudere un filino il gas per poter dare una risposta positiva alla domanda “è lui il futuro della Dakar?”.

 

I TRE PUNTI CRUCIALI

Avevamo ripreso un discorso di Edo Mossi su come la moderna Dakar sia cambiata: percorsi più tecnici, moto più leggere e piloti più funambolici. La Dakar 2014 ha confermato questi punti, accentuandoli, ma ha anche detto che a vincere è ancora la vecchia guardia. Coma, a 37 anni, ha vinto con un vantaggio di due ore sul secondo, umiliando tutti, dando un'immensa lezione di come si corre e si vince alla Dakar. Despres, 39 anni, è finito solo quarto per una serie di problemi accusati nella prima parte della gara ma, nella seconda, è stato anche lui imperiale. La lezione di quest'anno, sintetizzata, è questa: andare sempre a manetta e mettere la moto di traverso su ogni duna non serve per vincere. Forse siamo tornati al 2012, quando Barreda, facendo bagno di umiltà, disse “Non sono ancora all'altezza di quei due”.

 

L'INCUBO DELLA DISIDRATAZIONE

L'edizione di quest'anno ha accentuato ancora di più il contrasto tra i piloti di punta e i privatoni. Fino a questa edizione avevo sentito parlare poco della disidratazione. In passato c'erano stati casi di morti per infarto (famosa un'edizione caldissima del Tunisia, a fine anni 80), ma non avevo mai sentito parlare di piloti che soffrono la sete alla Dakar sudamericana, perché è molto facile trovare spettatori in quasi tutti i punti delle speciali. Questo autunno, in Marocco, Giada Beccari è stata portata via da un elicottero per colpa della disidratazione, pur avendo bevuto, fino a poco prima, quattro litri d'acqua. E il nostro Francesco Catanese, durante la quinta tappa, era talmente disidratato che la pressione gli è scesa a 8, quindi era quasi al collasso, nella stessa tappa dove è morto il belga Eric Palante, 50 anni e 11 Dakar all'attivo. Allucinante il suo racconto: “Io ero fermo al km 138, Palante è arrivato, era stravolto, Camelia Liparoti che era lì con me gli ha proposto di fermarsi, per aspettare l’elicottero e avere dell’acqua, ma lui ha risposto di no, che aveva troppo caldo ed è ripartito”. Ha fatto solo 6 km. Lo hanno ritrovato solamente il giorno dopo, morto accanto alla moto, ma non era per colpa di una caduta. Giada mi ha spiegato che non è che soffri la sete e ti sfinisci per quello, è una cosa più subdola. Ti senti fiacco, hai l'acqua ma ti costa fatica berla e non ne hai voglia, hai sonno e ti sdrai per dormire ma è un collasso... Catanese ha detto: “Hai un caldo pazzesco, ma non sudi, perché non hai più acqua nel corpo. Mi hanno fatto una serie di flebo per 6 litri totali, una volta che mi hanno portato al bivacco”. E in tutto questo viene da domandarsi: ma come fanno quelli come Barreda ad andare come vanno, cosa che richiede un impegno fisico pazzesco, senza soffrire come Catanese? Vedi Francesco girare in una pista da cross con la sua Africa Twin e ti sembra il pilota migliore del mondo, ma in Sudamerica lui ha rischiato di morire disidratato facendo tappe a una velocità media che era quasi la metà di quella di Barreda. Ok, ma lui non si è allenato, s'è iscritto all'ultimo, è partito alla sperindio. In ogni caso, su Motociclismo FUORIstrada di marzo ci racconterà com'è andata.

 

VIGLIO CONTRO COMA, PER BEN DUE VOLTE

Ma prendiamo Luca Viglio, che ha impiegato 104 ore, per fare tutta la sua Dakar, contro le circa 55 di Coma. Ha tenuto una velocità media pari alla metà, quindi. Come quella che stava tenendo Catanese prima di ritirarsi. Viglio non è un campione, è un abile endurista della domenica che, grazie a una notevole disponibilità economica e a due palle così, pochi anni fa ha deciso di intraprendere una sorta di viaggio mistico nel mondo del fuoristrada toccando le sue tappe principali, iniziando con le cavalcate e poi crescendo via via: Erzberg, Rally di Sardegna, Rally dei Faraoni e, quindi, Dakar, la tesi di laurea. E per la Dakar si è allenato, credo per un anno intero. Non è uno che va piano, tant'è che al Faraoni 2011 si era piazzato sesto assoluto. Anche in quel caso, il vincitore era stato Coma, quindi il confronto tra i due è interessantissimo. Ebbene, Coma aveva vinto impiegando circa 24 ore, contro le poco meno di 30 di Viglio. Quindi, in questo caso la velocità media è stata molto simile, tra i due: circa l'80%, non il 50%. Perché tanta differenza? Perché al Faraoni ti puoi permettere di andare a cannone per tutto il tempo, le tappe sono scorrevoli e mai troppo lunghe. Invece, alla Dakar entrano in scena tanti fattori che ti impediscono di andare forte come in Egitto, se non hai un'esperienza pluriennale. Alla Dakar navigare è più difficile. Puoi fare degli spaventosi errori di rotta, che ti portano in fondo a scarpate da cui non puoi uscire, allora devi andare avanti, cercando una via d'uscita, fino a finire la benzina, così ti devi arrangiare andando a piedi da una collina all'altra sperando di incontrare qualcuno (si vede che mi sono appena letto il diario di Viglio su Facebook?). Capite come una velocità media può crollare? La Dakar è più lunga, più difficile, più massacrante per il fisico e la moto, che si rompe spesso: e anche qui la media crolla. Però dire che Viglio s'è stancato il doppio di Coma perché ha impiegato il doppio delle ore non è correttissimo. Per andare al passo di Coma ci vuole un fisico bestiale, però Coma ce l'ha, quindi in effetti si stanca meno di Viglio alla metà del suo passo; ma in Viglio la mente e il fisico sono minati anche da una dose di stress immensamente superiore a quella di un professionista. Secondo me, si stanca il quadruplo. Ieri siamo stati alla sua festa, era bello conciato: una costola rotta, i legamenti del ginocchio strappati... Ma era il più contento tra tutti i presenti, questo è sicuro.

 

IL VERO DAKARIANO

Joan ha affermato che il vero dakariano è colui che vince due tappe di fila. Perché un conto è vincere quando parti dietro, seguendo le tracce e un altro quando, dopo avere vinto una tappa, “ti tocca” partire per primo, aprendo la via. E, secondo lui, Coma è uno dei pochi capaci di vincere due tappe di fila. Ovviamente, quest'anno eravamo curiosi di vedere chi ce l'avrebbe fatta. Ed è effettivamente dura, come impresa, tant'è che ci sarebbe riuscito solo Despres, miglior crono nelle ultime due tappe. Ma poi è stato pizzicato per avere superato un limite di velocità in un tratto abitato e la vittoria di tappa è andata così a Barreda, la quinta.

Tuttavia, permetteteci di adottare un altro punto di vista e indicare un altro tipo di “vero dakariano”: l’olandese Van Pelt che, ad appena 19 anni, non solo finisce la Dakar, ma vince pure la categoria “malle moto, quella di chi corre senza assistenza, secondo quello che, per molti, è il vero spirito della Dakar. L’ha vinta con un 27° posto che sarebbe stato un risultato lusinghiero anche per un esperto trentenne con assistenza al seguito... Lecita la domanda: ma se a 19 anni fai ventisettesimo assoluto senza assistenza, quanto immenso è il tuo potenziale?

 

LA HONDA E LE ALTRE MOTO

Quando abbiamo intervistato Barreda, Honda era riuscita a creare un'aspettativa pazzesca sulla sua moto. Ancora oggi non siamo riusciti a sapere se ha davvero tutte quelle diavolerie elettroniche applicate a cambio, sospensioni e trazione di cui si favoleggiava a novembre. Ma poi, in gara, non è che fosse un aereo, rispetto alle altre e non era neanche la più affidabile. Quello che è emerso è un grande equilibrio tra le varie moto in campo: la sensazione è che a fare la differenza tra Honda, KTM, Yamaha, Speedbrain e Sherco siano stati i guasti e i piloti, non le loro prestazioni o le loro ciclistiche (la TM è ingiudicabile, entrambe le moto sono uscite di scena durante la terza tappa, maledizione!). E quasi tutti hanno concluso la gara senza cambiare mai il motore. Lo ha fatto Coma, ma solo perché aveva un vantaggio tale, in classifica, da poterselo permettere; e non lo ha fatto Duclos, pagandola cara. Era riuscito persino a vincere una tappa, prima di restare a piedi.

 

MARC COMA E GLI ALTRI

Una delle parti più interessanti dell'intervista è stata quando Joan ha parlato dei suoi colleghi. Lui è una persona schietta e onesta e dice le cose come stanno, per questo è interessante. Un anno prima avevo intervistato il portoghese Rodrigues (che all'epoca era il pilota di punta) ed ero rimasto deluso dal suo eccesso di diplomazia: era controllato in ogni risposta. Barreda, invece, alle domande risponde.

Di Marc Coma aveva detto: “Guarda che è più forte che mai. Viene da due anni senza vittorie ed è voglioso di riscatto. La nuova KTM potrebbe essere un'incognita, ma loro hanno dimostrato di sapere andare forte fin da subito con le moto nuove”. Che dire? Ci ha preso al 100%. Aveva già capito tutto. Ha anche parlato della grande capacità che lui e Despres hanno di controllare tutta la gara, compresi gli aspetti collaterali, non direttamente legati al dare gas. Coma ha vinto la gara quando, durante la quinta tappa, ha navigato meglio di tutti in un tratto difficile, dove il caldo spaventoso impediva di ragionare con lucidità. Una vittoria in stile anni 80, dove il ragionamento prevale sulla guida pura.

Su Ciryl Despres, come tutti, non sapeva che giudizio dare, ma lo aveva comunque indicato come uno dei due favoriti: “Si nasconde per tutto l'anno, poi ricompare alla Dakar e la vince. Non so come faccia a non toccare la moto per così tanto tempo, come dice lui. Però intanto non capisci a che livello stia. Né quanto la sua Yamaha sia competitiva”. La risposta è articolata, perché Despres e la Yamaha quest'anno hanno fatto due Dakar ben distinte. Durante le prime cinque tappe, la Yamaha non era per niente la moto affidabilissima vista nel 2013, mentre Despres è incappato in un errore di navigazione non degno del suo blasone. Dalla sesta tappa in poi, quel binomio è diventato una macchina da guerra, tanto che, se la Dakar fosse iniziata quel giorno (e fosse durata, quindi, 8 tappe) la vittoria sarebbe andata a lui, con 8 minuti di vantaggio su Coma e due ore e 22 minuti su Barreda. Sicché, nell'indicare ancora i due vecchi leoni come favoriti Joan ci aveva preso.

Il suo giudizio molto positivo su Goncalves, fresco Campione del Mondo, non ha avuto riscontri perché Paulo s'è ritirato già alla quinta tappa, quando la sua moto ha preso fuoco. Era finito nelle retrovie per un problema che lo aveva fatto arrivare ottantaseiesimo durante la terza tappa.

Sam Sunderland s'è ritirato quasi subito, col motore rotto, ma nelle appena quattro tappe che ha disputato ha confermato il giudizio di Barreda: “Potrà vincere una o due tappe, ma gli manca l'esperienza per vincere”. Beh, ha vinto la seconda tappa e s'è perso disastrosamente nella terza, per poi fermarsi durante la quarta.

Curioso il giudizio su Helder Rodrigues, che riportiamo per intero:“Lui è della vecchia guardia, uno molto conservativo, costante, affidabile... Arriva in alto, ma non vince". Giudizio centrato in pieno. Rodrigues non si nota quasi mai, poi, verso i tre quarti di gara, ecco il suo nome nella parte Vip della classifica: quando correva con Yamaha è arrivato due volte al terzo posto della Dakar. Non attacca mai, ma sbaglia molto poco, ha quindi una filosofia completamente opposta a quella di Barreda. E, per la seconda volta di fila, il migliore uomo Honda al traguardo è lui.

Di Francisco Lopez aveva detto che è pericoloso, che non molla mai e che in Cile si esalta. Ma in Cile non c'è mai arrivato: era terzo nella generale, era tra i favoriti alla vittoria finale, ma è incappato anche lui in troppe cadute. Non s'è fatto male, ma s'è dovuto ritirare perché la moto era a pezzi.

 

BOTTURI, NO COMMENT...

La gara di Alessandro Botturi che, secondo la sintesi di Barreda, nel tecnico ha una grande guida e nel veloce non è ancora al livello dei kamikaze più veloci, è stata un'atroce delusione, dato che lui è stato l'unico del team Speedbrain a rompere la moto e ritirarsi senza neanche avere iniziato a divertirsi, alla seconda tappa. Un disastro, un'ingiustizia. Uno come lui, fortissimo di guida, di fisico, di resistenza, cosa avrebbe fatto in questa Dakar, dichiarata come la più dura da quando si corre in Sudamerica?

Delusione anche da parte di Alex Zanotti, con la nuovissima TM che avevamo appena provato a Pesaro. Anche lui fuori dai giochi fin da subito, per colpa di una gomma, pare, danneggiata dall’assistenza gratuita al momento del montaggio.

Jordi Viladoms era stato liquidato, da Barreda, con un lapidario “ufficiale Gas Gas, troppe incognite”. Kurt Caselli ci aveva già lasciato, ma ancora non sapevamo che Jordi avrebbe preso il suo posto, quindi mollando Gas Gas per KTM. Peccato non avere sentito un giudizio più preciso su di lui, visto che ha terminato al secondo posto. Le Gas Gas sono andate male: al suo pilota di punta, Farres, è andata a fuoco la moto durante la quinta tappa, mentre era dodicesimo nell'assoluta; il migliore è stato così Guasch, solo 25°.

 

PAIN, QUI NON CI HA PRESO

Ed ecco una fase dell'intervista in cui Barreda non ha azzeccato granché. Parlando di Olivier Pain, che è stato un grande endurista, quindi pilota da tecnico, secondo lui nel 2013 era andato molto forte, perché la gara era iniziata in Perù, su percorsi più tecnici rispetto al passato. Ma quest'anno, iniziando di nuovo dall'Argentina, secondo Barreda il percorso sarebbe stato veloce e scorrevole fino alla Bolivia.  “Si formerà un gruppetto di piloti abituati alle alte andature, con distacchi minimi. Per attaccare bisognerà aspettare la Bolivia e il Cile”, aveva detto. E non ci ha preso per niente! La gara s'è rivelata tosta soprattutto nella terza, quarta e quinta tappa, quindi in Argentina, addirittura con una mulattiera sassosa a quota 4.300 m, che ha sfiancato i privati. In Bolivia, dove i percorsi erano scorrevolissimi, i giochi ormai erano fatti. E Pain è arrivato terzo, confermando di essere diventato uno dei big.

 

ADESSO BARREDA NON C'ENTRA NULLA...

...ma sarebbe interessante sapere cosa farebbe uno come lui, focoso e sanguigno, di fronte a una porcata come quella che è stata fatta a Peterhansel. Credo che ormai lo sappiate tutti: Mister Dakar stava riuscendo a vincere la sua dodicesima Dakar (di cui sei in moto, sei in auto) al termine di una fantastica corsa che lo aveva portato a rimontare 38 minuti dei 40 che aveva di ritardo da Nani Roma, dopo che in una tappa aveva forato sei volte. A quel punto, il suo team (lo stesso di Roma) gli ha ingiunto di lasciare vincere lo spagnolo, uccidendo lo spirito della Dakar e ricevendo critiche persino da Lavigne, l'organizzatore della gara. La motivazione ufficiale: “Congelando il risultato, eviteremo che piloti e auto si facciano male”, bella presa per i fondelli verso Peterhansel, che aveva rischiato la vita per colmare quei 38 minuti, ma pare che si sia trattato di una rivalsa contro di lui, reo di stare lasciando Mini per Peugeot. Il francese, a un passo dal trionfo, ha accettato, riuscendo persino a sorridere davanti alle telecamere (cosa ci sarà sotto?) ma, per quanta buona volontà ci abbia messo, durante la penultima tappa è passato comunque in testa, a causa di una foratura e un'insabbiata di Roma (eppure si era fermato per aspettarlo!). Meglio così: lui era il più forte e si meritava di vincere. Invece no, durante l'ultima tappa gli è stato detto di fermarsi per far vincere comunque Roma. Non ricordo di avere mai visto un finale più schifoso a una Dakar e non capisco come Roma si sia potuto commuovere, come se la sua fosse stata una vera vittoria. Adesso, sono incazzato nero: viviamo in una società sempre più ipocrita e corrotta, abbiamo una classe politica di lestofanti, la crisi economica non molla e le cose vanno sempre peggio... e, adesso, mi levano anche i sogni. Ho visto un uomo vincere la sua dodicesima Dakar, ma non posso gioirne, perché in tutte le classifiche mettono il nome sbagliato, quello di Roma. Neanche Nani si meritava un'umiliazione simile, ma non dev'essersene accorto, perché sembrava piangere di gioia, non di rabbia.

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