Cos’è la sindrome compartimentale? Perché colpisce i piloti?

Quello che è successo a Fabio Quartararo durante l’ultimo GP non è affatto raro. Moltissimi piloti soffrono di sindrome compartimentale e ciò penalizza enormemente le prestazioni in pista. Spieghiamo cos’è, come si manifesta e qual è la soluzione per risolverla

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Quello della sindrome compartimentale è un problema concreto per molti piloti dell’era moderna. Lo scorso fine settimana abbiamo visto Fabio Quartararo crollare a metà gara del GP di Spagna a causa di questo disturbo che, durante il resto del fine settimana, non aveva creato alcun problema. Il numero 20 di Yamaha non è l’unico, dato che negli ultimi anni una larga rappresentanza di piloti in tutte le classi ha fatto i conti con questo disturbo. Per citarne alcuni: Cal Crutchlow, Dani Pedrosa, Miguel Oliveira, Joan Mir, Iker Lecuona, Jorge Martin, Jack Miller. C'è anche chi, come Valentino Rossi, corre per una vita senza dover fare i conti col dolore. La spiegazione a ciò è da cercare nella soggettività: ognuno è fatto a modo proprio e, a parità di condizioni, non ci sono regole che stabiliscono l'insorgenza di un problema fisico.

La sindrome compartimentale è una condizione muscolare e nervosa indotta dall’esercizio fisico che causa dolore, gonfiore e a volte disabilità nei muscoli interessati delle gambe o delle braccia. Si verifica quando il tessuto che riveste il muscolo, la fascia, non si espande insieme al muscolo. Questo provoca forti pressioni e, quindi, dolore. Chiunque può soffrirne, ma in particolare sono body builder e altri atleti che partecipano ad attività che comportano un forte stress per le braccia i più colpiti. La MotoGP rientra tra queste. Nel nostro mondo, è più comune nei giovani piloti, a maggior ragione se si trovano a fare i conti con la fisicità richiesta dalle moto della Classe Regina. Quando si gira in pista, i muscoli aumentano di volume e gli avambracci si trovano a fare un grande sforzo durante tutta la gara, ma in particolar modo in frenata. Ci sono circuiti che, più di altri, mettono sotto torchio le braccia.

La soluzione principale consiste nell’intervenire chirurgicamente e la tecnica (fasciotomia) non tiene il pilota lontano dai circuiti per più di qualche giorno. L’intervento dura circa due ore ed è fatto in anestesia locale con l'obiettivo di liberare la fascia muscolare ipertrofica, restituendo al braccio la possibilità di lavorare correttamente dal punto di vista muscolare. In pratica, il chirurgo incide la cute per accedere ai compartimenti fasciali e alleviare la pressione. Liberati dalla membrana che li costringe, tutti i muscoli devono essere ispezionati per verificarne la vitalità.

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