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Comparativa vintage, prime impressioni

Un dato su tutti: non ha vinto nessuna. Non è un campo dove una moto è migliore di un’altra, qua è pura filosofia!

Comparativa vintage, prime impressioni

di Mario Ciaccia

 

Mamma mia che bella, la comparativa vintage! In realtà non è una vera e propria comparativa, perché racchiude moto diversissime tra loro, accomunate solo dal fatto di essere ispirate dal passato... o di arrivarci direttamente. Questo non è l’articolo vero e proprio, quello uscirà su Motociclismo di luglio 2013 e avrà le foto di Alberto Cervetti. Qua mi limito a parlare così, senza impegno, come al bar. E le foto che ho messo in gallery (sfogliatela cliccando qui) le ho scattate per hobby, come ricordo, non essendo il fotografo ufficiale (infatti mancano le foto delle moto una per una). Dico subito quali erano le moto, in ordine alfabetico: Harley-Davidson 1200 Sportster Forty-Eight, Honda CB1100, Kawasaki W800, Moto Guzzi V7 Special, Norton 961 Commando Sport, Royal Enfield Bullet Classic Desert Storm, Triumph Bonneville Scrambler. Il primo esito è stato clamoroso: non ha vinto la BMW. Sia perché non produce moto ispirate al passato – molti sperano ancora in una riedizione della Basic – sia perché qua era dura vincere, dal momento che non c’era uno scopo da ottenere: il migliore giro di pista? La moto più comoda per viaggiare? La più adatta al fango? No, queste moto si comprano per le sensazioni, quindi è come decidere se la disco-music anni 70 fosse meglio del grunge.

 

QUALE SCOPO HANNO LE VINTAGE?

Quando eravamo in Grecia a provare le maxienduro, oltre alle cose scontate – l’elettronica di questa e di quella, o le super-prestazioni – si era finiti a parlare di come le differenti inclinazioni portassero ciascuno di noi a giudicare le moto in maniere persino opposte, eppure con una logica riconoscibile. Ad esempio, uno come me che usa le moto ai bassi regimi trovava la KTM molto mansueta e docile, mentre Catanese, che guida on-off, la giudicava un reattore nucleare. Però eravamo di fronte a una moto che nasce per macinare km a forte velocità, quindi ha uno scopo ben riconoscibile. Mentre, nel caso delle cosiddette moto vintage, qual è lo scopo? Far provare piaceri antichi, che le moto moderne, troppo potenti ed elettroniche, non forniscono più? Non lo sappiamo. Non ce lo siamo saputi dire, perché ci siamo accorti che le moto con meno carattere erano però quelle che andavano meglio, per cui nei nostri giudizi non sapevamo quanto far pesare, ad esempio, la goduria da motore pulsante nei confronti di una ciclistica armonica e musicale come un violino. Ci siamo molto divertiti con ciascuna di esse, questo sì. E una cosa però l’abbiamo saputa dire: quale ci sarebbe piaciuto portare a casa, per farla nostra.

 

UN GIOCHINO STUPIDO

C’è una teoria: durante le comparative, le moto non vanno provate a lungo, fino ad abituarsi, ma vanno assaggiate un attimo e poi subito rimpiazzate con un’altra. Io non l’ho mai approvata: per esempio, tutte le volte che salgo sulla Moto Guzzi V7 ogni volta resto sconcertato da quanto sia piccola, col manubrio vicinissimo al busto e le gambe in bocca. Soprattutto se ci salgo dopo avere guidato la Triumph Scrambler, che è molto più “dilatata” e abitabile a livello triangolazione mani-chiappe-piedi. Lì per lì, io la Guzzi la boccio. Quando poi ci prendo la mano, cambia tutto e diventa una delle mie moto preferite a livello planetario, perché è maneggevolissima e ha un bel motore che pulsa e che gira gagliardo fin dai 1.500 giri. Che poi, oh, se una moto non ti piace non ti piace neanche dopo tanti km. Io guidai la prima serie della Honda Varadero per 3.500 km attraverso Bosnia e Serbia e non riuscii a farmela piacere, mentre della seconda serie mi innamorai immediatamente. L’avevano cambiata in tutto ciò che criticavo nella prima serie. Ma qual è il giochino stupido di cui parlavo nel titoletto? Questo: appena le moto della comparativa sono arrivate, ho dato il via alla “comparativa inversione a U”. In pratica si tratta di fare centro metri, invertire la rotta e tornare indietro. Nel caso delle vintage, ti fa già capire se queste moto le apprezzerai per il loro carattere, o solo per come vanno. In quei cento metri puoi già capire se il motore ti fa godere, chiaramente solo ai bassi regimi, mentre il fare o meno faticosamente l’inversione a U ti può dire qual è la migliore per tornare a casa dal lavoro. Anche questo è un giochino che facciamo: siccome la sera torniamo a casa stanchi, sulle strade della routine quotidiana, non vogliamo un mezzo che ci costringa a “pensare” mentre facciamo le rotonde o ci infiliamo in una doppia fila di auto ferme in coda al semaforo.

 

NON SONO COME PENSI

Potreste dire “per quello ci sono gli scooter”, ma non è così, a me lo scooter leva la gioia di vivere e poi, dove vivo io, gli ultimi 3 km sono di una deliziosa stradina tutta curve tra campi e canali. Ebbene, la sera prima, a bocce ancora ferme, avevo solo fatto il mio giochino stupido dell’inversione a U e la Harley Davidson l’avevo trovata particolarmente faticosa, per via dello stranissimo assetto con braccia e gambe tutte in avanti. Così, sebbene sia la moto che mi fa godere di più quando do gas (basta darne un millimetro che quell’essere vivente si scuote in maniera incredibilmente fluida e piacevole), per tornare a casa ho preso, istintivamente, la Honda. Perché con la Harley avrei dovuto pensare ogni manovra, o questo almeno è ciò che credevo. La Honda è una delle... più Honda che abbia mai guidato. Ti fa capire perché è la Casa numero uno al mondo. Ti si cuce addosso come un guanto, è perfetta, fa sembrare tutto facile. Fai l’inversione a U e pensi: logico che sia così facile, è la più piccola e leggera! Invece, è una 1100 a quattro cilindri. Ci vai a casa come se la possedessi da 9 anni. Ma è talmente perfetta da risultare fredda. Sapete com’è finita? Che, durante la comparativa, ho preso confidenza con la Harley e ho scoperto che è molto maneggevole. Non parlo del cosiddetto “pif paf”, come i francesi chiamano le curve a esse. Ma del fatto che, pur con quell’assetto apparentemente assurdo, la moto è bilanciatissima e riesci ad andare a passo d’uomo stabile come se stessi filando a 90 orari. La Harley è un tipo di moto che va guidata per essere capita. Io ho vissuto per anni in via Paolo Sarpi e passavo tutti i giorni davanti alle vetrine della Numero Uno senza neanche guardare dentro, mentre adesso me ne comprerei una. Mi dà un tale piacere di guida che riesco a far passare quasi in secondo piano il fatto che in curva le pedane strisciano subito, anche perché io, per via del gommone da 16” anteriore, per farla curvare trovo istintivo tenere il busto eretto e piegarla alla enduristica, il che è un disastro per la salute delle pedane. Poi ci sono due moto che sono andate in maniera completamente opposta: mi sono innamorato della Royal Enfield, nel fare il giochino dell’inversione a U. Io adoro queste moto antiche, col grosso mono che pulsa piano piano. Ma farla viaggiare con le altre è stato un errore, questa moto è deliziosa se la usi ai suoi ritmi, a velocità da sterrata himalaiana, o da ora di punta a New Dehli. Altrimenti, soffre lei e soffri tu. Al contrario, la grossa Norton 961 m’era sembrata un camion e per di più del motore avevo capito solo che facesse uno spaventoso rumore di meccanica. Ma se la porti nel suo habitat ideale – i curvoni a largo raggio, l’ideale è un lungo fiume tipo Isonzo – ti conquista col suo carattere. Non è maneggevole, è difficile chiudere le curve strette, vibra e la sella è dura, ma fa venire la pelle d’oca. L’estetica, l’assetto, il motore che già a 2.000 giri riprende con forza e con un rombo fantastico – quando riesce a coprire il fracasso meccanico – l’hanno resa la vera antitesi della Honda: ciascuna delle due eccelle dove l’altra non entusiasma. Incredibile, poi, l’esito del confronto tra le due bicilindriche frontemarcia intorno agli 800 cc: la Kawasaki, alla fine, sembrava più europea della Triumph. Quest’ultima, con una carena, non farebbe affatto rimpiangere le attuali maxienduro, tipo la sorella Tiger 800 XC, visto come si guida bene su strada e come gira bene il suo motore. Mentre la Kawasaki, che all’inizio ci sembrava freddina, alla fine ha messo in luce un carattere tutto suo, molto piacevole. Del resto, quali altre moto da strada conoscete con ruote da 19” davanti e 18” dietro?

 

ARIA, ARIA!

Questa comparativa ci ha fatto capire quanto ci manchino i motori ad aria. Me li sono fotografati uno per uno, leggermente di tre quarti. Ma che belli sono? Quando a un motore metti l’acqua, esteticamente lo uccidi. Niente alette, troppi tubi. Sembra che lo scultore abbia ceduto il posto al tecnico.

E non ce n’è uno che ci dispiaccia. Guardate il quattro cilindri della Honda, non vi riporta alla Bol d’Or degli anni 80? E che dire delle coppie coniche del Kawasaki? Ma, forse, i più eccitanti sono il Norton e l’Enfield. Il Guzzi è un marchio di fabbrica. Il Triumph è molto razionale, infatti il suo funzionamento è molto “moderno”: non vibra, non strappa, non fa rumoracci. E poi c’è lo Harley-Davidson, un vero monumento. Mancano il BMW boxer a due valvole e il Ducati ad aria. Fino a qualche anno fa c’erano ancora delle moto con look vintage prodotte dalle due Case (la Basic e la Paul Smart), peccato che non le facciano più... Per non parlare dello stupendo prototipo di Honda CB1100R, su base 1100: già quest’ultima va benissimo, pensate che bello se (finalmente) la facessero!

 

COSA VUOL DIRE ESSERE VINTAGE?

Questo è l’argomento di cui abbiamo più discusso: cosa significhi, esattamente, essere vintage. Che cos’è la Honda? Certo, ha il faro tondo, il motore ad aria e le ruote da 18” ma, alla fine, l’abbiamo percepita come una perfetta moto moderna, che va benissimo, tanto da far pensare a cosa serva avere più di 80 CV, o miriadi di funzioni elettroniche. Che cos’è la Harley? Una custom o un dinosauro evoluto particolarmente bene? I più accaniti a discutere siamo stati io e Nicolò Codognola. Nessuno cedeva di un millimetro sulle proprie posizioni, specialmente quando s’è trattato di stabilire chi sia l’erede attuale della Ducati 900 SS. Ma adesso basta, mi fermo, ci sarà l’articolo cartaceo a spiegare meglio com’è andata questa comparativa così poco comparativa.

 

Anzi no, dimenticavo un fatto curioso: in autostrada, le nostre traiettorie si sono incrociate con un gruppetto di ottantenni che andavano in giro con delle Guzzi Falcone degli anni Cinquanta. Ma non le usavano come delle moto d’epoca, bensì come delle normalissime macina km. Una di quelle moto aveva già percorso 260.000 km in 28 anni, con viaggi in giro per l’Europa, compreso Capo Nord. Il proprietario ci ha spiegato che quella moto gli piace per le sensazioni che dà, perché è semplice e perché non si rompe mai. Io mi sono vergognato, visto che sono abituato alle moto moderne. Eppure, in quel momento, ero in sella alla Enfield...

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