Un integrale protegge più di un casco aperto. Ma quanto di più?

Che un casco integrale protegga più di uno aperto è scontato. Ma quanto di più? Ce lo dice uno studio degli Ospedali Niguarda e San Gerardo: negli incidenti in cui si registra un trauma facciale, il 65% dei motociclisti indossava un jet e “solo” il 28% un integrale. Un casco chiuso riduce di molto anche la gravità della lesione e la necessità di intervento chirurgico

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Abbiamo fatto passi da gigante, da quel lontano 18 luglio del 1986, quando in Italia viene introdotta la legge sull’obbligatorietà del casco. Fino ad allora c’erano solo le due grandi famiglie dei jet e degli integrali, oltre alle famigerate “scodelle”. Ebbene, quella legge del 1986 imprime un’importante accelerazione allo sviluppo tecnico del prodotto e alla cultura della sicurezza, tanto che dal 2000 il casco diventa obbligatorio anche per i maggiorenni sul ciclomotore e, dal 2001, viene vietata la vendita delle cosiddette scodelle. Così i motociclisti si trovano ad avere un ampio ventaglio di scelta tra caschi sempre più sicuri e sempre più “diversi”: jet, demi-jet, modulari, integrali, ecc.

Ogni tipologia di casco ci abilita alla guida di una moto a patto che, ovviamente, ci sia l’omologazione ECE22. Anche se da un punto di vista legislativo non ci sono differenze, sappiamo bene che in fatto di sicurezza un casco chiuso è meglio di uno aperto. Ma di quanto, esattamente? Lo abbiamo chiesto al dottor Giorgio Novelli, chirurgo maxillo[1]facciale dell’ospedale San Gerardo di Monza e co-fondatore dell’associazione Salviamoci la faccia. Il dottor Novelli, insieme al collega Gabriele Canzi dell’Ospedale Niguarda e al professor Alberto Bozzetti dell’Università Milano Bicocca, ha iniziato 10 anni fa a raccogliere dati sui traumi facciali conseguenze degli incidenti in moto, analizzando un campione di oltre 1.900 sinistri con feriti curati dai trama center di Niguarda e Monza, dove arrivano i casi più gravi della Lombardia. La prima cosa che ci dicono è che la mentoniera di un integrale assorbe buona parte dell’energia cinetica di un impatto frontale più o meno secondo lo stesso principio della faccia. Proprio così: i tessuti e le ossa della faccia, che è anche sede degli organi di senso, hanno come scopo “ultimo” la protezione del cervello, che è la cosa più delicata e importante della nostra testa. Il trauma facciale in sé, pur potendo essere estremamente invalidante, ha un indice AIS di 1,83. Quindi non gravissimo, se si considera che la scala medica con cui si valuta la gravità va da 1 a 6. Tuttavia l’indice si impenna nel caso in cui il trauma facciale sia associato a un trauma cranico. Questi traumi possono essere molto complicati da affrontare quando, per raggiungere il cervello nella sua parte “bassa”, bisogna intervenire frontalmente e non direttamente dalla scatola cranica.

Dallo studio effettuato dai chirurghi emerge che il 20% dei 1.900 pazienti esaminati ha riportato traumi facciali. Tra questi, risulta che il 7% non indossasse il casco. Ciò significa che ne erano privi del tutto o che il casco è volato via perché il cinturino ha ceduto o non era allacciato. Ricordiamo che il casco è omologato per reggere un carico fino 200 kg applicati al cinturino (300 kg alla sola fibbia) e che non allacciarlo bene comporta, fra le altre cose, una sanzione da 83 a 332 euro, la perdita di 5 punti della patente e il fermo amministrativo della moto per 60 giorni. In caso di recidiva nei due anni il fermo diventa di 90 giorni. Tra i motociclisti esaminati con lesioni al volto, il 28% indossava un casco integrale mentre il restante 65% aveva un “open face”. Il 43,6% di chi indossava un jet è andato incontro a traumi moderati (alta probabilità di intervento chirurgico) o gravi (operazioni di più di 4 ore di durata). Per i motociclisti con l’integrale questa percentuale quasi si dimezza. Anche i soli casi più gravi danno l’idea delle conseguenze dell’urto in base al tipo di casco indossato: sono gravi il 18,4% dei traumi subiti con jet, mentre la percentuale si ferma all’11,6% per chi indossava un integrale.

Ma il dato che sorprende di più è quello dei traumi moderati: con l’open face riguarda il 25,2% dei casi, mentre se si indossa un integrale, la probabilità di finire sotto i ferri scende all’11,6%: meno della metà. Per ora questo studio scientifico classifica tutte le tipologie di casco solo in due macrofamiglie, dato che i soccorritori al momento dell’intervento sul luogo dell’indicente compilano una scheda che ha solo le due opzioni “casco aperto” o “casco chiuso”. Restano quindi in una terra di mezzo il casco modulare e il demi-jet, e per questo motivo abbiamo chiesto lumi al dottor Novelli:

“Posto che dal mio punto di vista è sempre meglio un casco integrale, è evidente che un prodotto come il demi-jet che arriva a proteggere anche parte della mandibola è meglio di uno, come il jet, che non lo fa”. Più tranchant il giudizio sui modulari: “Vanno bene, purché in movimento siano sempre chiusi. Il problema è che in troppi li utilizzano in configurazione jet, soprattutto in città, che è l’ambiente più a rischio incidenti. Da aperti, infatti, possono essere molto pericolosi, visto che la mentoniera sollevata potrebbe incastrarsi durante la caduta, aggravandone le conseguenze”.

All’opinione scientifica aggiungiamo il nostro piccolo contributo di esperienza sul campo. Premesso che nulla ci restituisce la sensazione di sicurezza di un casco integrale, cosa peraltro confermata dai dati medici e statistici, occorre dire che i demi-jet hanno un piccolo vantaggio in termini di sicurezza attiva grazie alla maggiore visibilità che offrono al pilota (più campo visivo, minore propensione ad appannarsi). Sono alle volte anche più comodi perché più leggeri e più aerati, cosa apprezzabile soprattutto d’estate. In fatto di praticità, anche i modulari hanno ottime carte da giocarsi, pur pagando dazio, spesso, in termini di peso. Ciò detto, viva il casco! (soprattutto quando è integrale).

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