di Marco Riccardi - 20 ottobre 2019

“Veicoli elettrici? Sì, ma con moderazione”

Abbiamo intervistato Alberto Bombassei, numero uno di Brembo, che ci ha parlato del futuro dell’Azienda, di freni elettrici, di veicoli green, di inquinamento ambientale…
1/5 Alberto Bombassei
Che cosa può fare Brembo per il futuro? Alberto Bombassei, il presidente dell’azienda bergamasca leader negli impianti frenanti di moto ed auto ci pensa. Non risponde di getto, si prende un tempo che sembra infinitamente lungo. Non parla di freni elettrici (lo farà dopo), di come sconfiggere le emissioni di polveri sottili dagli impianti frenanti (il sistema già esiste nei laboratori di Brembo), e nemmeno di come l’avanzata spasmodica della “elettricità” su auto e moto potrebbe avere un drammatico impatto sulla occupazione e non solo dalle nostre parti, ma in tutta Europa. “Credo che occorra mettere al primo punto della questione la sicurezza di chi guida. Cioè fare cultura e dare formazione a cominciare dai ragazzi, ma non solo a loro, su come ci si deve muovere sulle strade. Vorrei una specie di pubblicità “progresso” che intervenga sulla coscienza e sul cervello di ognuno di noi perché siamo davanti al caos. Bisognerebbe mettere insieme idee e sponsor per inculcare davvero nella testa della gente una maggiore responsabilità individuale”.
Ma quali leve si possono e si devono usare per ottenere qualcosa di concreto in termini di sicurezza?
Aziende e media devono collaborare di più. Voi di Motociclismo dovete spingere in questa direzione, noi di Brembo siamo pronti a fare la nostra parte, ma credo che tutti abbiano interesse a dare una immagine positiva della moto e di chi la usa. Pure Confindustria Ancma, l’associazione che raggruppa chi costruisce o si occupa di moto e scooter, dovrebbe finalmente fare la sua parte. Oggi non la vedo proprio reattiva, magari bisognerebbe darle un bello scossone, ogni tanto fa bene…”.
Un tema che avvampa è quello dell’inquinamento e di come si debba affrontare la questione ambientale. Magari a cominciare dalle polveri sottili emesse dai freni e dagli pneumatici.
L’impatto inquinante delle polveri sottili è rilevante nell’auto e praticamente trascurabile nella moto. Consideriamo il fatto che già oggi gran parte dei dischi montati sulle moto sono in acciaio inox e hanno un consumo nettamente inferiore a quelli in ghisa comunemente usati dall’auto. Però, sappiamo come intervenire. Per l’auto abbiamo messo a punto dei dischi che praticamente non si consumano e possono arrivare a durare anche 400.000 km. Sulle pastiglie da moto si deve intervenire non tanto sulle polveri emesse, quanto sui materiali di attrito che le accompagnano. Se sulle moto dei segmenti medio e alti si usa un prodotto sinterizzato e non si emettono inquinanti particolari, sui veicoli più economici c’è di tutto nelle pastiglie. Molte di queste sono costruite nel Far East, in Paesi non proprio controllati e spesso i loro prodotti contengono il rame, un componente che in tutto il mondo dell’automotive è stato messo al bando proprio perché altamente inquinante. Un passaggio davvero green dovrebbe venire dalla completa eliminazione di questo metallo”.
1/7 Davide Tardozzi nel 1988 sulla sua Bimota YB4 (foto Brembo)
Il mercato del Far East diventa sempre più importante. In particolar modo quello indiano, dove si costruiscono quasi 22 milioni di moto e scooter.
“E noi con ByBre abbiamo il 50% del mercato dei freni a disco che vengono montati in questo Paese. I nostri impianti sono sulle ruote di 2 milioni di moto. Insomma, abbiamo ancora spazio per crescere. Pensate che il nostro cliente numero uno al mondo ora è proprio un Costruttore indiano, la Royal Enfield (che nel 2018 ha prodotto ben 856.700 moto da 350 a 650 cc ndr). Brembo vuol dire l’eccellenza e ByBre, pur andando bene e garantire il massimo della sicurezza, non è ancora perfetto. Ma anche questo Marchio si sta facendo un’ottima immagine, tanto che abbiamo realizzato anche un secondo stabilimento nel sud dell’India”.
Brembo è conosciuta per la capacità di innovare. Già in passato si parlava di frenata gestita elettronicamente. A che punto siete?
“L’innovazione di prodotto e di processo è fondamentale tanto è vero che andremo ad investire il 7% del nostro fatturato rispetto al 5% odierno. Sono investimenti importanti, che molti dei nostri concorrenti nemmeno si sognano, ma noi ci crediamo perché è assolutamente necessario e non solo per continuare a crescere. Ci stiamo rapidamente trasformando da un’azienda che per 50 anni è stata puramente meccanica ad un’altra che si occupa di meccatronica, elettronica e informatica. In due anni abbiamo assunto 145 ingegneri e in prevalenza specifici in questi campi. I freni elettrici li abbiamo di già e di due tipi. Quelli totalmente gestiti da un motore elettrico che va a premere direttamente le pastiglie sui dischi e altri che azionano una pompa che a sua volta intercetta la pastiglia. Tutto questo è pronto per l’auto elettrica perché questi freni permettono di recuperare energia, in modo da aumentare l’autonomia del veicolo. Per la moto sono soluzioni meno interessanti, che diventeranno tali se, pure per questi modelli, servirà un recupero di energia. Possiamo costruirli questi freni e saremo pronti se necessario. Oggi l’evoluzione dei freni da moto non è legata alle prestazioni assolute, che sono già più che adeguate, ma alla ricerca di un maggior comfort, che vuol dire minori vibrazioni e assenza di rumori come fastidiosi stridii, oltre all’uso di materiali sempre più leggeri e alla migliore modulabilità”.
Elettrico è bello. È l’inno che attraversa tutto il mondo dell’automotive.
“Ma nessuno sta pensando alle conseguenze che deriveranno da questo cambiamento epocale dovuto all’avanzare dei veicoli elettrici. La politica ha spinto in questa direzione in modo fondamentale perché riempirsi la bocca di tutto quello che è green è facilissimo. Dare tutte le colpe dell’inquinamento ambientale ai motori è banale, ma nella realtà due e quattro ruote impattano per il 13-14% delle emissioni, mentre la fetta maggiore è quella dovuta al riscaldamento, non ho mai sentito tuonare contro le caldaie. È l’impatto sociale che sarà rilevante. Per costruire un veicolo con un motore termico ci vogliono tre persone, per uno elettrico ne bastano due, visto che il motore è enormemente più semplice. Così da un momento all’altro avremo un milione di disoccupati in più. E dove li ricollochiamo? Sicuramente l’avanzare dell’elettrico è irreversibile, ma ci vuole del buon senso per applicare questa conversione. Sulla moto l’elettrico avrà tempi molto più lunghi nella sua diffusione non fosse altro perché è un veicolo che inquina meno e perché, fortunatamente, la componente passione è ancora fondamentale”.
In passato avete allargato i vostri orizzonti con nuovi investimenti, diversi dal vostro business. Ha ancora voglia di acquistare?
“Sulla moto oggi non c’è un granché da comprare, ma in questo momento di crisi generali dobbiamo stare attenti perché queste possibili acquisizioni devono essere legate al nostro business. Avevamo fatto la nostra proposta per la Magneti Marelli, azienda molto interessante, ma è arrivato qualcun altro con una offerta più rilevante ed è sfumato il tutto. Però ogni giorno mi guardo in giro. Stiamo facendo ricerche dagli Stati uniti alla Cina, magari mi dico “che bella è questa azienda". Però poi mi dicono… è stata venduta ieri. Allora mi arrabbio con qualcuno dei miei perché non me l’hanno segnalata prima, ma continuo a cercare. Siamo usciti da 4-5 anni di bilanci molto buoni (i ricavi 2018 ammontano a 2,64 miliardi di euro, in crescita del 7,2% sul 2017. Gli utili sono 238 milioni. Le applicazioni per autovetture hanno avuto un incremento del 6,7%, quelle per le moto crescono del 9,7%. ndr). Abbiamo una fila di investitori che vogliono aiutarci con i loro soldi, ma non ci servono. Ora che ci penso, ho comprato una bici elettrica americana, ma non ha i miei freni. Magari posso farli io, sono a disco anche loro”.
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