Bambini in moto e tenda, credevo fosse più facile...

Sono un patito di campeggio, ma i miei bambini non sembrano figli di cotanto padre. In 7 anni, ci sono andato una volta sola... e non è stata un capolavoro
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  • 1/17 Il camper di Peppa Pig, con la famiglia in assetto da pic nic,

    Bambini in moto e tenda, credevo fosse più facile...

    È arrivato Babbo Natale! Al più piccolo dei miei due bambini ha regalato il camper di Peppa Pig. Si tratta di un coso meraviglioso, con tutto l'occorrente per fare un pic nic all'aperto mangiando come al ristorante, compresa... una doccia. Tempo fa ho regalato a lui, al fratellino maggiore e a me stesso la moto della Playmobil, col tipo barbuto sulla bicilindrica caricata con tenda, sacco a pelo e spiedino di salsiccia (vedere gallery). Ai miei bambini piacciono, questi giocattoli aventi come tema il campeggio. Del resto, il loro papà è appassionato di tenda e sacco a pelo. A vent'anni lo facevamo tutti, a trent'anni in parecchi hanno detto “Non ho più l'età per queste cose” e, dopo i 40, è diventato sempre più difficile trovare compagni di tendate. Ma di cosa mi preoccupo? Ci sono i miei figli!

     

    IN REALTÀ...

    In realtà, nonostante io sia patito di campeggio, i figli non hanno beneficiato molto di questa mia passione. Quello più grande, Filippo, ha 7 anni e in tutto ha dormito una volta sola dentro una tenda. Quello più piccolo, che ha 3 anni... zero volte.

    Di sicuro, il fatto che la mamma odi le tende non mi ha aiutato. Ma l'unica volta che ci ho provato non è mica andata tanto bene!

    Era il luglio del 2012 e Motociclismo doveva provare la tenda a ombrello a tre posti della Westravel. C'era fretta. In pratica, dovevo prendere la tenda una sera, provarla da qualche parte, fotografarla e il giorno dopo scrivere già il pezzo. Allora ho pensato: mi porto dietro Filippo. Finalmente avrà il suo battesimo del campeggio!

     

    BAMBINI IN MOTO

    Io sono uno di quei genitori incoscienti che portano i figli in moto, fin da quando è legale (5 anni). Il mio ragionamento è: rischio di meno a portarlo in moto a 60 orari per le stradine di campagna, che in auto a 130 orari in autostrada. Ma l'opinione pubblica è tarata così: se azzardi un sorpasso a 150 orari coi bambini in auto e provochi un incidente, ti dicono che è stata una fatalità, che in auto può capitare a tutti. Se un meteorite ti centra mentre avanzi a 60 orari in mezzo alla campagna, in moto con tuo figlio, sei un pazzo incosciente, che se l'è andata a cercare.

    Però devo dire che andare in moto con Filippo non è che mi faccia impazzire. Ho piazzato sull'Africa Twin il seggiolino della Stamastakis, che è assai figo: il bambino sta dentro una specie di scodella, coi piedi infilati dentro staffe da cavallerizzo. Si sente sicuro. Quindi, da questo punto di vista va bene.

    Abbigliamento: devo ammettere che in auto guido tranquillo come se fossi da solo, mentre in moto mi sembra di avere una statua di porcellana seduta dietro e mi immagino di finire per terra a ogni tombino che calpesto. A Filippo metto il paraschiena, la giacca con le protezioni (minuscola, fatta apposta per i bambini, deliziosa!) e il casco: e, a questo punto, mi sembra di torturarlo. Sprofonda in mezzo a tutti quei gusci di plastica e assume l'aria rassegnata di un maialino da latte al macello. E a luglio fa caldo! Inoltre, per mettergli tutti quei cosi va via un sacco di tempo, perché lui non collabora.

     

    INTERFONO

    Come penso facciano tutti i bambini, Filippo, detto Pupu'z, in moto continua a parlare e ci resta male perché io non capisco una parola di quello che dice. Allora ho comprato un interfono, che sulle prime mi sembrava una libidine. Che bello guidare parlando normalmente e sentendo tutto quello che dice il Pupu'z! Inoltre, ho scoperto che è un ottimo sistema per telefonare agli amici: sul lavoro i colleghi si seccano, a casa la compagna si scoccia, in moto posso chiamare chiunque e parlare quanto voglio. E poi, almeno in teoria, posso ascoltare la musica che tengo nel telefonino, o nel tablet. In realtà, l'interfono s'è rivelata l'ennesima cosa tecnologica che mi procura rabbia e frustrazione.

    Tanto per cominciare, nemmeno il negoziante è riuscito a far dialogare l'archivio musicale del mio telefono con l'interfono, per cui ho lasciato perdere.

    Farlo funzionare è complicato: ha un solo tasto che fa tutto, le differenze stanno nel numero di volte che lo si preme e l'intensità con cui lo si fa. Risultato, ogni volta ci metto un sacco di tempo a collegarlo con quello di Filippo e a regolare il volume, perché aziono qualsiasi altra funzione.

    Le cuffie mi toccano il padiglione auricolare. Lo sfiorano appena, sembra che non diano fastidio. Dopo un'ora va tutto bene, è come se mi fossi appena messo il casco. Dopo due ore inizio a sentire fastidio. Dopo quattr'ore di viaggio, è diventato un dolore, come quando avete un sassolino nella scarpa che vi punta l'esterno del mignolo. Ho fatto la cavolata di fare la Hardalpitour con quelle cuffie nel casco: dopo oltre 30 ore di guida, comprensive di ritorno a Milano, mi sembrava di avere dei chiodi piantati nei padiglioni auricolari.

    I cavi vanno fatti passare dentro i guanciali ma, togli-metti-togli-metti il casco, a un certo punto se ne scappano fuori. Li rimetti, loro dopo un po' se ne escono di nuovo. Diventa una lotta frustrante, come quando indossi un costume da bagno con l'elastico lasso. Te ne freghi, ma quei fili si impigliano ovunque.

    Affidabilità: evidentemente, quel continuo andare a spasso dei fili elettrici non fa bene alla loro salute. Dapprima l'audio si fa gracchiante, poi una delle due cuffie muore e senti solo in mono, infine anche il collegamento in mono si fa gracchiante. E a me, sinceramente, è passata la voglia di farlo riparare. Si tratta dell'ennesima cosa elettrica che compro e che finisco per abbandonare a se stessa.

     

    IL SONNO

    In moto con Filippo vado talmente piano, che lui si annoia a morte e si addormenta. Il seggiolino Stamastakis lo regge così bene che lui non finisce in strada; però guidare con uno che dorme piantato sulla tua schiena non è il massimo, no? Sicché, la massima distanza che ho affrontato è di 56 km, 40 dei quali passati con lui che ronfava. Per questo collaudo della tenda, quindi, sarebbe meglio trovare un posto a 50 km da Milano al massimo, ma non in zona Po, per via delle zanzare.

     

    DOVE ANDARE?

    Il mio migliore amico, Carlo Acquistapace, detto Baypiss, mi dice che vicino a Meda c'è un posto che viene chiamato “Deserti di Meda” e che potrebbe essere perfetto per montare la tenda. Meda si trova sull'asse Milano-Como. Si tratta della classica cittadina brianzola con la pianta a scacchiera, ma ha una parte in collina con dei bei palazzi antichi e un'enorme bosco sorto su un fondo argilloso, perfetto per ricavarci mattoni. Così, per decine di anni, la zona è stata sfruttata come cava per estrarre l'argilla e sono sorte fornaci per cuocere i mattoni. Poi basta, la cosa è finita. La giungla è cresciuta disordinatamente, ma sono rimasti enormi crateri, con diametri di 30-40 metri, segni dell'attività estrattiva, ideali per farci motocross. Infatti, la zona è sede di una pista, dove Carlo s'è fatto le ossa, anni fa, quando ha iniziato a fare enduro. Ci si arriva con alcune sterrate, che in molti tratti sono strettissime, al punto che si rischia di cadere dentro questi grandi fossi. Ma va bene, dai, piantiamo la tenda nei Deserti di Meda! Carlo si aggregherà e dormirà con noi dentro la tenda da provare.

     

    PARTENZA!

    A luglio si vive sereni. Fa caldo e non piove mai. Se piove, è solo un temporale rinfrescante. Quando vado a prendere Filippo all'asilo (all'epoca dei fatti ha 6 anni appena compiuti), di colpo il cielo diventa nero e si mette a piovere forte. Penso subito al libro “Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta”, in cui l'autore, Pirsig, racconta che la prima volta che portò suo figlio a fare campeggio in moto si mise a diluviare, la tenda era inadeguata e i due, bagnati fradici, andarono talmente in pallone che, quando la moto entrò in riserva, pensarono di avere grippato e chiamarono il carro attrezzi. Aiuto! Succederà così anche a noi?

    Arriviamo a casa e al povero Pupu'z, oltre all'armatura regolamentare, faccio indossare anche un completo antipioggia a doppio strato, specifico per bambini. Il difetto delle piogge di luglio è che fa caldo, per cui se ti metti l'antipioggia sudi copiosamente. Paola, la mamma, mi dice di non andare. “Diluvia, perché gli infliggi un castigo simile?”. “Perché ogni lasciata è persa: è da quando è nato che progetto notti in tenda con lui e sono sei anni che succede sempre qualcosa che fa saltare tutto”. Pure la pioggia a luglio, in piena legge di Murphy!

    Questa volta, niente seggiolino Stamastakis: stiamo provando quello della GIVI, che è più comodo, perché ha i braccioli e l'appoggiatesta. Si fissa in una maniera diversa: lo Stamastakis usa delle fibbie, questo delle slitte che vanno messe in morsa sul bordo inferiore della sella. Sembrano entrambe delle soluzioni efficaci, infatti nella comparativa pubblicata su Motociclismo li abbiamo messi sullo stesso piano. Ma, questa volta, dietro al seggiolino ci sono i bagagli, trattenuti con elastici che, sull'Africa Twin, fanno presa in un punto posto anteriormente rispetto al portapacchi: ciò significa che tendono ad avanzare, spingendo in avanti il seggiolino, cosa che non succederebbe con l'altro.

    Ci mettiamo i caschi, sistemiamo faticosamente i fili dell'interfono che svolazzano fuori dall'imbottitura e partiamo, sotto la pioggia battente. Dopo 2 km, in cui la voce di Filippo mi arriva gracchiante e incomprensibile, l'interfono muore del tutto. Adesso, Filippo parla continuamente, ma non capisco una sola parola. Dopo 10 km, i bagagli hanno spinto il suo seggiolino contro le mie chiappe.

     

    SOSTA!

    Dopo appena 28 km, il Pupu'z è sfinito. Si annoia a morte, parla e nessuno gli risponde, fa la sauna sommerso da troppi strati di nylon, plastica e Cordura e in più è completamente spalmato contro la mia schiena. Mi sembra si stare portando un agnello sacrificale. Se tirassimo dritto, arriveremmo puntuali all'appuntamento con Carlo, ma il piccolo si lamenta: è scomodo, suda, ha sete.

    Ci fermiamo ad una nota griglieria che si trova sulla Milano-Meda. Sono gentili: gli offrono un bicchier d'acqua. Stiamo un po' lì, a chiacchierare. Il piccolo si rinfranca. “Andiamo, Filippo?”. “No, papà”. “Che succede?”. “Devo fare la cacca”. Noooo, maledizione! Mio figlio produce siluri da un metro di lunghezza, 30 cm di diametro e 25 kg di peso che gli richiedono lunghi e dolorosi sforzi. Quando arriviamo a Meda, all'appuntamento con Carlo, siamo in ritardo marcio.

     

    NEL DESERTO

    Arriviamo all'inizio dello sterrato al tramonto. Qui ha piovuto poco, il fondo è ancora abbastanza secco, le gomme fanno presa. Carlo ha la sua Suzuki DR-Z400 con gomme da enduro cattivo e non ha problemi. Io ho l'Africa Twin con tassellate a mescola dura e guido molto più guardingo. Bisogna superare un fiume su un ponte di legno, cui si arriva facendo una discesa a gradini d'argilla. Poi bisogna fare la salita dall'altra parte, sempre su gradini. Sono poco ripidi, ma non mi fido a farli con l'Africona da 220 kg a secco e con un bambino di sei anni seduto dietro. Lo faccio scendere e passo l'ostacolo. Piove poco.

     

    MA CHE SFIGA...

    Quindi, raggiungiamo un'ampia radura in mezzo al bosco e montiamo la tenda. È la prima volta che montiamo la Westravel, ma posseggo già un modello simile (di un'altra marca) e il principio è identico: si monta in un attimo. Appena la tenda è montata, si scatena un temporale di quelli da paura. Ci tuffiamo dentro tutti e tre, chiudiamo bene il telo esterno e iniziamo a fare la sauna. Fulmini luminosissimi ci scoppiano addosso, seguiti dal tuono a pochissima distanza: siamo proprio nell'epicentro della tempesta. Questa tenda è economica e non brilla per le finiture, però tiene la pioggia. Una buona tenda dev'essere in grado di fare entrare l'aria d'estate e di essere ermetica d'inverno e questa fa entrambe le cose ma, quando piove, devi sigillarti per bene per non fare entrare la pioggia... ma neanche l'aria, e fai la sauna. È la tragedia di quasi tutte le tende. Così, ci ritroviamo chiusi dentro quel loculo, con un caldo boia, mentre un vento fortissimo squassa i teli e la pioggia si abbatte a cascata sopra di noi. Per me e Carlo, che amiamo il campeggio, la pioggia in tenda è affascinante, ci piace sentire quel tic tac fortissimo mentre noi stiamo all'asciutto, separati dal disastro da pochi millimetri di nylon. Per mio figlio, che è pauroso per natura, la situazione va oltre il peggiore dei suoi incubi. Non gli è mai successo nulla di male, a parte una botta in testa quando aveva tre anni. Non ha mai affrontato situazioni come questa ed è in panico totale. Ha portato, con sé, il Lego Minotaurus, un gioco da tavolo piuttosto divertente, ma in questo momento non ha alcuna voglia di giocarci. Abbiamo una borsa piena di panini, pizze, panzerotti e formaggi, ma non tocca cibo. Vorrebbe fuggire: il suo cervello non riesce ad accettare che stare chiusi dentro un budello di tela sia la migliore soluzione per ripararsi dall'inferno che c'è la fuori. Inoltre, oltre a quello dei tuoni teme i tipici rumori strani che si sentono, di notte, nei boschi: rami spezzati, strani versi, fruscii. Ciò che teme, sopra ogni cosa, è che arrivi un'alce e ci attacchi. “Ahahahahah, Filippo, non ci sono alci in Europa!”. Allora si rassegna alla morte e si sdraia, con l'espressione rassegnata che io ho già visto nel mio gatto quando lo portavo dal veterinario.

    Ma dico io, che sfiga è mai questa? Ieri era bello e sarà bello anche domani, possibile che la prima notte in tenda di mio figlio vada vissuta come un'esperienza da dimenticare?

     

    ACQUA DA SOTTO

    Le tende andrebbero montate con un certo studio preliminare del terreno, cosa che non abbiamo fatto. Dopo un'ora di diluvio, in cui io sto sudando come se stessi facendo cyclette, mi rendo conto che sotto la testa sento l'effetto “materasso ad acqua” di quando là fuori s'è creata una pozzanghera proprio dove stiamo dormendo noi. L'acqua è entrata da sotto e sta facendo galleggiare il mio materassino autogonfiabile. Filippo, che è pietrificato nella stessa posizione da un sacco di tempo e mantiene gli occhi sbarrati, è salvo... per ora. Ma non possiamo sapere quanto la pozza si allargherà. I tuoni non accennano a smettere e ci stanno facendo diventare sordi. Maledizione, povero Pupu'z! Poi, per fortuna, ci addormentiamo tutti e tre.

     

    ALBA A MEDA

    Adoro dormire in tenda, ma odio essere vittima di impellenti bisogni fisiologici. In quei casi devo uscire dal sacco a pelo, cercare le ciabatte, aprire la tenda, uscire... Succede anche questa volta, alle cinque della mattina. C'è una pallida luce. Il sole non si vede, perché è nuvoloso, ma non piove. Esco in mutande e Crocs, senza neanche una maglietta e mi rendo conto che siamo in mezzo a una palude. La pozzanghera, per fortuna, non solo non è aumentata, ma si è ritirata. Siamo riusciti a dormire asciutti con pioggia battente e vento forte e questo è un merito della tenda, dato che costa poco. Ma capisco che siamo nei guai. Il fondo argilloso è diventato una fangaia immane. Si tratta di quel tipo di fango duro su cui piedi e pneumatici affondano poco, ma non hanno alcuna aderenza. Uscire da qua, con l'Africa Twin, sarà un grosso problema. Allora mi metto ad esplorare tutte le possibilità di uscita, ma ovunque ci sono da superare discese e salite scivolosissime! Siamo in trappola! Mi allontano sempre di più, quando un fulmine improvviso anticipa di 18 secondi un nuovo scroscio di pioggia. In mutande, con zoccoli di gomma ai piedi, tento di tornare il più in fretta possibile alla tenda, ma è come se pattinassi e, quando entro nel loculo, grondo acqua come un cane appena uscito da un lago. Gli altri dormono e mi riaddormento anche io.

     

    ESCE 'O SOLE

    Ci svegliamo alle 7.30 e pioviggina, senza tuoni. Il Pupu'z, senza apparentemente serbare rancore per il bidone che gli ho tirato (“Sapessi quanto è bello dormire in tenda...”), apre la confezione del Minotaurus e si mette a giocare. Poi smette di piovere ed esce il sole. La stronzissima perturbazione è durata 14 ore ed è sparita per sempre. Il cielo è blu cobalto. Apriamo la tenda ed entra aria fresca. La vita è bella. La mattina la passiamo piacevolmente, ma non possiamo aspettare che il sole secchi l'argilla perché Carlo deve andare al corso preparto. Allora smontiamo la tenda, facciamo i bagagli e carichiamo il Pupu'z sul suo piccolo trono di gomma. Inizia la più esasperata sessione di zampetting della storia dello zampetting, perché chiunque fa fuoristrada è rassegnato a cadere a bassa andatura, tranne quando trasporta il proprio figliolo di sei anni. Viaggio in prima marcia a 500 giri al minuto. Carlo, che ha la moto leggera, le gomme racing e nessun bambino da traumatizzare, va in avanscoperta alla ricerca di passaggi alternativi alla scala di argilla della sera prima ma sembra proprio che siamo in trappola, mentre Filippo dice che si diverte. Facciamo svariati giri, ma torniamo sempre al punto di pernotto: siamo arrivati da nord, eppure sembra impossibile andare a nord.

    Finalmente troviamo un minuscolo sentiero che permette di andare via di lì senza fare salite o discese, pur facendo il pelo a burroni molto ripidi e sfociando a est, da tutt'altra parte. Incontriamo un uomo sui sessant'anni, che ci dice, seccato, che lì è vietato fare motocross. Pare che siano in tanti a venire qui in moto, col gas aperto e lo scarico libero, così l'altro giorno hanno telefonato a non so chi tra polizia, vigili, carabinieri o forestale e quelli sono arrivati e hanno fatto una strage, multando tutti. “Ma le pare che stiamo facendo cross, con un bambino? E poi non ci sono neanche cartelli di divieto”. Si calma e ci racconta di quando qua venivano a prendere l'argilla per fare i mattoni. Sembra impossibile essere nel cuore della Brianza industriale.

     

    SI TORNA A CASA

    Il ritorno è noioso come l'andata, nel senso che il piccolo Pupu'z continua a starmi spalmato addosso, nonostante un tentativo di mettere i bagagli diversamente; e continua a parlare, ad annoiarsi perché non gli rispondo, ad avere sete. Ma non possiamo entrare in nessun bar, perché abbiamo le scarpe e i pantaloni pieni di fango.

    Torniamo a casa all'ora di pranzo. Il giorno dopo devo andare a fare una spesa veloce e chiedo a Filippo di accompagnarmi: “Ma non in moto, papà. Andiamo in auto”.

    Questi fatti, come dicevo all'inizio, risalgono a un anno e mezzo fa. Da allora, non ho più portato Filippo in moto (se non per brevissimi spostamenti casa-scuola), né gli ho proposto di fare altro campeggio in tenda. Nel luglio scorso, però, è stato lui a propormelo. “Papà, perché non abbiamo più dormito in tenda?”. Allora ho pensato di riprovarci, ma con una gita in bicicletta. Solo che è sempre successo qualcosa, per cui non l'abbiamo mai fatto...

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