di Paola Verani - 04 febbraio 2014

Totò va verso est

Ha scoperto tardi la moto, ma poi è diventata la sua lente d'ingrandimento per esplorare il mondo e capire se stesso. Ha appena pubblicato la sua "non-guida", manifesto del suo essere viaggiatore ruspante. Con Totò Le Motò inauguriamo una nuova rubrica dedicata ai viaggiatori di terra e di asfalto

Totò va verso est

Cominciamo con lui, con Totò Le Motò, perché il suo è il tipo di storia che ci piace raccontare. Storia di viaggi, naturalmente, ma anche di incontri che lasciano il segno, parole mai gettate al vento, foto che parlano. Quello di Totò è un mondo, ruspante ed elegante insieme. Perché è denso di vita vera (come sa essere quella ai margini, cui a lui piace dare voce), ma ben presentata, perseguendo con rigore uno stile: i suoi scritti, il suo sito, la sua pagina Facebook, il suo nuovo libro (fresco, fresco), i suoi scatti sono coerenti, gli corrispondono. Noi a questo mondo ci siamo avvicinati incuriositi prima dal suo nome, che è un gioco di parole, ma anche un richiamo forte all'altro mondo che gli appartiene, quello del Sud. Non solo della sua terra di origine, la Calabria, e della parte dello Stivale cui si sente più vicino ma, in generale, il Sud del mondo, quello che lui va cercando nelle sue peregrinazioni, anche se la direzione che a lui piace prendere è quella verso Est, come ci spiega in questa intervista (e ci mostra nella gallery). 

Cominciamo con lui perché ci sia d'auspicio: ci auguriamo di incontrare nella nostra community “Motociclismo All Travellers” (che fra poco sarà un sito!) tanti viaggiatori veraci come lui e, come lui, capaci di muoversi con disinvoltura fra i meandri del web, ma senza snaturarsi, senza perdersi, mantenendo integro il suo modo di essere e l'imperativo (e sottotitolo del suo sito www.totolemoto.it) "il viaggio è ciò che incontri per strada". 

 

Complimenti per il nome, rimane impresso. Perché questo tributo ad Antonio de Curtis?

Cercavo un nome da usare su forum e social network che avesse a che fare con il mondo del motociclismo, che non fosse troppo retorico o pomposo e che fosse facile da ricordare in tutte le lingue. Mi venne in mente il film in cui Totò viene catapultato in una casbah a dirigere una banda di malviventi, pensando si trattasse di una banda musicale. Trovai un'affinità nel fatto che, dopo il senso di smarrimento iniziale, il protagonista scopre le analogie tra quello strano mondo e la sua Napoli, riuscendo a muoversi alla grande e regalando l'happy end allo spettatore.

 

Un'altra cosa che ci ha colpito di te è lo stile spiccio, crudo, disincantato dei tuoi testi e delle tue foto. Sei così anche nella vita o solo quando indossi gli abiti di motociclista?

Mah, credo di essere così sempre. Per quanto la mia autocritica mi consente di vedere, mi sembra di avere una visione del mondo e degli uomini abbastanza essenziale e lucida. Mi viene da chiedermi sempre il perché delle cose, cercando di mettere insieme i pezzi, evitando le tifoserie di pensiero. Anche se mi sforzo di essere diplomatico, chiamo sempre le cose col loro nome. La retorica mi infastidisce, preferisco tacere piuttosto che dire banalità. Oh, se ne dico sentitevi liberi di cazziarmi!

 

Nella biografia pubblicata sul tuo sito dici che sei arrivato tardi alle moto. ? stato un caso o un destino? 

Sono stati i soldi che non c'erano, più che altro. Vengo da una famiglia abbastanza numerosa in cui la cosa più importante era (ed è) studiare, non tanto per un futuro lavorativo quanto per la comprensione del mondo. E con uno stipendio da ferroviere, cinque figli non è che possano scialare molto. Fin qui il caso. Se per destino intendiamo quello che costruisci da te ogni giorno, allora sì è destino: quando entrai nello studio (di architettura ndr) dove tuttora lavoro comprai un Beverly 250, convinto che a trentadue anni fosse ormai tardi per iniziare a guidare una moto, cosa che sognavo fin da piccolo. Men che meno di macinare chilometri sotto ogni clima. Ma la vita offre sempre sorprese interessanti. Iniziai a fare viaggi sempre più lunghi e in posti che solo a nominarli mi si guardava con occhi discretamente perplessi. Quando due anni fa, per il compleanno, gli amici mi regalarono la guida della Russia Occidentale e "I viaggi di Jupiter" non si erano ancora resi conto delle conseguenze del loro insano gesto. Ero già ammalato di malinconia da viaggio e abbastanza in fissa con l'argomento. Ma Ted Simon fu l'ultima, definitiva mazzata.

 

? appena uscito il tuo e-book "Questa non è una guida" (www.totolemoto.it). Ti piace sparigliare, provocare, destabilizzare?

No, non lo faccio apposta! Non cerco la provocazione o il punto di vista atipico a tutti i costi. Cerco solo di essere veramente schietto e di evitare la retorica dei luoghi comuni. Mi prude di capire perché le cose funzionino in un certo modo e dire la verità. Anche se verità vuol dire riflettere sulla stupidità umana o ammettere che ho fatto una minchiata grossa. Il mio racconto si intitola così perché sicuramente non è un compendio di informazioni tecniche e logistiche per il viaggio. Queste cose ci sono anche, diluite nella storia, ma si tratta di ragionamenti e decisioni che cambiano continuamente, variazioni di percorso, imprevisti, cazzate epocali e malintesi di una certa rilevanza.Pur allegando le mappe di tutte le tappe, mi sono ben guardato dagli elenchi di chilometri, lista spese, consumi medi e dati tecnici se non quando era necessario alla storia. Il viaggio è fatto anche e soprattutto di altro. Man mano che il racconto andava avanti con gli avvenimenti del viaggio, crescevano le riflessioni sulle persone incontrate, le loro parole, il modo di vivere. E mettermi in relazione con questa realtà mi ha costretto a guardare me e la mia (la nostra) vita di tutti i giorni con sguardo lucido, già mentre ero in viaggio. Mettiamola così: una guida non è di sicuro ma, a sentire chi l'ha gia letto, è un ottimo foraggio per la scimmia sulla schiena del viaggiatore.

 

Il libro parla del tuo viaggio a Samarcanda. È ancora una meta mitica?

Sicuramente lo è. Anche se i viaggi di esplorazione sono finiti da tempo e la tecnologia rende tutto più facile, per raggiungere l'antica posta della Via della Seta bisogna macinare chilometri di terre aspre e difficili, soprattutto se si fa in estate (ma credo che anche in inverno sia tostarella, eh!). E per quanto valida possa essere l'attrezzatura in dotazione, cinquanta gradi all'ombra si sentono sempre. Mentirei, però, se dicessi che è un'impresa epica che poche persone possono fare: chiunque in buona salute, dotato di spirito d'adattamento e sincera voglia di conoscere altre realtà può affrontare questo viaggio, seppur difficile. Il fascino di questa meta è dato proprio dalla moltitudine di genti e paesaggi e situazioni che s'incontrano per raggiungerla, oltre che dalla sua storia e dall'attitudine del popolo uzbeko, di una semplicità e ospitalità imbarazzanti. In fondo la meta è solo una scusa per stare su strada e gli imprevisti che sicuramente si incontrano danno il senso e la misura di questa vita parallela che dura il tempo di un viaggio.

 

I passaggi più belli sono quelli che parlano degli incontri. Si capisce che lo scambio culturale è ciò che ti diverte di più. Qui il destino certamente c'entra e ha a che vedere col tuo nome...

Allora siete preparati! In realtà col mio nome c'entra più il fatto di raccontare le cose. Femia deriva dal greco femì che vuol dire raccontare. In sostanza il mio cognome significa "l'atto del raccontare", tanto che il cantore alla corte di Ulisse si chiamava Femio. La passione per lo scambio culturale e l'empatia nelle situazioni sono diretta eredità dei miei genitori, che pur non avendo studiato né viaggiato, sono sempre stati avanti a molti viaggiatori nella comprensione del mondo. Mio padre è un attento e sornione osservatore del genere umano, appassionato di documentari di antropologia. Mia madre attaccava bottone con chiunque senza conoscere le lingue, fossero pakistani, africani, esteuropei o americani. Tanto per dirne una: per un certo periodo frequentò una signora ucraina, da poco arrivata in Italia. Passavano insieme pomeriggi interi a comunicare in una lingua inesistente che inventavano man mano. L'istinto comunicativo è una dote che non tutti hanno e nulla ha a che fare con lo studio delle lingue.

 

La persona più bella che tu abbia conosciuto in viaggio?

Eh, bella domanda. Difficile rispondere, però. Sono tante e ognuna con la sua storia e il suo fascino. In particolare, però, ricordo Naman, un uzbeko sulla sessantina ch,e con i suoi modi pacati e un russo semplice e chiaro, mi fece venire in mente mio padre, sebbene molto più giovane di lui. Ci entrai subito in confidenza, confessandogli di sentirmi in colpa a fare il cazzone in giro per il mondo, invece di passare del tempo prezioso insieme a mio padre che stava invecchiando. Le parole di Naman, semplici e di cuore furono: "Tuo padre non può che essere contento che suo figlio veda il Mondo". Ci crediate o no, questo bastò a togliermi di dosso ogni remora. E aveva pure ragione, ho scoperto al mio ritorno.

 

Tra gli effetti speciali della tua “non-guida” c'è la colonna sonora del viaggio. Come l'hai imbastita? Coincide con la musica che ascolti abitualmente?

Assolutamente sì. Alcuni brani sono stati la vera colonna sonora del viaggio iniettata via interfono mentre andavo, altri (pochi) li ho scoperti dopo il ritorno. Ovviamente ho selezionato i brani che meglio potessero accompagnare i momenti e le situazioni descritte. Ero un po' perplesso della cosa, ma alla fine c'è stato chi mi ha ringraziato non solo per il racconto ma anche per avergli fatto scoprire i Gogol Bordello e Sasha Kolpakov. Alcune band sono nelle playlist dei miei viaggi da anni. Ascoltando gli Al Jawala ho girato tutta la Turchia: sanno proprio di terra bruciata dal sole. Gli Yemen Blues li ho scoperti mentre scrivevo il racconto, e mi sono mangiato le mani per non averli avuti con me in Uzbekistan.

 

 Albania, Bulgaria, Georgia, Kazakhstan, Macedonia, Russia, Romania, ecc. Ti muovi sempre verso est. Cosa cerchi e cosa trovi in quella direzione?

Cerco la quadratura del cerchio sulla nostra civiltà. Vengo da una terra che sta al centro del Mediterraneo, dominata in ordine sparso da greci, romani, saraceni, spagnoli, normanni. Il mio dialetto, che ho imparato prima dell'italiano, è una somma delle lingue di questi popoli. Ho scoperto che il mediterraneo arriva molto più in là delle sue coste: i greci conoscevano Samarcanda, Alessandro Magno si spinse fino in India, Gengis Khan raggiunse le porte dei Balcani. Le terre a Est dell'Europa (e cosa sarà mai l'Europa, mi chiedo) sono il grande palinsesto che tutte queste civiltà hanno di volta in volta riscritto, un mischione culturale frammentato nella sua unità che voglio ricostruire mentalmente e che spero di riuscire a raccontare agli altri. Va da sé che il mezzo migliore per fare tutto questo ed entrare in contatto senza filtri con la gente del posto è la moto: veloce e agile, non offre nessuna difesa dal mondo. E chi ti incontra ti stima a prescindere già solo per questo. Vi starete chiedendo: "Ma quindi 'sta quadratura, alla fine l'hai fatta?" Boh... per ora ci ho ricavato solo che mi sono ammalato di nomadismo e non riesco più a fare con serenità il mio buon lavoro di unità produttiva in occidente. Che quasi quasi era meglio se mi facevo i cazzarelli miei.

 

Ti abbiamo conosciuto nella nostra community "Motociclismo All Travellers". Cosa pensi di questa nuova dimensione "social" del viaggio?

Non posso che esserne entusiasta, naturalmente. Se in questo momento rispondo a domande sul mio libro, poste dalla più importante rivista italiana di motociclismo, è tutto grazie alla visibilità ottenuta dai social network, prima ancora, dai forum di settore. Sono ottimi veicoli di scambio d'informazioni, oltre che punti di contatto tra appassionati, grazie ai quali ho potuto conoscere altri viaggiatori e motociclisti con cui difficilmente avrei avuto rapporti. Un blog collegato a pagine Facebook e Google+ sono ormai obbligatori per chi voglia far conoscere le proprie esperienze. Occhio, però: ci vuole sempre la sostanza. Una brutta foto rimane una brutta foto, così come le minchiate rimangono minchiate. E questo lo sto imparando giorno per giorno, anche grazie a voi. I social network sono solo degli amplificatori: se il musicista fa cacare, di sicuro non sarà un bel concerto. Però, si può imparare.

 

Viaggiatori di ieri e di oggi... In che direzione guardi?

Ovunque ci sia un personaggio interessante che faccia sentire quel senso di vuoto alla bocca dello stomaco. Le pagine di Ted Simon e Giorgio Bettinelli sono quasi bibliche per la portata evocativa sull'esperienza del viaggio in moto, così come l'impresa che Fulton Jr racconta in "One man caravan", che spero di leggere prima o poi. Loro sono stati tra i primi a fare e raccontare veri viaggi d'avventura che, come dicevo, ormai sono finiti. Il panorama odierno è costellato di tanti viaggiatori di cui veniamo a conoscenza tramite la rete, ognuno col suo stile di viaggio e il suo modo di raccontare. Sicuramente preferisco chi sa prendersi per il culo e ammette le proprie debolezze ed errori, non chi si dipinge come un superuomo. Su questo mi sembra che gli inglesi abbiano una buona tradizione di racconto autoumoristico. Tra gli italiani mi sento senza dubbio di citare Gionata Nencini, che non conosco personalmente, per lo spirito e la durata del suo viaggio, la schiettezza e la semplicità con cui lo ha raccontato nel suo blog. Per inciso: blog che ho seguito a piccole dosi, visto che ogni volta rimanevo per giorni inebetito a sognare una fuga. E la macchina del capitale non ammette sognatori inebetiti.

 

Il tuo primo viaggio è stato con un Beverly 250. Cosa ricordi di quella esperienza?

Del primo viaggio, in Corsica insieme alla fidanzata di allora, ricordo le migliaia di curve in un paesaggio fantastico, la sottile ostilità dei locals verso una mandria di italiani cazzonamente orgogliosi per la vittoria ai Mondiali e il tentativo di andare ovunque su quelle due ruote. Fu però il secondo ad accendermi qualcosa dentro. Sempre su Beverly 250 ma da solo, tra Croazia, Bosnia e Montenegro. Lì iniziai a capire che il viaggio in solitaria è una dimensione davvero gratificante, grazie a, e nonostante, la responsabilità totale delle proprie azioni. Bisogna essere attenti per essere padroni di se stessi. Lo cantava Lindo Ferretti e lì l'ho capito. E comunque, arrivato a Sarajevo, mi dissi che forse non ero così vecchio per iniziare a guidare una moto.

 

Sei della scuola "non importa che moto usi, l'importante è andare" o ritieni che la scelta della moto faccia la differenza? Sei contento della tua o miri ad altro?

Assolutamente la prima, senza dubbio! L'importante è avere due ruote e un motore (e se si rompe il motore il piano B è andare avanti comunque, anche a piedi). Certo alcune cose risultano più agevoli se fatte con un mezzo progettato apposta, ma si fanno ugualmente e magari danno più soddisfazione: la botta di autoesaltazione per essermi arrampicato con una CBF 600 al monastero di Stepantsminda, in Georgia, è una delle più forti che ho provato. Mi sono anche fatto fare una foto da idiota con la mano in segno di vittoria da un malcapitato trovato lì. Di base credo che ognuno debba guidare il mezzo che meglio si sente addosso, considerato che la moto tuttofare non esiste. Della mia attuale Ténéré 660 sono più che soddisfatto. Credo che la mia sia la moto perfetta per il mio peso e altezza e per le cazzate che sistematicamente mi ritrovo a fare. E poi quando cadiamo siamo bellissimi, con le nostre piroette striscianti da pattinaggio artistico.

 

La volta in cui ti sei detto: "Mo so' cazzi"?

Eh, tante! La più critica è stata durante il viaggio a Samarcanda, quando affondai nel fango in pieno deserto in Kazakhstan (ci vuole culo nella vita!). Non c'era davvero nulla intorno per decine di chilometri e il telefono non prendeva. La foto che feci al volo (avevo decisamente altri cazzi a cui pensare) è diventata per forza di cose la copertina di "Questa non è una guida". Se proprio volete sapere com'è andata accattativillu (e sempre figlio degli anni '80 sono)!

 

Dimmi le tre immagini più forti legate ai tuoi viaggi.

La vista del Monte Kazbek, enorme di fronte a Stepantsminda, in Georgia nel 2011. Sono stato a guardarlo in silenzio per diversi minuti, valutando seriamente la possibilità dell'esistenza di un Creatore. Ma venne un italiano cacacazzi ad attaccare bottone su economia, crisi, Berlusconi, TFR e altre cose che avevo dimenticato a casa. Invece di Dio, a 4mila km da casa, trovai l'italica ignoranza del bello. La vista del deserto kazako intorno al cosmodromo di Baykonur nel 2012. Il nulla più assoluto, a parte i camion che avanzavano a passo d'uomo sulla pista durissima e, di colpo, uno snodo delle linee dell'alta tensione, una foresta di tralicci d'acciaio emergenti da nuvole di sabbia nel bel mezzo di una piana sconfinata battuta dal vento. Apocalittico. Una sosta forzata a Uzice, in piena montagna serba, a causa di una tempesta di pioggia e vento, nel 2009. Il mio compagno di viaggio era teso, non capivamo una parola di cosa dicessero quelle facce da montanari. Capivamo solo motòr, e si riferivano alla mia moto. Decisi di tagliare la testa al toro: mi voltai verso un tavolo di operai vicino al nostro e alzai la mia birra in segno di brindisi. ? iniziata una chiacchierata spassosissima di ore in una lingua inesistente, che inventavamo minuto per minuto.

Mia madre sarebbe stata orgogliosa di me.

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