Il Po in moto, un vero viaggio

Costeggiare il più grande fiume italiano fino alla foce: è il modo più economico di fare un vero viaggio, vicinissimi alle grandi città, eppure così lontani... Ricordo di una traversata di nove anni fa

Il po in moto, un vero viaggio

Come tutti i mototuristi, anche io sogno di viaggiare in terre lontane. Immagino grandi viaggi che, temo, non farò mai. Però qualche sfizio me lo sono tolto: sono riuscito a guidare la moto in tutti e cinque i continenti ed ho visto posti che mi hanno colpito moltissimo, come la Patagonia, il Sahara, i canyon nordamericani, le Highland scozzesi, l'Oman, le intricatissime foreste+ di mangrovie in Australia e quelle del Congo, il Po... Esatto, ho detto Po. L'ho detto e adesso mi viene da balbettare, perché mi sembra di paragonare la cessa della classe a Sara Sampaio. Però il fiume Po, per me, è sempre stato un luogo magico, inquietante, alienante.

Avevo 15 anni e misteriose crisi epilettiche di cui non si capiva la causa. I medici dissero che dovevo stare una notte sveglio e poi precipitarmi da loro, per farmi fare una Tac. Fu la mia prima notte in piedi e trovai fantastico questo stare per ore in casa circondato dal buio della notte, finché gli uccelli non si misero a cinguettare e là fuori iniziò a comparire una debole luce. Mia madre mi fece compagnia e, tanto per tenermi sveglio, mi fece vedere un tipico film per ragazzi, “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati che, ovviamente, non era per ragazzi, ma era un thriller in piena regola. Misteri inquietanti ambientati in un piccolissimo borgo sul Po, con case abbandonate dalle atmosfere spaventose e un finale da non dormire la notte. Appunto.

 

Non capirono mai la causa delle mie crisi, ma a me il Po entrò nel cuore. Ho scoperto che tanti registi amano questo fiume e le sue atmosfere, Ermanno Olmi in testa a tutti. E ho anche scoperto che costeggiare il suo corso in moto, o in bicicletta, ha un fascino unico. Sai di essere a pochi km da città importanti come Torino, Milano o Parma, ma sembra di essere diecimila km più in là e mille anni più indietro.

 

BELLA IDEA, POLPO

L’idea di costeggiare il Po da Torino al Delta era sopita in tutti noi e aspettava solo di diventare una cosa reale. È stato Massimo “Polpo” Neriotti a tirarla fuori, nell’inverno del 2004. “Partiamo da Torino e, in quattro tappe, siamo al mare”. Gli rispondemmo di sì e lo risoprannominammo Pol-Po. Poi c’era Giorgio XT, chiamato così perché al mondo esistevano solo le Yamaha XT, Cavallino, che aveva un albergo a Cavallino (appunto), Nello (non so perché si sia beccato quel vezzeggiativo) ed io (qui la gallery del viaggio).

A me venne subito da pensare in grande: perché non partire da Pian del Re, a 2.000 m, sul Monviso, dove nasce il Po? “Perché vorrei fare questa cosa in marzo, quando non ci sono le zanzare”, disse Polpo. E in marzo, a 2.000 m, la strada del Pian del Re è sepolta dalla neve. Dovendo rinunciare alla sorgente, tanto valeva partire da Torino, una grande città, un luogo significativo. “Ovviamente si dorme in tenda, vero?” chiesi ingenuamente. Mi sputarono in faccia. “Ah ah ah, ma quale tenda, sfigato. Albergo! E poi, il Po è infestato dalle nutrie assassine, che ti entrano in tenda e ti strappano la faccia a morsi”. Sfigati! Fighetti! Va bene, andiamo in albergo, che c’avete paura delle nutrie. Ma le nostre differenze di vedute sugli stili di viaggio andavano oltre la mera questione della tenda. Eravamo un mix di fuoristradisti prestati al turismo e di mototuristi prestati al fuoristrada. Per me, non c’era bisogno di furgoni. Abitando a Milano, sarei andato il venerdì sera da Milano a Torino su asfalto, direttamente in sella e poi, finito il tutto, sarei tornato a casa sempre su asfalto, dal Delta a Milano. Per gli altri questa cosa era inconcepibile e fecero non so che acrobazie per poter trovare un carrello che li attendesse dalle parti del Delta. Anzi no: Polpo aveva il padre e la sorella a Verona, così lasciò il carrello da loro. C’era in ballo una Delta-Verona su asfalto tutta per loro, a fine traversata.

 

IL FIUMING

Costeggiare il Po fino alla sorgente era la tesi di laurea del fiuming. Definiscesi fiuming quel modo di viaggiare cercando di stare il più vicino possibile ai fiumi. Il Po, come mille altri fiumi, è delimitato dagli argini, che sono smotazzabili per quasi tutto il suo corso. Qua e là ci sono dei tratti vietati al transito, ma sono poca roba (per ora. E lo erano specialmente nel 2004). Ma il bello di questo gioco, che lo rende magico, è cercare di stare il più possibile tra l’argine e il fiume. È lì che sembra di stare viaggiando in Africa. Trovi di tutto: tratte cepugliose, sterrate che si perdono nel nulla, radure di ghiaia, spiagge sabbiose con piccole dune, boschi fittissimi, sentieri tra i fiori... Avanzare non è così elementare come si potrebbe pensare, spesso perdi di vista il fiume e non capisci se lo stai costeggiando o se stai persino invertendo la rotta! Oppure trovi davanti a te ostacoli di varia natura, che vanno aggirati: buche, guadi troppo alti di affluenti, selve troppo fitte. La situazione divieti si complica: ci sono aree protette e, in generale, le spiagge dei fiumi sono di proprietà demaniale, per cui farsi beccare in moto a sgommare sulla sabbia può portare a procedimenti di carattere penale. Ma siamo in Italia e, spesso, le cose si fanno col buonsenso. In generale, c’è tanta gente che ci va in auto per pescare e prendere il sole, su quelle spiagge, anche se non si potrebbe. Non subiscono multe, perché basta comportarsi in maniera civile, cosa che spesso non facciamo noi motociclisti, convinti di essere degli Edi Orioli in incognito. Così, ad esempio, troppa gente che girava a Balossa Bigli ha finito per esasperare la popolazione locale ed è scattata la repressione. 

 

PROGRAMMA NON SEMPLICISSIMO

Mettere insieme le esigenze di tutti non fu facile. L’idea era di fare la prima tappa il sabato prima della Cavalcata del Monferrato, quindi da Torino a Casale, circa 150 km. E lì potevamo solo Polpo ed io. La domenica Polpo, Nello e Cavallino avrebbero fatto la Monferrato, mentre io avrei fatto il servizio sulla Greenpistons su FUORIstrada. Lunedì avremmo fatto la Casale-Cremona e, in serata, si sarebbe aggiunto Giorgio XT. Quindi, in due giorni, dormendo “dove sarebbe calato il buio”, saremmo arrivati al Delta. Logicamente, io avrei fatto un articolo per FUORIstrada, di questa traversata del Po.

 

QUALI MOTO?

Sembra una cosa facile: una sterratona scorrevole sull’argine, quindi una bella maxi enduro a due cilindri è la benvenuta. Invece, proprio per le caratteristiche variabili di quella terra di nessuno tra argine e fiume, per il fiuming del Po è meglio una bella monocilindrica.

Polpo aveva una Honda XR600R che amava come una figlia e che chiamava Bombarda. Aveva un bagaglio ridotto all’osso: niente tenda, niente antipioggia (“Tanto è primavera”), attrezzi ai minimi termini.

Nello si sarebbe presentato con una Suzuki DR-Z400E, quella cattiva, anche lui bagagliato all'osso. Cavallino aveva anche lui una DR-Z400, ma la S, quella più tranquilla. Anche lui lesinava sul bagagliame. Anche io, ma pensa un po', avevo una DR-Z400, in versione S, equipaggiata con un monumentale serbatoio Montebelli da 28 litri e due borse a bisaccia concepite per portare gli scarponi da sci, ma perfette per l'antipioggia, un pile, un paio di ciabatte da piscina, un cambio di abiti civili, due camere d'aria, una pompa da bici, leve e attrezzi. Un amico, detto il Grande Levoski (con la V), mi aveva procurato a prezzo stracciato un treno di gomme Metzeler da cross, con dei tasselli lunghissimi. Però, la prima tappa la feci con jeans, giubbotto di pelle e borse laterali da turismo stradale perché la roba da fuoristrada era finita non so dove, comprese le borse per gli scarponi da sci.

A questo punto Giorgio XT, stizzito e nauseato da un viaggio dove tre persone su cinque avevano la DR-Z, decise di acquistarsene una per sé, apparentemente tradendo secoli di fedeltà alle Yamaha. In realtà, lui aveva comprato quella moto solo per conoscerla a fondo e poterla denigrare meglio. Più la guidava e peggio ne parlava, finché non decise di farla morire di ruggine nella sua baita in Cadore. Come bagagli, si presentò con due stupende borse laterali in alluminio, robe da Italia-Mongolia. E manco l'antipioggia ci aveva messo, dato che lui guidava sempre con capi impermeabili da turismo. All'interno di quelle casse c'erano varie cose indispensabili per un viaggio in fuoristrada, come un’enorme enciclopedia delle osterie d’Italia e un personal computer da 15 pollici, portato per farci vedere, la sera, dei documentari di viaggi in moto attraverso il Canada. Insomma, quattro DR-Z e una XR, c'era un vago sbilanciamento.

 

TAPPA ZERO

La tappa zero è il trasferimento da casa mia a casa di Polpo, che anticipa la prima tappa. Andare da Milano a Torino avrebbe dovuto essere una noiosa autostradata di un paio d'ore, ma io partii col buio, sotto la pioggia battente e con queste gomme da cross che, da nuove, flettevano in senso laterale e facevano sembrare la deambulazione autostradale simile a quando vi ubriacate prima di attraversare una pista di pattinaggio su ghiaccio con le pattine. Andare in autostrada di notte, con la pioggia, è un'esperienza simile a quando un aereo attraversa un banco di nuvole: da seduto, il passeggero non “vede” le turbolenze e subisce tutti i vuoti d'aria senza poterli prevedere. In moto è uguale: avvallamenti e rappezzi non li vedi e non li anticipi, ci finisci dentro alla sacco di patate, col conforto dei camion che ti fanno il pelo. Con queste gomme, i rappezzi longitudinali li vivevo come uno che stava cadendo senza preavviso. Insomma, ero conscio che stavo per isolarmi dal mondo civile, con il fiuming del Po, ma non mi aspettavo che già la tappa zero mi avrebbe regalato tutte queste emozioni. Ma ne avrei fatto volentieri a meno.

 

UNA CENA DI GELO

Polpo mi aveva invitato a cenare e a dormire a casa sua. Durante quell'osceno viaggio autostradale, mi resi conto che mi stavo presentando a mani vuote, così entrai in un autogrill e telefonai a Giorgio XT che, di professione, faceva il tuttologo e sapeva tutto di tutti. “La so lunga” e “So le cose di default” erano i suoi motti. “Devo andare a cena da Polpo, cosa gli compro?”. “Lui va matto per il salame d'asino al pepe nero”. Si trattava di una specie di palla ricoperta di pepe scuro. Me la caricai a bordo e arrivai Torino, a casa di Polpo, bagnato e infreddolito, ma lui mi accolse con del gelo polare, ovvero finestre spalancate, silenzio ostile e solo ortaggi per cena (io non mangio né frutta, né verdura, perché fanno bene). Da anni, il suo grande amore, chiamato La di nome e Cativa di cognome, lo aveva mollato per un tizio che girava con una Yamaha R1 e lui rompeva le palle a tutti su quanto era triste e infelice senza di lei. Aveva scritto un libro, “Guadami negli occhi”, il cui inizio era dedicato a questo suo cuore infranto. Il suo ululato disperato era la più alta lirica sul Dolore dell'Amore mai pubblicata dai tempi di Dante. Ma, a lungo andare, ci eravamo stufati e gli avevamo pure sbirciato le foto di La Cativa in topless, per cui adesso lui faceva l'offeso e il sostenuto. Dopo una cena a base di pane, carciofi ed acqua, mi indicò un pagliericcio sul pavimento sferzato dal vento e dalla pioggia e mi disse che avrei potuto dormire lì. Il salame d'asino al pepe nero manco l'aveva guardato.

 

TORINO, UN FOTOGRAFO IMBECILLE

La mattina dopo diluviava e faceva freddo. Mi sentii molto fighetto quando Polpo mi propose di mandare in mona il viaggio e di guardare le videocassette della Mondocorse sul Mondiale Enduro. Poi, alle 11, in preda ai rimorsi, montammo in sella. Lui disse che pensava che il giusto inizio di questo viaggio avrebbe dovuto essere ai Murazzi, ovvero il lungo Po del centro di Torino. Pioveva forte e si mise la tuta antipioggia, ma con l'intenzione di mollarla da qualche parte se avesse smesso di piovere. Ci arrampicammo sulla collina dei Cappuccini, che fronteggiava i Murazzi e  avrei dovuto limitarmi a scattare una foto, anche una sola, per sancire l'inizio del viaggio. Ma pioveva, la luce era scarsa e io mi sentii dire “Dai, torno un'altra volta, col sole”. E non scattai neanche mezza foto! Un imbecille totale! Ovviamente, non tornai mai più. Ancora oggi mi domando cosa io abbia avuto nel cervello. Nel frattempo, Polpo piangeva, col cuore spaccato. Ai Murazzi, ai tempi della sua felicità, si limonava La Cativa e adesso si stava struggendo nel ricordo degli slingui perduti.

 

SAN MAURO TORINESE-GASSINO

A Torino città il fiuming non viene bene. Non c'è spazio per farlo, il fiume è incassato tra l'asfalto, le case, qualche parco. Non c'è la classica situazione argine - terra di nessuno - fiume. Quando finisce la città, iniziano i campi coltivati. Riuscimmo a trovare una sterrata-discarica piena di qualsiasi cosa, dai televisori alle carcasse delle Renault 5, dai materassi alle sedie delle aule scolastiche. Poi di nuovo campi coltivati. Finalmente, a San Mauro Torinese iniziò la magia. L'argine si staccò quel tanto da permettere alla terra di nessuno di prosperare, noi ci calammo lì sopra e iniziò il Viaggio. Scendere dall'argine e trovare qualcosa di commestibile che ti permetta di andare verso il mare è la ricetta della felicità. Trovammo subito passaggi divertenti, ad esempio quando si dovette superare un piccolo affluente del Po (il Rio Dora, che nulla ha a che fare con la Dora Baltea e con la Dora Riparia) e l'unico punto di guado era a filo del Po stesso (eravamo sulla riva meridionale del fiume). Ma finimmo anche su una spiaggia di sassi grossi e tondi, che la pioggia aveva reso viscidissimi. Fare quella roba vestiti da pioggia era terribile, si faceva la sauna e si guidava impacciati. Allora Giove Pluvio si intenerì e decise di far smettere di piovere.

 

GASSINO-VEROLENGO

Nel frattempo un amico di Polpo, che amava fare fiuming con una vecchia Aprilia Climber da trial, continuava a telefonarci, perché ci aveva dato appuntamento sul ponte di Verolengo per mezzogiorno e ancora non ci vedeva all'orizzonte. Infatti noi eravamo in ritardo marcio e lui se ne tornò a casa senza vederci, deluso. Noi si marciava senza trovare grossi intoppi, ma il fiuming è il fiuming, non è un'autostrada. Ogni tanto trovavamo campi coltivati e dovevamo fare dei giri dell'oca per aggirarli. In uno di questi  c'era un contadino, che stava armeggiando sul trattore. Chiedemmo brutalmente se potevamo costeggiare il suo campo. Lui alzò la testa, ci guardò, ci pensò un attimo e disse: “Ma sì, dai”. Trovammo tantissime prostitute: alcune scappavano, collegando le moto a chissà quale esperienza traumatica. In alcuni casi c'erano i clienti in attesa, omini col cappotto che evitavano di guardarsi in faccia tra loro, mezzi imboscati tra le frasche. Trovammo un campo pieno di tronchi tagliati nascosti nell'erba, avanzare era insidioso, ne centrai uno in pieno e cascai di faccia, atterrando su un coniglio che mi si divincolò da sotto il petto. Si era acquattato al suolo, spaventato dalle moto, poverino; ma solo la più spietata legge di Murphy poteva far sì che un tizio gli cascasse sopra. Io sentii questa cosa viva che si agitava sotto di me e mi venne un colpo!

Altri piccoli intoppi erano l'XR600 di Polpo che aveva immensi problemi di avviamento. Ogni volta che la spegneva si autocondannava a lunghe sessioni di schiccate senza effetto, interi minuti passati ad agitarsi sul lungo kick della XR. Il mio DR-Z, invece, faceva un rumoraccio con la catena di distribuzione.

Entrammo in una foresta amazzonica, frustati dai rami perché il passaggio era troppo stretto. Quando ne uscimmo, provai una strana sensazione di bagnato al piede sinistro. Mi sentivo il freddo di quando ti si bagna, ma scottava pure, come quando un ramo ti strappa il tubo della benzina e questa ti cola direttamente dentro lo stivale. Una sensazione urenda! Si risolse rimettendo a posto il tubo e passando tutta la giornata col piede irritato.

 

I “LOCAL” DI VEROLENGO

A Verolengo passammo sull'altra sponda. Non seguivamo un particolare criterio. Il fiuming del Po non lo fai con le mappe o col Gps. Se non l'hai mai fatto, non hai motivi per scegliere la sponda sud o quella nord. Noi si passò sulla sponda nord perché a Verolengo il ponte era di ferro ed era un peccato non passare lì sopra. Ma quello che trovammo dall'altra parte era perfetto, per noi: una rete di sterrate scorrevoli che permetteva di fare molti chilometri senza sforzo. Ed è qui che trovammo dei local, nel senso di enduristi del posto. Erano quanto di più professionale avessimo mai visto: indossavano felpe, gilet di piumino, K-way, jeans, pantaloni della tuta, stivali di gomma, scarpe  da ginnastica e guidavano moto da cross non troppo fresche, prive di targa e fanali. Alcuni avevano le chiappe fradice di acqua e fango tirati su dalla ruota posteriore e sembrava che si fossero fatti la cacca addosso. Al loro confronto io, che giravo in  jeans e giubbotto da chopper, sembravo più professionale di Cyril Despres (che, in quel 2004, era già uno dei dakariani più forti). I tipi erano simpatici e ci chiesero dove stessimo andando. “Al mare”, rispose Polpo, col suo solito gusto per le uscite teatrali. Perché se sei di Verolengo, per andare al mare ti basta andare verso sud, in Liguria. Non verso est. Stare alle porte di Torino e dire che stai andando al mare Adriatico fa un certo effetto, perché stiamo parlando di 600 km.

 

BORGO REVEL, LA DORA BALTEA

Salutammo i local e proseguimmo per queste sterrate molto facili, finché non incontrammo un ragazzo sui trent'anni a bordo di una Land Rover bianca che ci fermò e disse: “Ehi, questa è proprietà privata. Questo terreno è mio”. “Ma non c'erano cartelli, cancelli, catene, sbarre! Noi arriviamo da Verolengo e non abbiamo trovato nulla di tutto questo”. “Sì, perché non ho messo nulla. Se volete proseguire fate pure, ma non uscite dalle sterrate”. Ottimo, era già la seconda persona su due che ci permetteva di passare sui suoi terreni.

Sicché, arrivammo al Po Rotto, che è uno dei tanti pezzi di Po che si stacca dal corso principale per farsi un giretto e poi tornare a casa. Ma era enorme, dal punto di vista motociclistico. La strada entrava nell'acqua e ne usciva cento metri dopo, troppi per capire quanto fosse profondo il fiume. Ma io ero con Polpo, un vero deficiente, uno che davanti ai guadi non capiva più nulla, per cui la sua tecnica di guado era infallibile: “Per capire se un guado è fattibile in moto, bisogna provare a farlo in moto”. Ne uscimmo indenni, ma sarebbe potuta andare diversamente. Avrebbe avuto spunti per un thread delirante sul sito Soloenduro, del quale era una delle star indiscusse.

Io ero esaltato, perché non avevo capito che quello era il Po Rotto ed ero convinto di avere guadato sua maestà la Dora Baltea in persona. Infatti mi ammosciai, poco dopo, quando trovammo un fiume enorme e un ponte che ci passava sopra: era quella la Dora... ed era inguadabile.

Dall'altra parte del fiume trovammo una pista larghissima che portava ad una cava, percorsa dai camion. Sbucò fuori un signore che brandiva un barattolo pieno di vermi e ci minacciava: odiava le moto e non voleva che passassimo di lì. Un classico: i camion, grossi e rumorosi, non gli davano fastidio, le moto sì. Aiuto, l'umanità è pazza.

 

CRESCENTINO, MUCCHE CHE BEVONO IL PO

A Crescentino mi fermai allibito: c'erano delle mucche che non solo pascolavano dentro il Po, ma se lo bevevano pure. Ci fermammo per guardarle ed ecco che un cane rabbioso ci si parò davanti, deciso a giocare con le nostre gole. Mentre cercavamo di capire quanto fosse pericoloso, arrivò il pastore. Era un ragazzo rumeno che viveva in una roulotte. Era su una Graziella ed era incuriosito dalle nostre moto, ma non teneva a bada il cane. Era amichevole, simpatico. Polpo gli chiese: “Il cane è tuo?”. “Sì, sì, sì”. “Ma è pericoloso?”. “Sì, sì, sì”. Ci guardammo. Il cane era pericoloso per davvero, o questo non sapeva l'italiano e diceva di sì a tutti, di default, senza capire le domande? Credo che valesse la seconda perché, quando ripartimmo, il cane si fece da parte scodinzolando.

 

FONTANETTO PO, LA CADUTA

Ogni volta che guadavamo dei Po rotti sapevamo che era come attraversare un ferro di cavallo, per cui il guado andava fatto due volte. A Fontanetto Po la cosa si rivelò complicata, perché il primo guado era basso e il secondo altissimo. Sicché, nel fare dei fuoripista tra i cespugli alla ricerca di un guado commestibile, ci perdemmo di vista e, applicando alla perfezione la legge di Murphy, cascai dentro un buco, con la moto che mi cadde sulla gamba col manubrio verso il fondo della buca. Mi uscì la spalla destra (un problema che mi porto dietro dal 2003), ma rientrò da sola, come al solito, regalandomi un forte dolore per il resto della giornata. Non riuscivo a liberarmi e la benzina tornò a colarmi sullo stesso stinco già inondato in mattinata. Polpo non aveva idea di dove fossi, aveva trovato un ponte e aspettava che ci arrivassi anche io. Per fortuna, riuscii a liberarmi da solo ma ci sono volte che proprio quella gamba non si riesce ad estrarre da sotto la moto!

 

PALAZZOLO, IL CIMITERO DA PAURA

A Palazzolo, la terra di nessuno si allarga e ci si allontana dal fiume attraversando una radura piatta e spelacchiata che la luce invernale rendeva allucinante come dopo la caduta di una bomba atomica. In questo contesto, attraversammo un villaggio abbandonato, con cascine, chiesa e cimitero. Io ero allibito: faceva ancora più paura della villa spettrale di “La casa dalle finestre che ridono”. Mi venne voglia di diventare un regista solo per sfruttare questa location altissimamente inquietante!

 

TRINO, LA CENTRALE NUCLEARE

Dalla terra di nessuno montammo sull'argine e davanti a noi ci si parò una specie di astronave: era la centrale nucleare Enrico Fermi di Trino. Non era previsto che due enduristi ci potessero arrivare come se fosse stato un chiosco di gelati, così due militari ci vennero incontro a bordo di una Fiat Campagnola. Erano incazzati neri. Avevano armi dappertutto, in particolare mi colpì un coltello fissato al petto, pensai: “Ma se quello si china gli entra la lama nel naso!”. Ci cacciarono in malo modo, come ci permettevamo di passare di lì in moto? Spiegammo che non sapevamo nulla di quella centrale, ma stavamo andando al mare navigando d'istinto. I due si calmarono. Erano ventenni con l'accento del Sud Italia. Mi immaginavo la loro storia: ragazzini meridionali, che entravano nell'esercito e li mandavano in Piemonte, lontanissimi da casa, a custodire una centrale nucleare in riva al Po, lontani dalla civiltà, isolati e in preda alla noia. Tutto sommato, noi rappresentavamo un bel diversivo e poi mi sa che a loro le moto non dispiacevano. Quindi erano 50% militari incazzati e 50% ragazzini del Sud sperduti e isolati. Li salutammo, aggirammo la centrale e proseguimmo il viaggio. L'ora di pranzo era passata da un pezzo e speravamo di trovare qualcosa lungo la via, ma la terra di mezzo del Po non è certo il posto dove si può sperare di trovare un ristorante: infatti, saltammo il pranzo. Avremmo dovuto andare verso nord, passare l'argine ed entrare in qualche paese, ma avremmo spezzato la magia del sembrare in un altro continente e in un'altra era. Eravamo pellegrini medioevali al cospetto di un'astronave aliena.

 

CASALE MONFERRATO, IL CIRCUITO

A un certo punto, nei pressi di Morano Po, oltre una rete ci si parò davanti quello che sembrava un circuito. Aveva l'asfalto spaccato e i cespugli che crescevano sulla sede stradale, ma aveva ancora il fascino dei templi della velocità. Ignoravamo cosa fosse, eppure è stato un circuito dove giravano persino le Formula 1 (Merzario ci girava a ritmi di un minuto al giro, a 145 km/h di media). La sua storia è triste: inaugurato nel 1973, lungo circa 2.400 m, appena 4 anni dopo venne chiuso in seguito alle proteste per il rumore. Una ruspa divelse 500 m del circuito per renderlo inagibile. Nel 1980 quel tratto venne riasfaltato, ma non ci hanno corso mai più.

A Casale Monferrato la magia venne temporaneamente interrotta. Polpo andò a cena con Hans (inventore dell'attuale Monferraglia, cavalcata fuoristrada per ciclomotori tipo Ciao) e io tornai a Milano, perché il giorno dopo dovevo fare la Greenpistons.

 

PAUSA DI RIFLESSIONE

La Greenpistons si svolse poco sotto Varese e si rivelò una cavalcata molto divertente. Inoltre, qui ebbi modo di conoscere un certo Carlo Acquistapace, che era il collega del fidanzato della sorella di un amico di mio cugino (non scherzo!) e che apprezzava la rivista FUORIstrada, sicché aveva voglia di conoscermi. Facemmo la cavalcata insieme e lui diventò in breve il mio migliore amico, per cui benedetta fu quella Greenpistons. Però staccarsi dalla magia del fiuming del Po, tornare a Milano e andare nel Varesotto non fu bello. Ancora peggio andò in serata, quando dalla redazione mi fecero sapere che lunedì non sarei potuto tornare sul Po per la seconda tappa, perché c'era da chiudere lo “Speciale Turismo” di Motociclismo e io dovevo impaginare un mio pezzo. Era un paradosso: per  un articolo di turismo, dovevo rinunciare a fare turismo.

Andai dal meccanico, che mi disse che i rumoracci di distribuzione erano dovuti alla catena troppo usurata per poterla tendere ancora. “Finisci pure il tuo Po, non rimarrai a  piedi” mi disse. Ottimo!

Nel frattempo, Polpo a Casale si univa a Nello e Cavallino e insieme facevano la Monferrato, ma a Nello andava in pappa il motore. Che la DR-Z sia una moto affidabile non c'è dubbio, ma lo è relativamente al contesto delle enduro “quasi” racing. Non dura a lungo quanto un'Africa Twin, neanche la metà. Ogni tanto si sente parlare di qualche frittata, se si parla di queste particolari Suzuki. Nello, così, era a piedi. Saltò quindi fuori una ragazza, l'Atomica, che frequentava lo stesso giro di Polpo e che offrì a Nello la sua Honda XR250R con assetto super ribassato. Nello accettò, il trio poteva partire e Polpo lasciò l'antipioggia nelle mani dell'Atomica, per viaggiare leggero. Quindi, io saltai la seconda tappa e mi mangio le mani ancora adesso. Polpo passò la giornata a telefonarmi, non fece altro che parlare di rovi dove si incastravano e di una chiusa da superare facendo passare le moto su un corrimano. In serata, mi telefonarono da Cremona e mi dissero di raggiungerli per l'indomani mattina.

 

CREMONA

L'indomani, alle 7, avrei dovuto infilarmi in autostrada, ma subdoli attacchi di sguaraus mi costrinsero sulla tazza fino alle otto, mentre Polpo mi insultava al telefono. Alla fine disse che non potevano aspettarmi e che sarebbero partiti senza di me: e questo fecero. Io mi fiondai in autostrada, per coprire i 100 km fino a Cremona a 130 orari fissi, povera DR-Z. C'era un timido sole, ma era un marzo freddo e la temperatura era intorno ai cinque gradi centigradi. Arrivai congelato a Cremona, mi buttai sull'argine, decisi che in fuoristrada avrei sudato e così mi tolsi i vestiti invernali: a quel punto, il sole venne inghiottito da una nube nucleare e si mise a fare freddo per davvero. Impossibile non pensare al film “L'imbalsamatore” di Garrone, dove una struggente musica della Banda Osiris accompagna la ripresa di un nebbione nei pressi di Cremona. Mi misi sull'argine maestro a quelli che mi parevano 180 km all'ora, finché non beccai i quattro compari di viaggio che incedevano con il passo indolente di quattro non-agonisti che se ne vanno verso il mare gustandosi il paesaggio, Polpo escluso. E questo era bello. Ho scoperto da parecchio tempo che la Bellezza non sta solo nel mosso (montagne, mare) ma anche nello statico (pianure piattissime). Qua c'erano boschi, campi verdissimi a perdita d'occhio, begli scorci sul fiume, chiesette piccole ed isolate, cascine, casette, palafitte.

 

STILI DIVERSI

In quel periodo Polpo, GiorgioXT ed io giravamo sempre insieme. Ci chiamavano gli Orsetti in quanto tutti e tre barbuti, ciccioni e pelosi. Ma avevamo stili di incedere assai diversi. Polpo era un competitivo assurdo: anche in giri turistici come questi voleva sempre stare davanti. Si piazzava in piedi sulle pedane, da vero secchione, impettito come se avesse avuto un palo nello sfintere e ti guardava fiero, come a dire: “Hai visto? Guido sempre in piedi, Io”. A me piace guidare appaiato, come i cow-boy, quindi ogni volta che lo affiancavo per fare il cow-boy questo bischero pensava che stessi provando a passarlo e raddoppiava il gas, per non farsi prendere. Lui era uno della serie “o gloria o morte”, tipo che i guadi andavano fatti a 100 km/h, a costo di cadere, altrimenti che si andava in moto a fare?

Invece, io e Giorgio XT guidavamo sempre seduti e sempre guardinghi sul da farsi. Addirittura, Giorgio tentava sempre di convincerci che qualunque sterrato “No, non si può fare, prendiamo l’asfalto” e guidava con camicie di colore bianco, senza sudare.

Sul fronte del cibo, mentre io e Polpo consideravamo relativamente poco importante la sosta pranzo, arrivando a saltarla come due giorni prima, per Giorgio era la motivazione principale del suo muoversi in moto. La sosta pranzo era un momento sacro e andava consumata all’ora giusta e nel posto giusto, ovvero una trattoria di quelle dove si mangia bene e tanto.

Dove tutti e tre eravamo in disaccordo era sull’uso dei telefoni cellulari. Ciascuno accusava gli altri due di stare perennemente al telefono. In questo viaggio, ad esempio, Polpo guidava col cellulare dentro il casco, per informare i suoi 4.500 amici sull’andamento del viaggio. In particolare, all’Atomica dettava i comunicati ufficiali da scrivere su Soloenduro.

Giorgio XT chiamava gente di continuo. Quando ero in redazione, mi telefonava tre volte al giorno, impartendomi lezioni di vita, specialmente su quali articoli fare per FUORIstrada. E lo stesso faceva mentre viaggiavamo in moto, telefonando di continuo a chissà chi.

Quanto a me, ero sms-dipendente e non facevo altro che scrivere a questo e a quello. A ogni sosta, anche solo per aspettare qualcuno che restava indietro, si estraeva al volo il cellulare e iniziava lo spippolamento. In particolare, io ero sempre fermo a scattare foto e, quando raggiungevo il gruppo, c’erano sempre Polpo e Giorgio XT con il cellulare attaccato all’orecchio.

Nello e Cavallino subivano in silenzio le nostre violenze.

 

SOARZA – MEZZANO RONDANI

Il viaggio era interessantissimo. C’erano tante cose che attiravano la nostra attenzione: le barche che dragavano le cave a Soarza, strani veicoli rurali a Zibello, una pista di sabbia sempre a Zibello, il ponte di ferro della ferrovia Parma-Brescia (sono i ponti che ti fanno capire a che punto sei col fiuming). A Coltaro facemmo un giro sull’isoletta che sorge in mezzo al Po: speravamo che ci fosse un secondo ponte per poterla attraversare senza tornare indietro, invece di colpo la sterrata si faceva sentiero e portava in punta all’isola. A Sacca trovammo un villaggio di palafitte. Non come quelle preistoriche, ma case in cemento o legno fatte apposta per reggere le piene, che gli abitanti del Po chiamano Baracche. C’era anche il benzinaio... ma per le barche. Sempre a Sacca trovammo la più balorda strada del mondo, con dei solchi di fango secco fatti dal triciclo del figlio di Polifemo.

Nel frattempo, la XR600 di Polpo faceva sempre più fatica ad avviarsi e, a un certo punto, si passò all’avviamento a traino.

 

BARACCA MILLELITRI

Verso mezzogiorno, Giorgio XT iniziò la sua litania: aveva fame, era ora di tornare verso l’asfalto e cercare un ristorante gestito almeno dal cugino di Gualtiero Marchesi. Noialtri lo ignoravamo, oppure lo insultavamo: “Non lo vedi che stiamo facendo il fiuming? Cosa rompi le palle con ‘sta cosa inutile del mangiare?”. Ma, lo confesso, quando finimmo in una radura nel bosco e trovammo, appeso tra due alberi, uno striscione con su scritto “Orchestra Millelitri” io ne fui contento. Mi rilassai come quando so che sto per sedermi a un tavolo pieno di ravioli fatti in casa. Accanto allo striscione c’era una vera baracca di legno, la Baracca Millelitri. Suppongo che i litri si riferissero al vino, che qua doveva scorrere a fiumi. Si trattava di un ristorante di legno, decisamente alla buona, con scritte e quadretti naif sulle pareti. Ma era chiuso, sprangato, abbandonato da Dio e dagli uomini. In giro c’erano cose inquietanti come divani fradici per la pioggia, padelle con dentro i ravioli, ma vecchi di giorni, secchi, rappresi e misteriosamente non toccati dagli animali. E c’erano gli sci. Vecchi sci anni 70, posati sul prato.

Nello era commosso. Si immaginava un posto dove le famiglie venivano qui in bicicletta, cantando “Romagna mia” (in Emilia?) e bevendo vino tutti insieme. Io, invece, in questa decadenza e abbandono vedevo le conseguenze dell’assalto di una infernale bestia dei boschi, in stile “bete de Gevaudan”.

 

LA MALINCONOIA

Deluso dal fatto che come ristorante non fosse in grado di sfamarci, Giorgio XT si fece minaccioso e così accettammo di andare su asfalto a cercare un buco dove mangiare ma, ormai, era troppo tardi. Arrivammo in una bettolaccia di Mezzano di Sopra, alle 14.30 e domandammo a una certa Marisa se c’era qualcosa da mangiare. Lei si imbestialì e ci sgridò con accento emiliano strascicatissimo: “Ma non lo vedete che ore sono? La cucina è chiusa da un pezzo! Cosa pretendete? Non ho più niente da darvi, a parte questo, questo, questo e questo!”. Ciò detto, ci portò frittate di formaggio calde e croccanti, salumi e formaggi. Mangiammo persino troppo...

Ma ci venne la malinconia. Si mise a piovere. Polpo calcolò che eravamo in forte ritardo su qualcunque programma, così propose di tagliare il fiuming per un bel pezzo, fino al ponte di Mantova. Un balzo di 43 km secchi, su una strada bagnata e piena di camion. Il cielo era grigio, lo squallore predominava.

 

LE TOUQUET

Per fortuna, oltre il ponte di Mantova, a Motteggiana, c’era una grande spiaggia sabbiosa, una specie di Touquet dei poveri. Quattro persone su cinque si eccitarono e si gettarono su quella roba, mentre Giorgio XT commentava le solite cose: non ha senso, non porta da nessuna parte, io proseguo su asfalto. Giunto a metà spiaggia ricevetti la prima telefonata della giornata: era Paola Verani di Motociclismo, che aveva letto il pezzo fatto da me il giorno prima per lo Speciale Turismo, aveva scoperto che l’avevo fatto col culo e mi telefonava per insultarmi. Nel frattempo Polpo, che aveva appena smesso di telefonare e si stava accingendo a chiamare qualcun altro, vedendomi fermo col telefono dentro il casco perse la pazienza: “Ma porca miseria, sei sempre fermo a telefonare, di questo passo al mare non ci arriveremo mai!”. In quel momento, persi l’equilibrio e la moto iniziò a sdraiarsi. Così mi ritrovai a dover gestire una pazza che mi insultava per telefono, un deficiente che mi insultava a voce e una moto che stava cadendo, da reggere con una mano sola. E mi toccò promettere che, appena arrivato al mare, sarei corso subito in redazione, per rimediare alle mie colpe e finire come si deve il pezzo.

Quando ripartii, gli altri erano spariti.

 

LA PALUDE DELL'ORRORE

In fondo alla spiaggia c'era un bosco e un sentiero vi entrava, come il guanto di lattice di un gastroenterologo. Dopo uno stretto corridoio nella giungla, la pista si apriva in una radura simile a un cratere pieno di cacca molle, che andava attraversato. Se non venivi inghiottito da quella schifezza, dovevi superare una salita fangosissima. E quella che vidi fu una scena dantesca: la moto di Polpo era a due terzi della salita, sdraiata col manubrio all'ingiù; Polpo stava ancora rotolando verso valle, privo di vita; Cavallino era piantato nella palude e Nello scuoteva la testa, in attesa che toccasse il suo turno. Giorgio XT era dall'altra parte, al sicuro: aveva trovato un asfalto che aggirava tanto la spiaggia quanto la palude e ci stava aspettando, facendo un paio di telefonate. Provai io. Passai la palude, ma volai sulla salita, anche io col manubrio a valle. Giorgio, al telefono, sorrideva delle nostre tragedie e raccontava a qualcuno: “Io La So Lunga. Sono passato sull'asfalto, Io”.

 

SAN BENEDETTO PO – SERMIDE

Si prendeva un buon ritmo. A Villa Saviola trovavamo due tedeschi in tenda: stavano discendendo il Po in gommone, pescando qua e là. Nessuna paura delle nutrie assassine, Loro. Si passava San Benedetto Po, sede di un'abbazia bellissima. Si passava il Secchia con un ponte. Ed ecco Revere, un curioso paese dominato dal suo castello e dalle ciminiere della centrale di Ostiglia, che si trovano sulla sponda opposta. Ormai era tardi, così abbiamo deciso di andare avanti ancora per venti chilometri, fino a Sermide.

 

SERMIDE

Questi paesini a ridosso dell'argine maestro ci piacevano molto. Piccoli piccoli, visibili per intero dall'argine, spesso all'ombra di qualche castello, vittime delle nebbie, delle gelate, delle piene, dell'afa e delle zanzare: non ci dev'essere una sola stagione in cui si sta bene, da queste parti. Aldo Ballerini ha vissuto a lungo sul Po, quando Super Wheels si spostò da Reggio Emilia a un buco a sud di Mortara e non ci s'è trovato bene: dice che era un mortorio, che non c'era nulla da fare e che la gente era chiusa e sospettosa. Sì, gli credo, ma non posso farci nulla se questi posti di frontiera, come i paesini sperduti del vecchio West, mi affascinano per ragioni che esulano dalla logica e dal ragionamento. Così a Sermide finimmo in un motel e sembrava di essere in Florida. Andammo a cena e, mentre io sfoggiavo un completo borghese in cui spiccavano le ciabattine da piscina, Giorgio XT venne vestito da moto, col completo impermeabile e gli stivali sporchi di fango. Allora non capivamo: l'antipioggia non l'aveva, i vestiti borghesi non li aveva, ma cosa teneva in quei cassoni in alluminio? Tutti i libri di cucina della Parodi? Andammo a cena da una tipa che ci disse che c'era del tirotto. Facemmo la faccia da fessi, senza capire e allora ci spiegò meglio: “Il tirotto è una pincia”.

Il mattino dopo andammo a fare colazione nello stesso ristorante della cena, ma c'era il mercato e allora Polpo disse: “Non fa nulla, andiamo in moto attraverso il mercato”. Mentre eravamo seduti al bar, arrivò un vigile: “Mi hanno detto che siete passati in moto attraverso il mercato”. Eravamo fritti! Ma lui aggiunse: “Dove andate? Fino alla foce? Che bello! Che moto avete? Mi piacerebbe venire con voi. Però adesso le moto portatele a spinta, attraverso il mercato, ok?”.

 

OCCHIOBELLO, LA FANGAIA ASSASSINA

La mattinata andò bene. Il percorso era divertente, il paesaggio sempre bello. Meno selvaggio rispetto al Piemonte, con boschi più curati e paesini sempre vicinissimi all'argine maestro. Passammo sulla riva nord e, alle porte di Stienta, che ha un campanile pendente come quello di Pisa, trovammo un sentiero a whoops naturali, una cosa incredibile. Poi il fondo diventò sabbioso, ci divertimmo molto e finimmo in una radura con un mare di sabbia sulla destra. Gli altri aggirarono quella meraviglia e io pensai: “Ma che sfigati! Passano il tempo a sospirare che vogliono andare in Africa, sulla sabbia e, adesso che ci sono davanti, l'aggirano?”. Quindi, entrai bello spedito là dentro, per scoprire che era un mare di fango molle. Mi fermai, la moto stava in piedi da sola, era piantata come si deve e dovetti andare a piedi a cercare gli altri e chiedere che mi aiutassero a tirarla fuori da lì. “Ma quanto sei imbecille?” mi domandavano gli altri. “Tanto tanto, ma tanto!”.

Sei chilometri dopo, la sterrata andava a sbattere contro un'incredibile collina tutta di fango. Bisognava scalarla, attraversarla evitando le pozze puzzolenti e poi scendere dall'altra parte. Sembravamo mosche su una cacca di cane. Ma passare non fu un problema... per quattro di noi. Fu Nello, il problema. Dopo avermi visto piantato come un cretino, pensò che lui avrebbe potuto battermi. E si infilò nelle pozze, che lo inghiottirono. Polpo e Cavallino erano già arrivati all'asfalto ed aspettavano che li raggiungessimo, ma Nello era affondato in maniera veramente professionale. La povera XR250 dell'Atomica stava affondando lentamente, come i cattivi nelle sabbie mobili dei film di Tarzan. Tirare fuori la moto da lì fu un disastro, ci mettemmo due ore, in cinque non si riusciva, sembrava cementata dentro, a un certo punto io affondai col piede e iniziai a venire inghiottito pure io, da panico... Ed ecco che, in questa fase da sfigatissimi, arrivò la Polizia. Si fermò accanto al DR-Z di Cavallino, lo ispezionò. Un agente venne verso di noi e capii che ci avrebbe arrestati tutti, invece era tutto agitato perché aveva scoperto che Cavallino aveva lasciato le chiavi nel quadro (capirai che stranezza...). Così, si mise a urlare: “Avete dimenticato le chiavi nel quadrooooo!”. “Sì, d'accordo, non c'è problema”. Ma quello insistette, continuava a urlare 'sta cosa delle chiavi nel quadro, doveva essere un poliziotto autistico. Alla fine, comunque, la Polizia se ne andò e la XR250 uscì da quella morsa letale.

 

BOCCASETTE, SI SFIORA LA TRAGEDIA

Mancavano ancora cento chilometri al mare. Era già l'ora di pranzo e avevamo buttato via due ore per estrarre la moto del Nello da quella schifezza all'ingrosso. Era tardi, come sempre. Il paesaggio cambiava: eravamo oltre Ferrara, nel Polesine. I boschi non c'erano quasi più, la campagna era piatta, lunare e con terribili case abbandonate, con le finestre nere che urlavano. Sfido, che Pupi Avati ha girato qua il suo horror! Ormai stavamo sempre sull'argine, fare fuoristrada era diventato difficile. Sembrava di essere all'estero. Il Po, a mano a mano che ci avvicinavamo al mare, si stringeva, che strano, mi sarei aspettato il contrario. Ogni tanto, un pezzo di fiume ci salutava: il Po ha sette rami, forse è per quello che alla fine non è molto largo. Scegliemmo di arrivare al mare da Boccasette, ma Giorgio XT non ne poteva più dalla fame e così, a Boccasette Down Town, ormai in riva al mare, ci costrinse a fermarci in un ristorante. Dentro c'era una non-viva di 240 anni che ci disse: “La cucina è chiusa, se volete ho delle brioche confezionate”. Giorgio non ce lo perdonò mai. Ma confesso che anche io mi ero fatto un film diverso sul nostro arrivo al mare. Mi immaginavo un sole che spaccava le pietre e noi che, per festeggiare, prima di gettavamo in mare, poi andavamo in una veranda sulla spiaggia a mangiare le linguine allo scoglio. Invece si stava mettendo a piovere, faceva freddo, il paesaggio sembrava quello del film “The Road” e non c'era nulla da mangiare, a parte una brioche confezionata e senza ripieno.

Da Boccasette al mare c'erano ancora 5 km, di una stradina in mezzo alle paludi. Finalmente arrivammo, ma c'era un ultimo ostacolo: la spiaggia era su un'isola collegata con un ponte galleggiante fatto a scala. Salire su quel ponte era da veri vandali, ma era un mercoledì di pioggia dei primi di aprile, non c'era in giro nessuno e noi eravamo arrivati fin qui dopo centinaia di km di stradine sterrate ed asfaltate. Polpo decise di violare quella scala. Arrivò in cima, si spaventò, chiuse il gas e precipitò all'indietro, facendosi le scale con la moto in retromarcia, mentre la gamba destra si incastrava nella balaustra. Una roba raccapricciante, un ultraquarantenne padre di due figli che rischiava una gamba in nome di un ideale: smotazzare sulla spiaggia di Boccasette. “Ma si può essere più coglioni di così? Doveva proprio salirci, su quella scala?”, dissi, per poi tentare la stessa, identica cosa. Mi andò bene, passai dall'altra parte, ero sulla spiaggia, ero arrivato a Dakar! Polpo non s'era amputato la gamba e non se l'era neanche fratturata, zoppicava e minimizzava, ma si fece aiutare a portare la moto a spinta su per la scala. Quel giro sulla spiaggia me lo ricorderò sempre, era una vera soddisfazione, peccato avere saltato la seconda tappa.

Ma adesso veniva la parte triste del viaggio: avevo promesso che sarei corso in redazione per finire le mie cose. Dovevo fare 330 km di asfalto sotto la pioggia nel più breve tempo possibile. Sarei arrivato tardi, ma tanto a Motociclismo, in chiusura, si fanno sempre le ore piccole. Polpo e Nello dovevano arrivare a Verona e carrellarsi. Erano senza antipioggia, faceva freddo e dovevano farsi 150 km in quelle condizioni. Oh, meglio 330 bene equipaggiato che 150 fradici! Mai capito perché quei due avessero lasciato a casa l'antipioggia. “Tanto è primavera”.

 

FINALE

Il finale è Nello che, un mese più tardi, invita tutti a casa sua (Novara) per una cena di festeggiamento e Polpo che si presenta col mio salame d'asino al pepe nero

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