di Tommaso Pini - 20 May 2022

Itinerari in moto: nelle Marche da San Benedetto del Tronto a Pesaro

Vi proponiamo un coast to coast particolare: di solito si definisce tale una traversata che unisce due mari, noi qui invece uniamo due tratti di costa, affacciati entrambi sull’Adriatico. Da San Benedetto del Tronto a Pesaro, allungando il percorso fino a toccare i Sibillini e percorrendo le “Strade della birra” che, forse non tutti sanno, sono un’istituzione marchigiana

Le strade della birra

Da anni ormai le Marche si conquistano un posto di tutto rispetto sul podio nazionale delle regioni cerealicole, sia per qualità che per quantità di produzione. Attori indiscussi sono i campi di orzo, con quasi 17mila ettari di coltivazioni e circa 769mila quintali di produzione (Istat 2019). Macerata è in pole position (405 quintali) davanti a Fermo (115mila quintali), paese che nessun motociclista vorrebbe avere sulla propria carta d’identità (nato a… ironizzando), ma dove una sosta regala bellissimi scorci. Tali numeri nel tempo hanno contribuito alla nascita di due importanti rappresentanze della birra artigianale: l’Associazione Nazionale Città della Birra e l’Associazione Marche di Birra, legata ai suoi giovani produttori. Ne è nato un progetto che vuole valorizzare il connubio tra vocazione brassicola e territorio marchigiano, “Le Strade della Birra della Regione Marche”. Strade e birra, due parole ipnotiche per un motociclista dove non potevamo mancare di metterci le ruote.

Un tuffo nel blu

Ma torniamo sulla costa adriatica, punto di partenza del nostro itinerario. Perché da qui? Con le Strade della Birra, che altro non sono che un dedalo di opzioni per esplorare l’entroterra marchigiano, abbiamo voluto unire sulla mappa due punti a nostro avviso emblematici: il Museo del Mare a San Benedetto del Tronto e il Museo Benelli nel centro di Pesaro. Due realtà fortemente legate al territorio e rappresentative della cultura e della storia di questa regione. È anche l’occasione per farsi un tuffo in mare prima di navigare tra le colline in cerca delle coordinate GPS dei birrifici.

San Benedetto del Tronto offre uno dei lungomare più belli d’Italia. Costruito nel 1931 dall’ingegnere Luigi Onorati, è lungo 6 km e ombreggiato da circa 8mila diverse specie di palme. Qui il legame con il mare è forte, come sottolineano molte installazioni, tra le quali ne segnaliamo una, sul molo Sud: “The Jonathan’s Way (realizzata dall’artista Mario Lupo nel 1986), dedicata al gabbiano Jonathan Livingston, protagonista del capolavoro di Richard Bach e simbolo di libertà. Prima ancora che motociclisti siamo spiriti liberi. La moto è soltanto il mezzo con cui “voliamo” ovunque ci porti il cuore. Ogni estate la passeggiata accoglie la rassegna “Scultura Viva” (giugno): un evento che vede artisti locali e internazionali impegnati a plasmare i massi del porto sotto lo sguardo curioso di turisti e passanti. Salutando il mare dalla Rocca di Grottammare diamo il via al nostro viaggio.

Lunga è la strada, stretta è la via…

Caratteristica divertente di alcune strade marchigiane è che si sviluppano sulla cresta delle colline, offrendo una vista a 180 gradi del paesaggio circostante. Raggiunto il borgo di Ripatransone, ci mettiamo alla ricerca del “Vicolo più stretto d’Italia”, un vicolo in tutta regola (con l’affaccio di almeno una finestra o una porta) che, all’altezza delle spalle, varia dai 43 cm ai 38 cm. In Italia non è l’unico a contendersi questo appellativo. In Molise per esempio c’è Rejecelle (34 cm nel punto più stretto). Chi detenga il primato a noi poco importa, l’occasione è perfetta per una foto ricordo. A causa dell’ultimo sisma alcune strade dell’entroterra marchigiano sono ancora interdette, così fatichiamo un po’ a trovare la via per Ascoli Piceno. Ma il girovagare per le campagne ci regala la vista sulla Chiesa di Santa Maria della Rocca (Offida), appollaiata, al sole, su uno sperone di roccia.

Volendo riassumere Ascoli Piceno in sole tre parole ci vengono in mente: architettura, olive e Anisetta. Le sue “forme” la rendono indubbiamente una città da passeggio urbano. Magari accompagnandosi con un cartoccio di olive ascolane, fino al Caffè Meletti. Qui, nel lontano 1870 il Cavalier Silvio Meletti dette vita al più nobile e gradevolissimo dei classici liquori italiani: l’Anisetta, un distillato di semi di anice verde mediterraneo e altre spezie aromatiche. La sua ricetta è gelosamente custodita dalla famiglia e l’antico Caffè trasuda storia in ogni dettaglio d’arredo. Anche Re Vittorio Emanuele vi fece visita per acquistare il liquore e lo decretò “Fornitore della Real Casa” (1910).

Curve sibilline

Prossima tappa: lambire una delle aree protette più belle d’Italia, contesa tra Umbria e Marche. Stiamo parlando del Parco Nazionale dei Monti Sibillini reso famoso dalla più pittoresca delle fioriture: le lenticchie di Castelluccio (indicativamente tra fine giugno e inizio luglio). Passando per Comunanza (Birrificio Le Fate) l’avvicinamento al Parco è scorrevole e armonico. Nel soffermarsi a frescheggiare sulle sponde del lago di Gerosa abbiamo incontrato Tano, che si preparava con il suo kayak ad una rilassante escursione a colpi di pagaia e silenzio. Al cospetto del Monte Vettore, il rilievo montuoso più alto del massiccio dei Sibillini (2.476 metri), ci divertiamo a strapazzare un po’ la nostra Leoncino giocando con le traiettorie della SP237. La piccola pesarese sa il fatto suo quando la chiami in causa, e le strade marchigiane sanno essere un terreno di gioco assai divertente. Mai troppo cattive e mai troppo melense.

Nella città di Amandola, detta anche la Regina dei Sibillini, un profumo di pasticceria decreta la tregua al nostro allegro andare. Sotto i portici che affacciano su Porta San Giacomo, i primi del 900, fu costruito il Gran Caffè Belli: specialità della casa un cornettone gigante ripieno di nutella, crema pasticcera, crema chantilly, marmellata (o, nella versione salata, con ripieno a scelta!). Sosta golosa per noi e carburante per la Leoncino, a pancia e serbatoio pieni si guida meglio.

Sotto sopra

Quando un territorio ti sorprende anche nelle sue viscere ti resterà a lungo nel cuore, e così è stato in questo viaggio. Le Marche sono belle sopra come sotto. Dalle panoramiche costiere si passa a cavalcare le sue morbide colline, per poi salire di quota tra vette e altopiani e sparire di nuovo all’ombra di boschi e gole. È un territorio in continuo equilibrio tra bellezza naturale e urbanizzata. E non solo alla luce del sole. Nel ventre del Parco Naturale Regionale della Gola della Rossa e di Frasassi le Marche custodiscono quelle che forse possiamo definire come le grotte carsiche più belle d’Italia. Si trovano a pochi chilometri dal comune di Genga e sono aperte al pubblico dal 1 settembre 1974. Da allora si stimano oltre 12 milioni di visitatori passati di qui. Rappresentano senza alcun dubbio una delle maggiori attrazioni turistiche della regione. In superficie le località da visitare sono molteplici, alcune più blasonate come la splendida Urbino, altre meno note o più nascoste come il Monastero di Fonte Avellana. Fu eretto alla fine del X secolo alle pendici del monte Catria (1.701 m) da eremiti ispirati da San Romualdo di Ravenna, padre della Congregazione benedettina camaldolese. La visita guidata nell’edificio è un piacevole viaggio nel passato con un occhio al presente, perché alcuni ambienti del Monastero sono ancora oggi inaccessibili per la presenza dei monaci. La strada per raggiungerlo è un’opera geometrica di bell’aspetto.

Da qui l’itinerario entra nel Parco del Monte Cucco, regalando curve e affacci che accendono il sorriso. Come detto all’inizio, non esiste un’unica rotta per visitare i birrifici artigianali, le combinazioni sono molteplici e dettate dal vostro tempo a disposizione. Di certo sapranno sfamare il vostro appetito stradale, non abbiamo ricordo di un tratto noioso fino all’ingresso nella città di Pesaro.

Tra aromi e fate

Lungo il percorso ci siamo fermati a tre birrifici artigianali: Le Fate, a Comunanza, i Castelli, ad Arcevia, e il Cantria, a Cantiano. Avendo tempo li avremmo visitati tutti, ognuno di loro ha una storia da raccontare. Inutile dirvi che servirebbero bauletti senza fondo per fare scorta di tutte quelle birre così diverse, ce n’è una varietà imbarazzante. La lezione che abbiamo imparato da questo viaggio è che la birra non è soltanto una piacevole bevanda, ma è creatività e capacità di esecuzione. Al mastro birraio spetta l’ardire di sperimentare nuovi abbinamenti con le materie prime locali, creando quel legame territoriale che rende unico ogni birrificio artigianale. Le Fate prende il nome dall’antica leggenda della Maga Sibilla e della sua corte di fate appunto, che dimoravano all’interno di una grotta sui Monti Sibillini (la “Grotta Delle Fate” sul Monte Sibilla a 2.150 m). Dal libro “Il Guerrin Meschino” di Andrea da Barberino provengono anche i nomi delle birre, ispirati dalle fate del racconto che sono state poi rappresentate in stile Manara da un grafico di Comunanza.

L’azienda agricola è nata nel 2011 con una piccola ma ambiziosa produzione che, dopo 10 anni, è arrivata a 12.000 litri a ciclo. Miele, castagne, anice verde di Castignano, mela rosa dei Monti Sibillini (presidi slowfood) sono alcuni degli abbinamenti che danno vita alle birre delle fate, per scelta leggere, con gradazione alcolica tra i 4,7 e gli 8 gradi. In azienda è possibile chiedere una degustazione o acquistare direttamente. I Castelli è nato nel 2012 come attività parallela, 3 anni dopo la scelta di entrambi i titolari di licenziarsi dalle rispettive attività per dedicarsi interamente al progetto: alla domanda come è nata la loro passione, rispondono: “Siamo grossi bevitori!”. L’azienda prende il nome dal territorio detto dei castelli (Avacelli, Arcevia, Montale, Caudino, Castiglioni, Piticchio, Palazzo, Loretello, Nidastore, S.Pietro). I nomi delle birre (oltre 25) si rifanno invece al latino, prendendo spunto dalle singole caratteristiche: l’Extrema Ratio (double ipa 7,4% vol.) è molto decisa e ha ottenuto riconoscimenti a livello nazionale e internazionale, l’Effetto Placebo (session ipa 3,5% vol.) al contrario è una birra molto leggera. La loro produzione si aggira intorno ai 1.600 litri per ciclo e la scelta di utilizzare anche la lattina è dettata non solo dalle richieste di mercato, rispetto al vetro il prodotto non prende luce e non ha alcuna micro ossigenazione. Anche qui troverete dei veri appassionati pronti a farvi degustare il frutto del loro duro lavoro (vendita diretta). Il Catria è nato nel 2014 come un semplice birrificio agricolo ma oggi è molto di più. Qui potrete soggiornare (70 euro a camera), piantare una tenda (permanenza gratuita ma solo per una notte), pranzare o cenare con taglieri arricchiti da gustosi piatti tradizionali (gulasch, carne di cavallo, cresce di Urbino) e sorseggiare le loro birre (7 varianti, da 5 a 9,5 % vol.). I nomi si ispirano alle “Tavole eugubine”, le sette tavole bronzee rinvenute nel XV secolo nel territorio dell’antica Ikuvium (Gubbio). Mentre il nome dell’azienda è ispirato al vicino Monte Catria. Gran parte della vendita è diretta, quindi se vi piacciono le loro birre dovrete tornare a trovarli più spesso!

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