di Marco Gualdani - 12 gennaio 2020

Gonçalves e la sicurezza. L'analisi della caduta

Cosa è successo al portoghese? A cosa si deve la sua caduta? Purtroppo si torna a parlare di sicurezza, proprio nell’edizione che doveva portare i maggiori cambiamenti

Addio, Paulo

La Dakar 2020 doveva rappresentare l’edizione del cambiamento: nuova location, nuove regole, diverso organigramma. Un rinnovamento all’apparenza dettato dalla ricerca di nuova linfa, economica quanto attrattiva. Le prime sei tappe sono passate via rapide, a caccia di un leader ancora non ben definito, grazie al grande equilibrio che si è creato al vertice tra le Case e i piloti.

Nella settima tappa i risultati quotidiani sono passati nettamente in secondo piano, schiacciati dalla terribile notizia della scomparsa di Paulo Goncalves, pilota portoghese di 40 anni, caduto in maniera irreparabile al km 276 della speciale odierna. A nulla è valso l’intervento dei medici, accorsi sul luogo dell’incidente appena 8 minuti dopo la caduta, dove hanno trovato Paulo già privo di conoscenza e in arresto cardiaco. Il trasferimento presso l’ospedale di Layla è stato inutile e Goncalves è stato dichiarato ufficialmente morto al suo arrivo.

Nelle pagine a seguire analizziamo quanto accaduto.

Un veterano

Paulo era alla sua tredicesima esperienza alla Dakar, dopo aver debuttato nel 2006, quando la gara si correva ancora in terra africana con arrivo sul lago rosa nell’omonima Capitale del Senegal. Alla prima esperienza chiuse 25° per poi crescere fino a diventare uno dei candidati alla vittoria, forte del supporto della HRC che lo inserì nel suo team ufficiale nel 2015, dopo averlo visto trionfare al Mondiale FIM Cross-Country Rallies nel 2013. Proprio nel 2015 contese la vittoria a Marc Coma fino alla fine, chiudendo secondo con una vittoria di tappa. Nonostante sia stato un pilota di vertice, ha conquistato solo tre giornate in carriera a dimostrazione del fatto che non fosse uno di quelli “wide open”, che vincono cinque tappe di fila per poi rovinare tutto con una caduta. La sua forza era proprio la regolarità di piazzamenti e la costanza. Non per questo, però, non è rimasto vittima di diversi infortuni che gli sono costati anche clamorosi abbandoni, come quello del 2018 che lo mise fuori dalla Dakar ancor prima di cominciare.

Quest’anno si era presentato con una nuova moto, la Hero (Casa indiana che schiera una 450 che sfrutta la base tecnica della BMW G 450 X) a caccia di nuovi stimoli e in una squadra, a suo dire, più a sua misura, in cui milita anche il cognato J-Rod. Una realtà più vicina al suo essere semplice, accomodante, disponibile e di una simpatia esplosiva; caratteristiche che gli hanno permesso di farsi apprezzare nel tempo da molti tifosi al di la dei risultati in sella.

L'analisi della caduta

Capire che cosa sia successo è molto difficile, possiamo solo analizzare quanto sappiamo della sua gara fino al km 276. La tappa di oggi era caratterizzata da un trasferimento di circa 120 km con temperature vicine allo 0 che hanno messo subito a dura prova il fisico dei piloti, a causa del grande freddo.

La speciale, poi, era particolarmente veloce con cordoni di dune di sabbia molle e una serie di laghi salati da affrontare ad altissime velocità. Il punto in cui è caduto Paulo era proprio alla fine di un tratto molto veloce caratterizzato da una serie di rocce, falesie e avvallamenti. Difficile capire cosa sia successo: una distrazione, un problema di visibilità dovuto alla polvere, un errore di valutazione. O ancora, il fattore moto; Paolo arrivava da 5 anni di Honda che, in determinate situazioni a queste velocità, ha reazioni inevitabilmente diverse dalla sua Hero, con cui (forse) non aveva ancora raggiunto il feeling migliore.

C'entra la rottura del motore?

C’è anche un altro aspetto da considerare; durante la tappa 3 Goncalves ha avuto un problema tecnico che lo ha costretto a sostituire il motore in speciale. Le immagini del suo intervento hanno fatto il giro del Mondo (le vedete anche voi, nel video qui sotto) e sono state esaltate come rappresentati del vero spirito della Dakar. Tuttavia, quello stop ha fatto precipitare Paulo dal 14° posto assoluto al 111°, con un sacco di tempo da dover recuperare. E così è stato, sin dalla tappa successiva, dove è risalito all’86° posto, poi al 59° e quindi al 46°, per fermarsi definitivamente oggi, mentre stava risalendo ulteriormente; che peso ha avuto quella rottura nel suo incidente?

Cosa si fa per la sicurezza?

La morte di Goncalves ha fatto ripiombare la Dakar nella cronaca degli incidenti fatali. Proprio il giorno dopo aver ricordato il nostro Fabrizio Meoni, scomparso l’11 gennaio di 15 anni fa. Prima di Paulo, l’ultimo motociclista a morire alla Dakar era stato Michal Hernik, nel 2015 allungando una lista di nomi che rendono questa corsa maledetta, quanto affascinante.

Il trasferimento in Arabia Saudita aveva fatto sperare di essere il momento giusto per aumentare la sicurezza dei piloti. E invece non è così e lo dimostra proprio l’equilibrio della classifica di cui parlavamo sopra, frutto certamente della qualità di uomini e mezzi, ma anche della tipologia di gara ancora legata a speciali troppo veloci, in cui a fare la differenza è sempre il coraggio del pilota più che la sua abilità tecnica. Finché si continuerà ad andare a tutto gas sperando di restare in sella in caso di imprevisto non cambierà nulla. Avevamo già avuto un avvertimento con il pilota Yamaha Van Beveren che, solo qualche giorno fa, si era reso protagonista di una caduta pazzesca a fortissima velocità, inquadrata dalle telecamere. Un altro esempio è dato dalla caduta di Sunderland, altrettanto pericolosa. Oggi si piange un grande uomo come Paulo. Il circus ha deciso di fermarsi e domani moto e quad non prenderanno il via nella tappa 8.

Ma da dopodomani tutto tornerà come prima. Non doveva essere la Dakar del cambiamento?

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